Note nell’arcipelago del vento

On 23/09/2013 by alecascio

 

Andiamo a pranzare in questo piccolo ristorante non aperto ad altri se non a quelli che alla sera devono suonare. Siamo io, due amici, Luca Barbarossa, Sergio Caputo, Niccolò Fabi, Erica Mou, Roy Paci, una ventina di modelle, Simona Badescu e quelli di Radio 101. Eccetto Fabi, che è vistoso di suo e parla come Michael Jackson, poi la vera star sono io, esteticamente intendo. Ho delle trecce di cuoio lunghe fino alle spalle, una cresta e gli occhi tinti con la matita, gli altri invece hanno tutti un basso profilo, specie Barbarossa che veste come un impiegato di poste italiane, per questo la padrona del locale ci tiene a mostrarmi la foto di sua figlia che è bella e canta anche, a suo dire.
“Guardala” mi dice, “è davvero uno splendore”.
Cosa si può rispondere a una donna che ti mostra la figlia?
“Ah, la porti stasera al concerto, nel backstage assumiamo lisciacazzi”.
Questa è esattamente la frase che non le ho detto e non le faccio neanche i complimenti per non avere abortito quando poteva, ma mi limito a dirle che io, in tutto quel gruppo di stelle, sarò anche l’unico abbordabile ma non conto artisticamente un cazzo.
Chiedo a Caputo se il pesce che sta mangiando è buono.
“Buono e leggero” esalta i sapori di Sicilia con una malinconia tale che neanche in uno spot dell’AICR: “Sai, per cantare bisogna mantenersi leggeri.”
Riempio un bicchiere di vino, lo alzo e brindo a lui, l’unico vero bluesman in quel mucchio di poppettari e lui ricambia, poi gli dico che la sua musica è la sublimazione dell’estetica di Ben Glendale.
Non vuol dire un cazzo e quel tizio non esiste neanche, ma ugualmente Niccolò Fabi si volta e mi guarda pensando che abbia detto qualcosa di fottutamente culturale. Se sei uno scrittore devi sempre camminare come se fossi fuori da quel mondo commerciale in cui navigano i bisognosi, ci devi sputare su, loro scrivono versi e prendono licenze poetiche per fare la rima, noi siamo di nicchia, scriviamo migliaia di pagine e ogni rigo potrebbe essere musicato e per comprenderci devi mettere cento volte la pazienza che ci vuole per comprendere un menestrello, perché a noi non ci senti per caso mentre fai cose e vedi gente, ci devi desiderare davvero.
E questo vuol dire una cosa sola: meno fica, molta di meno e meno soldi.
Caputo l’avevo già incontrato alla partenza.
“Sergio, tutto bene?”
“Sì, ciao, stiamo andando a Favignana”
“Eh sì, questa è la fila per l’aliscafo che va a Favignana”.
“Già!”
Il silenzio taglia in due l’aria come la lama di Goemon i palazzi di Tokyo.
“Non ti ferma molta gente ultimamente, vero?”
“E beh, non è più come ai tempi di un Sabato italiano”.
“Eh sì, gli anni ottanta sono stati una manna poetica: Domenica italiana, Domenica lunatica, Sabato italiano, Lunedì, Lunedì Martedì, Friday i’m in love, Giovedì sera. Non avevate altro da leggere che i calendari?”
Mi faccio spiegare che cazzo fosse successo al Mercoledì?
“Erano tutti impegnati a scrivere canzoni e poi la parola Mercoledì va sempre fuori metrica se ci pensi”.
Sorride con una leggera disperazione come quel tizio di Fight club, anonimo come un vacanziere.
“Spero ci suonerai un po’ di blues stasera, ho visto un tuo concerto in Rai in piena notte che …”
“No” mi risponde, “faccio i soliti pezzi, sai, i più famosi”.
“Lo stesso, non vedo l’ora di vederti su quel palco” e mi fa una smorfia come se gli stessi dicendo una cazzata solo per farlo contento, non comprende tutto questo entusiasmo da parte di un appena trentenne giacchè lui è dagli anni ’80 che non cavalca l’onda. Cerco di rincuorarlo: “Siamo tutti qui per te”.
