La vera storia della Cicala e la Formica

On 15/06/2015 by alecascio

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IL PRIMO FUNERALE NELLA TERRA DELLE FORMICHE
(La vera storia della Cicala e la Formica)

di Alessandro Cascio

La famiglia Jama era somala da sempre e inglese da dieci anni appena. Da qualche tempo i due coniugi avevano finalmente comprato un negozio di frutta esotica al quartiere nero e avevano coronato il sogno di una vita. Ormai possedevano tutto ciò che una famiglia potesse desiderare, compresa una villetta a schiera con un piccolo giardino e uno splendido barbecue per le domeniche con gli amici.
Ma non è di certo della casa o delle spese dei Jama che vi voglio parlare e neanche dei loro splendidi barbecue ma del fatto che, dopo la serata con i vicini, i coniugi non tirarono via gli scarti di carne bruciata rimasti attaccati e penzolanti dalla grata perché tanto a pulire ci avrebbero pensato le formiche.
Le formiche vengono di solito avvertite dalle sentinelle: “Cibo sulla grata del barbecue, cibo sulla grata del barbecue”
“Ma non dovevamo prima ripulire la cantina dalla farina di ceci?” disse Trentuno a Dieci che stava spingendo via il brandello di un insetto. Una zanzara, forse, o qualcosa di somigliante e così morta e mal ridotta che non la si riusciva a distinguere da qualsiasi altra carcassa di insetto.
“Santa pazienza. Cos’ha la carne che i ceci non hanno?”
Ma Dieci, che era una formica diligente, non si faceva troppe domande: lei pensava che se non si dà l’anima per la comunità, si finisce come la cicala.
La cicala suonava e…
“Ancora con questa storia?” si innervosì Trentuno: “La conosco, posso raccontartela anche a rovescio o in equilibrio su due zampe sole. La conosco!”
La dottrina della Cicala se l’erano tramandata da generazioni per cento, forse mille anni e nessuno davvero ne conosceva la provenienza. Qualcuno forse la disegnò sulle pareti di un vecchio formicaio del sud del mondo, il più vecchio e il più a sud che sia mai stato scavato da una formica.
“Non bisogna cantare e divertirsi troppo, altrimenti si finisce come la cicala, che quando arrivò l’inverno morì, mentre le formiche invece…”
“Te lo dico io” disse Trentuno, “si trovarono sotto tre metri di terra a sistemare le proprie cibarie e a mangiare, aspettando un’altra Estate di duro lavoro” e lo disse a gran voce, tanto che le altre formiche si voltarono e lo guardarono irritate, come se stesse bestemmiando. Anzi, a dire il vero, andare contro la dottrina della cicala era una vera e propria bestemmia che poteva essere punita, se non dalla legge delle formiche, da quella della natura. Dieci abbandonò il suo insetto, lo lasciò per un attimo guardandosi attorno e si avvicinò a Trentuno che se ne stava indeciso tra i ceci e la carne carbonizzata.
“Senti amico mio”, disse Dieci, “che sia carne, che siano ceci, alla fine ciò che conta è che stiamo lavorando e non stiamo cantando, che quando la natura ci verrà contro, noi saremo al sicuro e mangeremo.”
Trentuno fece il coro al vecchio Dieci:
“… e dopo aver mangiato moriremo, o moriremo prima, mentre mangiamo o forse adesso, pestati dal figlio dei Jama che corre per i prati senza neanche curarsi di noi. Hai visto cosa fanno quelli come lui a quelli come noi? Ma ci lasciano uscire di giorno, come se la nostra vita non contasse nulla.”
Dieci afferrò Trentuno e gli mise una mano sul muso: “E’ la comunità che conta, ragazzo, la comunità”.
Da quando Ventotto se n’era andato, Trentuno era cambiato, ma non era una formica cattiva, andava solo guidato.
Milioni di formiche lavoravano duro fino allo sfinimento, fino a morire, così com’era successo ad amici ed amici di amici così com’era successo a Ventotto che pestato dalla suola del più piccolo dei Jama, era stato raccolto dalle altre formiche che lo avevano spartito in due pezzi accatastandolo con fieno e bucce di albicocca senza neanche piangerne la morte.
“Dove lo portate?” chiese Trentuno.
“Dove può servire a qualcosa: in dispensa”.
