Due sorelle e Buffet

On 15/06/2015 by alecascio

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15 Febbraio.

Tornato da uno dei miei viaggi in Francia, i miei amici li ritrovai tutti al lavoro, tutti più maturi, con la testa sulle spalle. Per me erano solo pallosi e basta.
Io non ero uno a cui piaceva lavorare, ma lavoravo ugualmente per sentirmi parte del gruppo che si lamentava di quanto fosse pesante la vita. Io avevo giusto avuto qualche lotta interiore da adolescente against the machine, un paio di denunce per guida in stato di ebrezza, vandalismo e un mucchio d’altre cose che gli adulti ritenevano insane e per me erano solo parecchio fiche.
Prima ci appuntavamo in un diario le ragazze che ci facevamo, io ero riuscito a scopare tre amiche una dopo l’altra per scommessa. Adesso invece si parlava di quanto fossero odiosi i clienti che schioccavano le dita per chiamarci.
“Schioccare le dita è segno che pensano che tu faccia parte della servitù”.
“Se li servi fai parte della servitù” dico io, “forse la parola ti impressiona, ma fai parte della servitù”.
Un cameriere svolge un servizio ed è alle dipendenze di un sacco di altra gente. Servire, dipendenza: è una forma leggera di schiavitù insomma.
“Ma tu che ne sai, che nella vita non fai un cazzo?” mi dicevano quando ripetevo quelle frasi intelligenti da non lavoratore qual ero. Poi, quando mi misi anch’io alle dipendenze di qualcuno, potei dire ciò che pensavo, da uomo vissuto, da esperto in materia.
“Che ti lamenti?” dicevo: “Siamo tutti nella stessa barca”.
E allora sì che mi accettavano.
Avevo scritto un romanzo ed ero finito su un famoso giornale. Mio padre, il generale, mi disse:
“Non sono contento di quel tuo lavoro da frocio, ma almeno non sei finito sul giornale per aver ammazzato qualcuno”.
Non potevi essere scrittore e basta, dovevi per forza fare qualcosa di pratico se non volevi essere scambiato per frocio, che qui in Sicilia era un sinonimo volgare di creativo.
“Se non ti piace il lavoro da cameriere licenziati oppure fai come Geràrd Buffet” dissi a Pablo, così noi lo chiamavamo.
“Chi cazzo è Geràrd Buffet?” rispose.
“Un francese”.
“L’avevo capito che era un francese. Nel senso… che ha fatto?”
E io gli raccontai la storia di Geràrd Buffet usando le mie doti da narratore e gesticolando molto, così come usano fare i siciliani, specie quelli che hanno paura di non sapersi esprimere a dovere.
Raccontai che: “Era un cameriere, uno di quelli che si erano rotti le palle di farsi chiamare Garçon s’il vous plait dalla gente che schioccava le dita, ma doveva campare famiglia e un figlio piccolo e allora rispondeva Voulez vous ordiner quelque chose, monsieur, con la chavalerie che distingueva i camerieri francesi. Ma un giorno, il suo vecchio, che si chiamava Maurice Buffet e con cui aveva litigato da anni per via del suo spirito autoritario, si presentò al ristorante in cui lavorava e chiese Les Escargots schioccando le dita al modo di Lyon, con l’applauso finale. Geràrd le aveva sopportate tutte, ma quella volta…”.
Mario Bersagli era sempre stato molto interessato a quello che raccontavo, troppo, tanto che mi interrompeva sempre: “Gli spaccò le dita?”
“No, non gli spaccò le dita, ascoltami”
“Io gliele avrei spaccate”
“Era suo padre, per Dio. Gli disse di alzarsi e servirsi da solo. Lo accompagnò in cucina e gli disse di prendere quel che voleva. L’uomo si riempì un piatto così e tornò al tavolo soddisfatto. Gli altri, che lo avevano visto, si alzarono e fecero lo stesso. A nulla valsero le lamentele del cuoco, Geràrd si era così rotto le palle che lasciava che ogni cliente facesse il suo porco comodo e si servisse da solo. Si sedette e incrociò le braccia guardandosi lo spettacolo. Lui pensava di star scioperando per via di quel continuo schioccare di dita che reputava un’offesa, invece aveva creato una sorta di piccolo pubblico dietro la vetrina del locale che, interessato all’evento, entrò, prese un tavolo e si servì da solo. Quel posto non era mai stato così pieno, ma ugualmente il titolare, arrivato prima della chiusura, lo licenziò”.
“E non spaccò le dita a nessuno?” chiese Mario.
“No, aprì una Crêperie alle Champs Elysèe con il cibo prêt-a-porter dandogli il suo nome e rendendo famoso nel mondo il Buffet”.
“Se avesse spaccato le dita a suo padre sarebbe stato più fico”.
“Gli spaccò le dita, ok?”
“Ora sì che è una storia come si deve”
Pablo mi diede un calcio sotto la rotula e mi prese nel punto esatto dove il calcio fa più male, in quel punto in cui il dottore picchia col martelletto per controllare i riflessi.