Dentro l’aliscafo mi metto a distribuire valigie alle modelle, ne trovo una rosa e dico a Roy Paci che quella probabilmente è la sua.
“Non sono Roy Paci, sono il bassista dei Tinturia” risponde.
“Sei uguale”
“Me lo dicono tutti, lo so”.
“Che ne dici se sul palco ti presento come Roy Paci e cantiamo una sua canzone, così, per giocare col pubblico?”
“No, meglio di no”.
“Guarda che funzionerebbe”.
Mi risponde che forse sì, ma c’ha famiglia e ha bisogno di un lavoro.
Al tavolo dico a Roy Paci: “Lo sai che sei uguale spiccacato al bassista dei Tinturia?” e lui fa cenno con la testa come a dire che  non gliene frega un cazzo, che dare del bassista a un trombettista è come dare del bassista a… insomma un po’ a tutti tranne a chi suona il flauto traverso, per quelli probabilmente sarebbe un complimento.
Prendiamo del buon vino e chi non ha le prove per il concerto si ubriaca: io, per esempio e Francesco, l’uomo che dicono sembri mio padre che è seduto con me. Ci leviamo di sei anni appena, quindi lui non la prende bene.
Erica Mou è una specie di fenicottero rosa col l’ala spezzata finita nel guano con papere e galline, ti fa innamorare con un sorriso soltanto e io le giurerei amore eterno firmando a penna un intero contratto scritto col sangue. Mi tocca le treccine. “Belle”, mi dice.
“Me le hanno fatte delle donne africane”.
Mi dà un bacio a ventosa e “ci vediamo al concerto” mi dice, la guardo allontanarsi dal mio motorino a noleggio, metto un braccio sul manubrio e chiedo a mio cugino piccolo di passarmi una lametta.
“Non ce l’ho, che devi farci?”
“Devo scrivere un contratto”.
La sera la vedo cantare sul palco, mi escono fuori sensazioni buone e scopro che anche quelle ti fanno tremare, me ne innamoro perdutamente, così quando siamo nel backstage a bere Zibibbo le prendo entrambe le mani e le dico: “Principessa, mia porta d’entrata, mia porta d’uscita, acqua limpida dopo una lunga traversata nel deserto, terraferma dopo un’interminabile nuotata, morbido piumino sul letto di morte, amo il suono della tua voce quando ridi, quando canti, quando balbetti, amo il ricordo della tua voce quando stai in silenzio, il tuo corpo, i tuoi colori, ma ti amerei anche in bianco e nero”.
Dietro di lei c’è il suo ragazzo, quello che io chiamo Jack il tossico perché ha la faccia di uno spacciatore del Wisconsin. Chiedo alla moglie del cantante dei Tinturia se si può fare qualcosa per il mio amore senza limiti, uccidere Jack, per esempio o incastrarlo e farlo mettere agli arresti, ma mi dice con quella sua faccia antipatica che Erica è felicemente innamorata.
E’ poetica come una fiaba ed erotica come un porno, la piccola e timida Erica, la cerco continuamente sfuggendo col motorino alle mille proposte di “andiamo qui/andiamo là”, ma la moglie dei Tinturia è un dito nel culo e cerca sempre di allontanarla dalla mia vista anche quando da lontano mi manda un bacio con la manina come i bambini.
“Andiamo, lascialo perdere” le dice.
Odio quella donna come non ho mai odiato nessuno.
Cerco Erica nell’unico negozio in cui posso trovarla, in un negozio di strumenti.
Lì ci sono le modelle, mi si avvicinano, mi sorridono: “Sei quello delle valigie” e poi mi circondano chiedendomi cosa suono e con chi, invitandomi ad accompagnarle in albergo.
“Con chi suoni?”
“Con i Mama I killed Tarantino”.
“Mai sentiti, siete forti?”
“Siamo quelli della colonna sonora del Corvo, la quarta traccia”