“Morire al lavoro è come morire in guerra” disse Dieci a Trentuno, “non possiamo soffermarci a piangere, ogni minuto che scorre via è un passo in più verso l’Inferno delle cicale”.
“Nessun Inferno è peggio di questo, amico mio, non riesco a immaginare un posto peggiore”, rispose Trentuno, ma lo aveva detto solo per rabbia.
Dieci lasciò il suo insetto e disse a Trentuno di seguirlo, che avrebbe portato lui i pezzi più grossi e che avrebbe lasciato i pezzi più piccoli a chi aveva crisi d’identità.
“Non ho nessuna crisi e non ho bisogno della tua compassione”.
“Non vorrai mica diventare una cicala?”
“Perché no? Cosa avranno le cicale che non va? Muoiono felici, congelate ma felici. E poi non si è mai vista una cicala morire di fame in tutto il giardino.”
La regina, i consiglieri, i messaggeri e le formiche guerriere avevano sempre il meglio e a loro, alle operaie, toccavano sempre le pagliuzze. Dovevano quindi lasciare i ceci per la carne per poi finire ugualmente a mangiare pagliuzze? Che prendessero direttamente quelle, allora.
Dieci era avanti già di un bel po’ e parlava, parlava, parlava, quanto parlava Dieci e ripeteva sempre le solite cose da chissà quanto, ormai.
Blaterava di lealtà alla regina, di valori e della parola delle antiche formiche del sud.
La vecchia formica continuava ciò che era ormai divenuto un monologo. Le operaie lo guardavano da sempre a distanza con un occhio di riguardo, perché di lì a poco sarebbe morto di vecchiaia e sarebbe finito sul piatto della regina, laddove finiva ogni prelibatezza.
Trentuno era già con la testa altrove e non solo con quella. In viaggio, ecco dov’era. In viaggio verso l’Ovest, verso i muri di cinta del giardino dove, si diceva, abitassero le cicale. Nessuno si era mai spinto ad Ovest, perché si mormorava che quegli insetti fannulloni, con quei canti, avrebbero portato il popolo delle formiche a diventare come loro, senza fede, senza dedizione per i loro capi, senza benché minima voglia di fare, senza futuro. Era una società condannata a collassare e da quel giorno, finalmente, le formiche avrebbero dominato il giardino. Ma a tutto quello, Trentuno aveva smesso di credere da tempo. E allora via, verso i nani di pietra, oltre gli alberi di pesco e la landa paludosa, per affacciarsi sulla pianura delle rose e proseguire fino alla collinetta dei cavoli e delle patate, da dove si poteva scorgere l’immenso muro di cemento, la fine di tutte le fini, la libertà di tutte le libertà.
Le cicale non erano così piccole come Trentuno pensava. Erano giganti a dire la verità e scansare i loro folli atterraggi restando in equilibrio era un’impresa non da poco. La loro musica era sì, tanto forte da arrivare oltre i confini, ma in fin dei conti erano innocue, tranquille e beate, pronte a scambiarsi qualche parola, a lamentarsi come ogni società di insetti, a suonare e morire. Si accorse, Trentuno, di un gruppo di cicale in cerchio ad ascoltare un grosso cicalone sbiadito che parlava dall’alto di un sasso alla folla triste. La formica si fece spazio e ascoltò.
“Oggi, la nostra Cri Cri non sarà con noi, ci ha lasciato ieri notte ed io, suo figlio Cra Cra, sono qui per dirvi di non piangerlo, ma di rimanere allegri, di ricordarlo così come lui voleva essere ricordato.”
Mancava una nota nel cantico delle cicale, questo anche Trentuno lo aveva notato sostando sotto il gambo di una rosa oltre la landa paludosa. Canticchiava ogni battuta da quando era una piccola formica ma quel giorno non gli era tornata la strofa. Aveva pensato di essere solo stanca e poi aveva proseguito il riposo.
Il cantico delle cicale era considerato un canto ammaliatore ed era vietato alla formiche anche solo nominarlo. Gli adulti tappavano le antenne ai più piccoli, gli anziani le tappavano agli adulti, i guerrieri agli anziani e le sentinelle ai guerrieri creando una fila indiana statica e inefficiente che da tempo turbava la naturale routine delle formiche.
“E tu?” disse una sentinella dalle lunghe antenne a Trentuno masticando un fil di paglia: “Vuoi morire nelle fiamme eterne di questo canto infernale?”.
