Tango, storie di un assassino del dopoguerra

On 06/03/2013 by alecascio

DA OGGI I MIEI ROMANZI SPLATTER BABY E TANGO (IL FOGLIO) ALLA BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE DI FIRENZE.
E’ UNA GRANDE VITTORIA PER NOI SCRITTORI TOSCANI.
OK, SONO SICILIANO, MA STO IMPARANDO IL DIALETTO FIORENTINO.
http://www.bncf.firenze.sbn.it/
http://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_Nazionale_Centrale_di_Firenze

 

 

Mi sono appena alzato stordito da un perfido mattino che mi ride in faccia come un ragazzino all’amichetto che è appena caduto dalla bici. Mi trascino placido al bar di Miguel per fare un’abbondante colazione.
“Un whisky. Riempilo fino all’orlo ragazzo” dico al barista anche se è più vecchio di me di una decina di anni, “che così ti becchi la mancia”.
Ho passato la notte insonne con i miei demoni interiori a gridarmi nelle orecchie.
“Facci uscire da questa dannata testa, Tango” si lamentano privi di scorza e li comprendo, “e giuriamo di non perseguitarti mai più”.
Ma ho bisogno di loro per non precipitare nell’apatia dell’esistenza, così l’intontisco con un sorso e guardo attorno per individuare un tema adatto a sviluppare un sogno.
C’è una donna a qualche metro da me, fissa il vuoto con un tale interesse che sembra stia osservando un Picasso, i suoi occhi sono rivolti a una parete sterile sulla quale Miguel non ha appeso gingilli. Chissà quanti pensieri, spettri, forme e fantasie ci sono tra i suoi occhi e quel muro bianco Paradiso.
“Lei” le urlo, “parlo con lei signora. A cosa pensa una donna seduta al bancone di un bar di primo mattino?”
“A quando arriverà un uomo a farle una domanda stupida e invadente”.
Rido di me stesso e del suo coraggio, potrei strozzarla e buttare il suo corpo esanime dietro l’angolo e ai parigini non importerebbe nulla, impegnati come sono a rifarsi una vita dopo la guerra. Ma poi guardo il mio bicchiere mezzo vuoto e cambio faccia:
“Hai appena perso una cospicua mancia, ragazzo” urlo al barista, “ti avevo detto fino all’orlo”.
“Dobbiamo limitare le razioni, signore” risponde con riguardo anche se è più vecchio di me di una decina d’anni, “l’alcol scarseggia e qui la gente ha un gran bisogno di sbronze”.
“Lei” mi rivolgo alla donna con parole cortesi e tono da bracciante, “parlo con lei signora. Anche il suo whisky sa di naftalina?”
“Non hai niente da fare?” mi domanda: “Il mio è latte, nessuno con un po’ d’amor proprio berrebbe alcol al mattino”.
“Certo che ho da fare. Devo incontrare una donna, contrattare una vecchia auto d’epoca, uccidere una spia crucca, far visita a un amico mutilato a Rue Rèaumur e vedermi con un paio di amici per un poker” rispondo e sposto lo sgabello in modo da averla di fronte anche se lontana: “E poi credo che chi non ha amor proprio non berrebbe la notte, visto che il nostro corpo fa molta più fatica a smaltire gli alcolici”.
E’ bella come un regalo ancora incartato, non sai cosa c’è dentro eppure ti gratifica.
“E lei invece, cos’ha da fare lei?”
“Devo incontrare un uomo, contrattare una vecchia auto d’epoca e probabilmente farmi uccidere da uno spazzino del governo. Avrei fatto anch’io visita a un paio di amiche e avrei fatto volentieri un bridge con loro, ma adesso suppongo che dovrò annullare qualche impegno”.
Non ho nessuna Mercedes Rennwagen del ‘901 da vendere, era un modo per attirare a me la preda ventidue e farla fuori senza dover giocare al gatto e al topo così da arrivare in tempo per il poker da Antoine.
“A meno che, signor Le Grand” mi chiama con il nome falso che ho usato per contattarla, “lei non rinunci per una volta a fare Dio”.
“Mi chiamo Tango” le rivelo ciò che non potrà mai spifferare in terra, “e non gioco a fare Dio, i miei gesti hanno più senso. Dio distrugge ciò che lui stesso ha creato, io solo ciò che non mi appartiene”.
“Si chiama vandalismo”.
“Io la chiamo giustizia”.
“Non sarebbe meglio vendetta?”.
“Pulizia è più appropriato”.
“Incomprensione”.
“Neanche quel Dio che ha da poco menzionato comprenderebbe un traditore”.
“Lei è uno scettico”.
“Direi informato. Non ha mai perdonato Giuda anche se restituì i denari ai sommi sacerdoti”.
“Forse perché s’è appeso il collo a un ramo”.
“Allora quel sant’uomo del Creatore avrà pietà di lei”.
“E chi le dice che Dio sia un uomo?”
Lo so, perché solo un uomo potrebbe immaginare, sognare e impegnarsi a creare per sé un essere così incantevole come la donna.
“Egoismo”.
“Logica”.
“Invidia”.
Durante lo scambio di battute ho avvicinato lo sgabello a lei poco per volta e adesso la sto guardando in viso dall’ultimo centimetro rimasto prima di finirle addosso. E le sussurro in bocca: “Passione”.

