Reading in Rome

On 17/03/2014 by alecascio

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Ho visto un reading allegro per via del buon vino, ma spento moralmente, non c’era anima, c’era solo un mucchio di gente senza passione e quella con passione viveva in un mondo astratto che non esiste più da secoli e che non è mai davvero esistito se non nelle menti di chi quell’epoca l’ha raccontata. Nessuno di loro aveva neanche una vaga idea di come si diventi scrittore, l’ho chiesto a una ragazza e ha risposto: “Scrivi un romanzo, lo mandi e se è buono lo prendono”.
Ho riso, ho riso bene, spontaneamente, ma non sto qui a dirvi altro, solo che ho riso.
L’approccio al reading è sbagliato, si pensa che si debba entrare e mostrare la propria cultura o interesse per la metrica, per le parole erudite, ma uno scrittore espone concetti, idee ed è a quello che bisogna guardare, di quello bisogna discutere perché l’arte dell’esposizione è un briciolo in confronto all’arte dell’idea. Non andate a un reading se non avete voglia di ascoltare consigli, non andate a un reading se non pensate di avere nulla da imparare se non da Pascoli e Leopardi.
Io e il mio collega abbiamo fatto bene, abbiamo letto i nostri migliori pezzi e ci siamo sforzati di recitarli, ma molta gente, non tutta, sembrava dire:
“Non siete mai stati in TV, dove vi ho visto, chi siete?”
Eppure abbiamo scritto film, pubblicato decine di romanzi, centinaia di racconti, siamo in pista da dodici anni io e da più di venti lui, ma non hai buone idee se non sei di marca. La maggior parte erano lì per trovare un allaccio: “Voglio pubblicare il mio romanzo, tu puoi aiutarmi?”
E’ stato bello, ho letto anche Il tesoro di Wright, il pezzo che amavo di più e pensavo: “Mi capiscono? Capiscono ciò che voglio dire?”
Ho letto: “Federica, non posso accarezzarla né conquistarla neppure con l’impavidità di mille agguerriti sumeri che mi ritrovo addosso e mi rendono l’uomo rabbioso con le spalle pesanti che sono diventato dopo anni di scellerati scuotimenti da un capo e l’altro della terra. Nessuno però può vietarmi di guardarla, di celare in lei ogni mio fievole desiderio, esile come la bontà che ancora m’è rimasta e che nascondo per non essere bersaglio facile di predoni e canaglie. Proteggo dietro la sua immagine le mie più pure fantasie e le mie più sincere angosce come da sempre l’uomo fa con l’ignoto. Il Paradiso in cielo, l’Inferno nel rovente nucleo della terra e i forzieri negli arcani abissi dell’oceano, a ogni luogo va il suo inviolato cosmo perché se solo fuoco e luce s’incontrassero davvero, se solo diavoli e angeli potessero abbracciarsi, scoprirebbero d’essere gli uni identici agli altri, diversi nell’aspetto ma con anime gemelle e si ritroverebbero mano nella mano senza più distinguere il bene dal male.
E senza bene e male non c’è tristezza, pentimento, bisogno, dolore tale da desiderare un Dio.”
Dio ha paura delle sue creazioni, il tempo passa, il mondo è marcio e a volte anche l’amore, ma viaggiamo lo stesso perché il sogno soffia più del vento sulla schiena dei pellegrini e sulle vele dei naviganti.
Mi dicevo: “Che peccato che tutta questa gente, laureandi in letteratura, non capiscano l’intensità che c’ho messo, peccato che queste persone che parlano solo per citazioni non comprendano che le librerie sono finte, che il libro viene venduto prima di essere scritto, anche prima di essere pensato, peccato che ci siamo venduti tutti e non è rimasto nulla e chissà se qualcosa rimarrà di tutto questo sbattersi”.
Perché la gente ti applaude ma poi compra Baricco, perché è di marca. La gente non sa che io lo so come ci si vende, che vedo formiche propormelo ogni giorno, che vedo colleghi farlo, assottigliarsi, scrivere semplice, come le canzonette. Mi chiedono se sono mai andato in televisione: forse ti ho visto, dicono, sei un viso conoscente. Non sono andato, uno scrittore non lo devi vedere. Poi c’è il mio editore, che ci prova ma dice che la narrativa non vende ed è vero, ci manda i conti ogni settimana. Poi c’è chi ti dice di mettere la copertina bianca perché attira di più, chiara attira, ci sono degli studi scientifici: siamo cavie da laboratori letterari.
Scrittori: che grande bluff dell’anima umana.
Lettori: non ne hanno capito nulla e ancora sognano la sincerità pensando a D’Annunzio, ma se non la sorreggono loro, la sincerità, se non lo fanno loro …
Come vorrei vivere in Francia, ai tempi di Guy de Maupassant quando ancora la letteratura rovesciava i governi. Forse un giorno lo farò, magari con una donna, la mia Yoko, accanto, architetteremo tutto, filo e per segno, scriverò parole vuote, andrò in Tv e poi, dopo anni, pochi, prenderò i miei romanzi e dirò loro che è stato tutto un imbroglio, che mi sono preso gioco di loro per dimostrare come si può convincere la massa e quel giorno forse capiranno più di quanto il romanzo realista abbia loro insegnato nei secoli passati. Ma poi arriverà qualcuno, troverà arte dove non c’è e cancellerà il mio gesto, perché se la gente se ne convince, uno che ha un nome può pisciare in testa a un neonato e chiamarla performance: ci credono tutti.
E poi arriva Flavia, mi dice che ha fatto leggere “Il livello” a sua madre e da che m’ero demoralizzato ho pensato che in fondo è per quello che scrivo, per quella piccola parte di esseri umani diversi che guardo con l’ammirazione di un regista che raccoglie notizie per un documentario e che tutti chiamano “il mio lettore medio” ma che io chiamo semplicemente fica.

A.Cascio – Reading in Rome

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