Accompagnò la sua frase con una mimica tragica e continuò: “Trovati un posto in fila e non farmi perdere tempo”.
“A me non sembra tanto male e poi, se sei vivo tu perché dovrei avere paura?”
“Abbiamo un osso duro, qui. Dimmi un po’, qual è il tuo nome?”
“Non ho alcun nome”.
“Già, voi avete i numeri, dimmi il tuo allora”.
“Non si dà il numero al primo che capita, non te lo hanno insegnato? Il tuo qual è?”
“Noi non abbiamo né nome né numeri, ragazzo, siamo messaggeri della vita o cose così, siamo tutti uguali dai tempi dei tempi, dicono che siamo unti dalla grazia della regina” e ancora la sua recitazione scatenò un applauso da parte di Trentuno.
“E tu ci credi?”
“Io faccio solo il mio lavoro, urlo e tappo le antenne di questi poveracci, poco mi importa, non capisco di santità né tantomeno di musica, non distinguo il rumore di una sirena da una nota di pianoforte”.
Trentuno si diresse verso Dieci e gli ballò di fronte ridendo. Il vecchio si distaccò dalla fila e lo rincorse.
“Piccolo farabutto, non vedi che tutti ti stanno guardando? Tappati le antenne o …”
“O ti tramuterai in una cicala, ti verranno corna taurine e occhi di fuoco e marcirai in eterno nel limbo con le note di uno strumento scordato ad accompagnarti!” recitò la sentinella masticando il suo fil di fieno.
“Calmati Dieci, è tutto ok, siamo ancora vivi. La sentinella ascolta il cantico da sempre eppure è ancora qui”.
“Già” rispose la sentinella, “e sarò qui ancora per molto visto che non hanno ancora finito la seconda strofa”.
I guerrieri non avevano tolto gli occhi di dosso alle due formiche, musoni, neri come il pepe, avevano aspettato che finisse la musica e poi avevano richiamato Dieci e Trentuno all’ordine.
Quando l’indomani Dieci tornò a lavoro zoppo, Trentuno sapeva in cuor suo cosa fosse successo, ma fece silenzio: un po’ era il senso di colpa, un po’ l’odio verso la regina e i suoi leccapiedi.
Lì, nel soleggiante Ovest, Trentuno notò che le cicale avevano dei nomi che, seppure strambi, le rendevano uniche. Che belle che erano, che grande lavoratrice doveva essere la cicala scomparsa. Lo chiese. Con cortesia si avvicinò ad una cicala, la più piccola tra loro e domandò:
“Che lavoro faceva Cri Cri?”
Ma quella rimase ad osservarlo.
La formica cercò di farsi capire gesticolando.
“Che. Lavoro. Faceva. Cri Cri!”
Di colpo, dal pianto, tutte le cicale esplosero in una fragorosa risata.
“Allora capite la mia lingua” disse Trentuno.
“Ma certo, che domande. Noi cicale parliamo tutte le lingue del mondo.”
“Le studiamo” rispose una delle cicale che aveva appena smesso di ridere.
“Studiamo ogni cosa ci interessi” disse un’altra.
“A cosa serve studiare la nostra lingua?” indietreggiò di un passo Trentuno: “Volete mangiarci o rubare le nostre provviste?”
“Nessuna delle due” rispose la piccola cicala.
“E allora perché?”
“Cosa vuol dire perché. Non c’è un motivo. Si studia qualcosa perché ti va di farlo”.
Trentuno non comprese e non reputò necessario andare oltre. Ritornò sui suoi passi, ne fece uno avanti e disse:
“Chiedevo se Cri Cri fosse un gran lavoratore” ma le cicale scoppiarono a ridere nuovamente.
Sembravano sceme per quanto ridevano, tanto quanto sembravano belle quando piangevano.
“Voglio dire … cosa faceva nella vita?”
Ma quelle ridevano a crepapelle, che spasso che era Trentuno e lui non lo sapeva, lui era così com’era e come sempre era stato. Non sapeva di essere un comico, almeno nel mondo delle cicale.
Una cicala finalmente rispose: “Mangiava, rideva, piangeva, scherzava e cantava, questo è quello che faceva Cri Cri nella vita. Come tutti-”
“E’ per questo che la piangete? Per questo la ammirate?”