In una delle tre stanze della bettola di Miguel una spia crucca ansima desiderando di desiderare sul serio ciò che crede di desiderare sperando che ci siano assassini così indulgenti da perdonare in cambio di un desiderio.
Conosco il desiderio quasi quanto conosco cattiveria e ignoranza: o fa impazzire o porta all’eccesso, perché chi non può avere smette di volere e chi ottiene finisce per esigere sempre di più fino al limite consentito.
Il sesso è una performance biologica, come orinare e defecare, necessita del bisogno innanzitutto e quando quello mi si spegne con un orgasmo pieno che inonda il suo ombelico, tutto attorno smette d’essere frenetico, piacevole, ardente e perfino romantico. Comprendo che ci sarebbero state meno poesie d’amore al mondo, se le donne l’avessero data con più facilità.
S’alza, si toglie via il mio sperma dal grembo e comincia a vestirsi.
“Dove te ne vai?” le chiedo.
“Anch’io ho una vita sai? Non posso avere la mia Mercedes, ma posso sempre arrivare in tempo per il bridge”.
Tolgo con gentilezza il mio violino dalla sua custodia come un neonato da una culla e controllo che l’accordatura sia a posto.
“Ma la tua Mercedes è pronta e ti aspetta a Rue Chapon tra un’ora esatta” le rispondo.
Il suo viso d’un tratto si fa innocente, le si accartocciano gli occhi e le trema la bocca. Si siede. La puttana chiude le gambe come se non avesse mai scopato prima.
“Sei orribile. Chi andrebbe a letto con un cadavere, chi lo farebbe?”
“Non sei un cadavere”.
“Ma lo sarò, che senso ha?”
“Tutti lo saremo, ma non per questo smettiamo di far sesso”.
“Oddio” si alza e comincia a passeggiare in quei due metri quadri come se fossero le larghe vie del centro: “Sto avendo un attacco di panico, non mi è mai capitato, di solito sono una donna forte”.
“Forse hai pensato che la guerra fosse finita e ti sei lasciata andare, è capitato a tutti”.
“Anche a te?”
“La mia guerra non finirà mai, Celestine”.
Le punto una pistola alla tempia con la mano destra e con la sinistra raccolgo le sue lacrime. Bello, il suo pianto, non c’è cosa che avrei voluto vedere di più: per poter ammirare il suo pentimento avrei rinunciato all’aurora boreale.
“Hai capito adesso perché Dio non ha mai perdonato Giuda?”
“Perché?” chiede singhiozzando.
“Perché non ha mai pianto”.
“Questo vuol dire che mi hai perdonato e che mi lascerai andare?”
“Sì, Celestine” le rispondo e quando vedo il suo sorriso, tenero e infantile, le sparo facendole saltare entrambe gli occhi fuori dalle orbite e lasciandola andare, come promesso, lì dov’è giusto che vadano i traditori.
Le suono poche note del Tango Jelousie, ormai è così lontana che non può sentire oltre.

 Alessandro Cascio – Da: Tango, Ep. 2 Foto di Roberta Spillo, Giornalista

Tango è mio un romanzo a Episodi pubblicato da Il Foglio Edizioni per la collana Damien. Il primo episodio in eBook in tutte le librerie on line al prezzo di un euro e novanta e a quattro euro il cartaceo.
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Tango fotografato negli scaffali di una libreria di Livorno.

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Prima che schiattasse io non avevo mai sentito nessuno rispondere “Lucio Dalla” alla domanda:
“Uno dei tuoi cantanti preferiti?”
Nessuno camminava con “Attenti al lupo” pompata nelle casse o si svegliava con “Anna e Marco” alla Domenica mattina.
Non sento una cover band suonare “Balla balla ballerino” da quando hanno sparato al Papa.
Si dice: lo dobbiamo rispettare perchè ha fatto la storia della musica. Io non l’ho mai ascoltato Lucio Dalla, le mie orecchie si storcono e mi viene l’otite autoindotta se ascolto “Il motore del 2000″ e penso che la storia è storia e a volte la si può dimenticare, come quando la prof ci diceva di saltare due capitoli e passare direttamente alle guerre puniche. Ce n’erano di morti ammazzati in quei due capitoli, ma Cristo Dio, non sono morti come dovevano morire, se volevano essere ricordati dovevano aspettare, conservarsi un po’ per le guerre puniche, che così sì sarebbero rimasti nella storia.
Io Lucio Dalla non ce lo vedo proprio nella storia della musica, lo vedo più all’ora di ricreazione, a strimpellare un quarto d’ora con gli amici e poi su, a studiare Mogol e De Andrè, Zucchero e Mina, a studiare Puccini, Pavarotti. Ed era questo il bello, che quando arrivava quel buffo ometto peloso sul palco potevi fare ricreazione, e lui lo sapeva, per questo non s’è mai impegnato troppo.
Con affetto,
Alessandro Cascio

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Touch and splat, il fumetto, edizioni ESC/Il Foglio con la prefazione del maestro del cinema Ernesto Gastaldi (sceneggiatore di C’era una volta in America e Pizza Connection) ora anche su:

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