Rimangono stupite, sono lì per lì per chiedermi l’autografo. Ovviamente glielo avrei fatto anche se non era vero un cazzo e la quarta traccia del soundtrack del Corvo è dei Nine Inch Nails, ma cosa devono saperne dei manichini di musica?
“Perché guardi lo specchio?” mi chiede mio cugino in stanza.
“Sogno!”
“Non si dovrebbe sognare quando si dorme?”
“Si dorme per riposare, i sogni migliori si fanno da svegli!”
“E la realtà?”
“Vergine Maria, hai otto anni e fai più domande di Marzullo!”
Erica. Quando la incontro c’è sempre Jack con lei.
Jack esce dal market, si avvicina e mi chiede: “Dov’è che andate al mare? Dove sono gli altri?”
“Stavano cercando della roba per la festa di stasera, se ci fai un buon prezzo la prendiamo da te”.
Finge di non capire, mi saluta con la mano sinistra, la mano del diavolo e se ne va a sballarsi in qualche vicolo buio in pieno pomeriggio, almeno è così che lo immagino.
Il concerto all’inizio non ha riscosso tanto successo, Caputo non ha suonato alcun blues e Barbarossa con la sua verve ci ha ricordato che dobbiamo morire tutti, prima o poi, un po’ come lui. Poi fortunatamente Niccolò ci ricorda che dobbiamo innamorarci per essere felici ed Erica, che solo con una chitarra e la sua splendida voce intona un pezzo di Dalla, m’imbabola s’una panchina un’ora scarsa.
Per un breve tratto nel backstage si balla, ci sono un paio di porche rifatte con giusto un quantitativo di materia cerebrale necessario a farle muovere a tempo e poi c’è lei, Erica, seduta col suo Dottor Feelgood annoiato a maltrattare il cellulare.
Le faccio segno di ballare ma mi dice “no, sono stanca”.
Cristo, non sei Jovanotti, sei stata ferma in piedi con una chitarra a tracolla, vieni a ballare. Ma nulla, si dice stanca morta e va a dormire. Seguo col naso l’ultima scia del suo profumo prima di prepararmi al nuovo giorno, quando verrà un Rais del medioriente a portarmela via.
La notte ce ne andiamo in giro per l’isola, beviamo e io compro un paio di anelli forgiati dal signore di Favignana, un artista noto nel suo quartiere quanto io nel mio.
Ballo, come un dannato sopravvissuto rimasto solo s’un pianeta decimato dalla peste con una cassa che suona a tutto spiano posta sulla cima di un palazzo senza scale. Non posso spegnere la musica, scappare nel silenzio del resto del mondo, quindi faccio quello che posso per sopravvivere senza rimpianti: ballo.
E ballano gli alberi nel vento, le terre mentre le croste si strofinano tra loro come ragazzini al primo appuntamento, le note dei cantanti nell’arcipelago, balla il mare poco distante, le barche e i pescatori che tirano su il pesce da vendere al mercato l’indomani, ballano i materassi degl’innamorati, ballano i moribondi sulle barelle e ballano i teenager nella loro buia stanza. Forse ballano anche Erica e Jack il tossico o forse, proprio come il cielo, Erica sta ferma e pensa a me che penso a lei e si domanda che fine abbia fatto il suo foulard. Lo tengo stretto tra le mani, lo lascerò all’aria da uno scoglio la sera, al mare che dice di amare tanto e almeno qualcosa di lei per un momento sarà mio, il suo sudore e il profumo della sua pelle.
Poi poggio la mano sul culo di una modella bionda di diciotto anni appena, giusto perché tanta poesia mi ha fatto un buco allo stomaco neanche fosse la pallottola di un revolver e io una comparsa di un film di Eastwood.
“Sei il cantante dei Tarantino!” esclama.
“Già” le rispondo, “ma ci chiamiamo… Bah, lascia perdere!”

72-2

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