“Per questo” disse la cicala, “ovvio, per questo, per quale altro motivo sennò”
Si chinò per guardare la formica negli occhi o per lo meno, per capire se gli occhi li avesse.
“Cri Cri era la cicala canterina più famosa, qui. Una grande viaggiatrice che si spinse verso il mondo delle formiche e portò grandi storie da lì… grandi storie.”
Ecco cos’era, le cicale non avevano ancora capito che Trentuno fosse una formica. Chissà che storie aveva raccontato Cri Cri sul loro conto.
Gli disse: “Io sono una formica” e quelli restarono impietriti perché, per studiare le lingue degli insetti, studiavano eccome, avevano tanto di quel tempo, ma spingersi verso i loro mondi per vederli, non era cosa facile, bisognava lasciare la città di cemento delle cicale e solo Cri Cri ne aveva avuto il coraggio.
“E’ un onore” disse la cicala, “un onore avere con noi una formica… specie se in vacanza” e risero nuovamente.
“Cosa avete contro le formiche?”
“Nulla, è solo che … tu non sei una formica.”
“Sì che lo sono”
“Lo sei?” si zittirono tutte di colpo.
“Scusa” disse la cicala, “ma è per via di Cri Cri e delle sue storie su di voi”.
“Che storie?”
“Vuoi saperle?”
“Certo” rispose la formica.
La piccola cicala si diresse verso le altre e bisbigliò qualcosa. Poi si voltò e cominciò a cantare.
Iniziò uno splendido spettacolo accompagnato da cento e più cicale che conoscevano a perfezione ogni nota della storia di Cri Cri. Danze e musiche, recite e capriole: Trentuno non aveva mai visto qualcosa di simile prima.
La cicala defunta si era spinta fino al mondo delle formiche dopo aver sentito, un giorno, un uomo rimproverare un bambino che non voleva studiare. Cri Cri a quel tempo viveva nel giardino accanto, dove un certo Signor Mayer s’era permesso di parlar male delle cicale. Cri Cri ne era rimasto davvero deluso perché il canto delle cicale piaceva ai bambini e ad ogni innamorato del mondo. Fu proprio lui a cantare la serenata d’amore quando Mayer chiese alla sua consorte di sposarlo. Ma nonostante tutto Mayer disse al figlio: “Fai come le formiche, che lavorano sodo, e non come le cicale che cantano tutto il santo giorno.”
Così prese fagotto e partì per capire se anche le formiche cantassero e quando arrivò, vide milioni di piccoli insetti scuri sudare come nessun insetto aveva mai fatto. Chiese perché, ma quelli non avevano tempo per rispondere, dovevano lavorare. Cri Cri si appostò su un sasso e per alleviare le loro fatiche, cominciò a cantare. Pensava di far bene e si dispiacque quando seppe cosa pensavano davvero sul suo conto.
Una formica in particolare ogni giorno rimproverava Cri Cri, le diceva di smetterla con quei canti, di lavorare per mangiare perché un giorno sarebbe arrivato l’Inverno.
“Cantare è il mio compito come è vostro compito lavorare. Avete regine e sentinelle, avete guerrieri ma non avete giullari a rendere piacevole le vostre giornate. Forse dovreste …”
“Nessuno, cicala, può venire qui a dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Noi pensiamo al nostro futuro”
Il futuro, il futuro.
“Il futuro non è altro che la vita che va via, il passato è la vita andata… perché, cara formica, non vivi il tuo presente?”
Ma quella non sentiva né canti né parole.
Cri Cri si svegliava a tardo mattino perché cantava tutta la notte. Cercò la formica per intonarle una nuova canzone, ma nessuno l’aveva vista. Dov’era? Lavorava così tanto per il suo futuro che non poteva essere altrove se non lì, a trasportare un pezzo di qualcosa che aveva valutato commestibile. E poi la vide, non più trascinare, ma trascinata. Era morta, accartocciata e tirata via da un’altra formica.
Fece un balzo, Cri Cri, e arrivò fin sopra una foglia in prima fila sulla scena.
“Cosa è successo?”
La formica non si fermò un attimo dal suo eterno trasportare.
“Morta sul lavoro” disse con voce atona e continuò il suo cammino.
“Dove la porti?” chiese la cicala.
“Dove può servire a qualcosa: in dispensa!”
Che si dica male delle formiche, le cicale ne dicono peggio, perché quando arrivò Cri Cri alla città di cemento, la storia venne cantata alla platea che rimase inorridita da ciò che aveva sentito.
