Il suono delle cose

On 30/08/2012 by alecascio


Non mi piace. Una giovane cameriera interessata a un vecchio poeta col naso a punta deve essere per forza pessima come la mira dei cattivi al cinema. Lei è più carne che donna e John sembra avere ancora la verve sessuale di un Redneck. Mi alzo da seduto, sono stato per mezz’ora a questo tavolo sistemato nel niente all’ombra di una lampada fulminata.
“Questa donna potrebbe essere il tuo prossimo carnefice” dico, “dovresti concentrarti sulla tua musica e cercare di far breccia anche sui cani invece di star qui a sprecare fiato”.
Tiro su la ragazza per un braccio e le dico di andar via. Poi glielo ordino. Poi la scaccio come si fa con le bestie.
“Aspetta John” supplica lei, “dammi il tuo numero”.
Faccio di no con la testa nel modo convenzionale, ma lui mi dribbla con le parole.
“Posso darti il mio numero di scarpe baby, non è tanto ma almeno così potrai seguire i miei passi.”
Io non parlo di me con la sua facilità, non con una taglia sulla testa, non quando ho la vita ad altezza di sparo.
“Dovresti rilassarti un po’ e aprirti di più, Shaun”.
Io penso come scrivo e se proprio devo parlare, parlo come penso, ma è raro che io parli di qualcosa di profondo se non con persone che davvero reputo buone ascoltatrici. Non mi piace perdere fiato e le parole dette, se non finiscono subito nel cuore o nelle orecchie di qualcuno, vanno perse, le parole scritte invece rimangono lì come mele sui frutteti che costeggiano le vie dei viandanti, qualcuno prima o poi si ferma e le raccoglie, per fame o per noia. Le parole dette appartengono all’aria, se non si ha di fronte un buon ascoltatore sono tempo perso.
Parte di quello che penso lo dico a John che risponde che: “Anche la musica appartiene all’aria, eppure è lì che vanno a finire i tuoi testi”.
Non dovrebbe parlare così chi ha inventato la musica. La musica è figlia della musa Tersicore, una sirena incantatrice che ci allieta e poi divora, ci rimane attaccata agli occhi nonostante sia invisibile perché ci mostra cose che il visibile reprime, e il ritmo che porta ci spinge a camminare in modi nuovi, condiziona i nostri tic, le frenesie dei polpastrelli su tavoli e banconi, il battito del cuore. La musica modifica la nostra percezione dei rumori e mette un punto fermo sui ricordi.
Parte di quel che penso lo dico a John che batte le mani al tempo di “Paradise city” e parla con lo slang di John Mayall, almeno è così che io lo percepisco.
“Bravo, ragazzo, hai trovato finalmente cosa scrivere”.
E poi mi trovo un ferro sulla testa.
“E questa” dice la cameriera che minaccia di farmi un altro buco nelle orecchie, “che suono credi che faccia?”
Lo dicevo io che le cameriere sono inaffidabili, come chiunque riesca a ridere a comando. Hanno tutte un passato tempestoso e per il futuro tramano qualcosa: di andarsene, di giocarsi tutto a un tavolo da poker, d’incantare vecchi ubriaconi dalle tasche larghe o di scaricare una calibro nove su gente con esigue prospettive di vita. Il suono che fa una cameriera è il suono folle, affascinante e libero che fanno le chitarre di Joe Perry. E tutte le pistole fanno “slash!”.

A.Cascio – Tutta la maledetta verità su Escobar Episodio 4.

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