“La formica che tanto aveva lavorato per il suo futuro” disse Cri Cri nel monologo finale, “alla fine era morta schiacciata dal peso del cibo che trasportava.”
Che fine orrenda, che orribile spettacolo, ma tutti avevano imparato: il futuro è la vita che va via, il passato è la vita andata, vivi il tuo presente.

Finì il canto, lo spettacolo chiuse il sipario e le cicale fecero un inchino a Trentuno che rimase di sasso.
“Io conoscevo la storia” disse, “ma Dieci l’aveva raccontata diversamente… Cri Cri era morta per il freddo e le formiche…”
Le cicale risero, non vollero ascoltare neanche un’altra assurdità e assicurarono che Cri Cri era viva fino al giorno prima e una lacrima tornò lieve, a ricordare ciò di cui avrebbero cantato la sera, di una cicala sognatrice e viaggiatrice che aveva insegnato a tutte loro la vita.
“Non siamo come voi pensate!” disse Trentuno.
“No?” risposero le cicale, “diccelo tu come siete allora. Dai, cantaci qualcosa!”
Trentuno non ci riuscì, ebbe un blocco che gli fece tremare le zampe.
“Vuoi forse dirci che dovremmo mangiarci a vicenda? Vuoi insegnarci come si sta al mondo?”
“No, ma se io sono qui con voi forse non siamo tutte uguali”
“Dici di no?” rispose una cicala.
“Dicci qual è il tuo nome allora” urlò un’altra.
“Già, diccelo” urlarono tutte in un acuto Si bemolle.
“Trentuno” disse la formica che abbassò la testa, si voltò di spalle e si allontanò tra le risate delle cicale scomparendo qualche passo dopo, tra le foglie.

E allora via, verso il muro di cemento, oltre la collinetta di cavoli e patate, per affacciarsi sulla pianura delle rose e proseguire fino agli alberi di pesco verso i nani di pietra, l’inizio di tutti gli inizi, la fine di ogni libertà.
Trentuno, appena arrivata, non ricevette una grande accoglienza, intenti com’erano tutti a lavorare. Non trovò nessuno ad abbracciarlo, neanche Dieci che accartocciato su se stesso, veniva tirato via da un’altra formica.
“Cosa è successo?” chiese Trentuno.
“Morte sul lavoro!” rispose un’operaia, afona e con lo sguardo nel vuoto.
“Dove la portate?”
“Dove può servire a qualcosa: in dispensa”.
Trentuno, trattenne le lacrime e chiese se poteva portare lui la carcassa: “Dieci era un’amico”.
“La fannullona si è rimessa a lavorare” sogghignò la formica e poi abbandonò il suo lavoro: “Tieni pure, io ho il secondo barbecue dei Jama da andare a ripulire.”
Trentuno trascinava la formica, la portava con grande sforzo tanto da sembrare un’abile operaia, ma lo faceva nel modo sbagliato, nella direzione sbagliata. Chi entrava alla tana doveva sempre tenere la desta sulle operaie uscenti. Il cibo va trascinato dentro, non fuori, come la natura comanda, come la società delle formiche aveva deciso. Urtava le altre formiche senza curarsene e più lo faceva, più Dieci ruzzolava via, ma Trentuno ritornava a prenderlo e continuava.
“Dove vai” gli urlavano.
“Quella è la direzione sbagliata” dicevano.
“Ti farai male e farai male agli altri.”
Ammonivano, correggevano, spintonavano, ma Trentuno non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Qualcuno aveva inventato una storia sulle Cicale e l’aveva raccontata a tutti per paura che le formiche prendessero posizione, per paura che capissero che bisogna anche guardare laddove nessuno guarda e per questo lui avrebbe fatto il giullare, il cantastorie, avrebbe imparato dalle cicale e sarebbe tornato ad insegnare alle formiche che… bisogna piangere i propri morti.
Su una piccola collina, Trentuno sotterrò Dieci ricoprendolo d’erba. Mai, nella storia della terra delle formiche, c’era mai stato un funerale, anche se così povero di folla. Da tanto non si vedeva una lacrima tra i nani da giardino.
Forse Trentuno stava diventando una cicala, o forse, semplicemente, ogni formica ne porta una nell’anima.

Alessandro Cascio

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