“Aio, che c’è?”
“C’è che tu sarai diventato pure francese, ma qui siamo in Italia e la gente vuole essere servita”.
Ce n’erano così tanti di quei discorsi in una sola settimana che la cosa più pesante non divenne il lavoro in sé, ma il parlare di lavoro, quello ti stressava, se ne poteva fare anche una serata intera bevendo una birra dietro l’altra. Ricordo che in America se parlavi di lavoro fuori dalle ore lavorative ti afferravano per la camicia e ti strantolavano come un lenzuolo al sole.
Ma quella non era né la Francia, né l’America e noi eravamo diventati grandi, eravamo proprio come i nostri genitori: lavoravamo, leccavamo il sedere ai capi e ci sedevamo a lamentarci dello stipendio. Adesso sì che eravamo cresciuti.
Così decisi di ritornare bambino e ricominciai a scrivere, mandai un curriculum ad un network romano e partii da solo per fare un master sperando di poter campare da sceneggiatore. Chiesi a tutti di venire con me, di cambiare vita, ma erano i ventenni più adulti che avessi mai visto.
Avevo un’amica di E-Mail che si chiamava Gaia, una che a dire il vero parlava soltanto di suo padre che era uno stronzo, di quante canne si faceva col suo amico Fabio che secondo lei era frocio ma non lo sapeva ancora.
“Perché pensi sia frocio?” le scrissi.
“Perché ancora non mi si fa” rispose lei.
Per questa frase mantenni l’amicizia senza chiedere neanche una sua foto. Non ne avevo bisogno.
“Sei caro” scrisse lei, ma in verità caro non lo ero per nulla. Una donna sicura di essere piacente a tal punto da considerare dell’altra sponda chi non ci prova, non ha bisogno di mandare foto a nessuno, sta bene nell’anonimato.
A lei mi rivolsi per il primo alloggio e così mi trovò un Bed and Breakfast a Termini, un buco con un letto dentro e la foto di Padre Pio sul muro ingiallito. Una cosa squallida ma a un prezzo così basso che se avesse avuto un cesso l’avrei presa in affitto per mesi, squattrinato com’ero.
All’aeroporto parlavo con una ragazza bionda e con il fratellino che sembrava uno di quei ragazzetti prodigio. Colto com’era correggeva la sorella quando sbagliava i condizionali. Carina lei, ma non presi il numero di telefono per via del piccolo Einstein che le stava sempre attaccato e mi guardava storto, come se io volessi provarci con la sorella, cosa che avrei fatto volentieri se fosse stata figlia unica.
E poi c’era Gaia, che vista da dietro al vetro del Gate 21 era meglio delle tipe che indossano gli occhiali Ray Ban nei cartelloni pubblicitari. Pareva svedese, ma parlava romanaccio e sembrava sempre strafatta. Nonostante le occhiaie, però, era quello che io definirei: una luce nel buio della verginità.
“E lei?”
“E’ mia sorella Celeste” disse indicandomi la ragazza alla sua sinistra.
“Non sapevo che avessi una sorella” risposi soddisfatto del culo di famiglia, tondo, alto e in forma nonostante l’alito alcolico costante.
“Neanche io fino a qualche anno fa” rise e poi mi spiegò la storia sul trenino per la stazione.
Mi dice che erano sorelle di secondo letto, che il padre, Celeste l’aveva concepita con un’altra donna. Loro non sapevano nulla di tutto ciò e si conobbero in discoteca perché…
“Lei stava con Manu che era il figlio del proprietario del locale… che storia… amico di mio padre… che storia. Ma poi uscimmo lo stesso assieme ed io divenni amica sua…”
“Che storia” dissi.
“Già” mi rispose lei e fece per continuare, ma capì presto che della fine me ne importava poco. La stavo prendendo in giro per come gesticolava con la mano destra. La lasciava cadente, la mano, e la scrollava ad ogni “che storia”. Celeste mi interessava di più, lei non apriva bocca, stava seduta e diceva sì o no, nella vita era d’accordo o contraria, non aveva tutte quelle sfumature che aveva Gaia.
“Scusa ma sono emozionata, e quando sono emozionata parlo. Insomma…”
“Prendi fiato” sorrisi tenendole la mano penzolante e lei si mise una mano al petto, fece un respiro profondo e disse:
“Shovinskij!”
“Sono io”
“Insomma, sono di fronte a una persona che credevo non esistesse”
“E invece…”
Il resto del viaggio lo passai in silenzio a guardarle mentre, sedute l’una accanto all’altra, si lanciavano occhiate e ridevano.
Continuarono così fino all’arrivo e lungo le scale del Bed and Breakfast. Gaia era quella che faceva l’occhiolino, Celeste quella che rideva.
Entrato in stanza mi aiutarono ad aprire la valigia mentre una di loro rullava una canna dietro l’altra.
“E allora, parlami di te” mi disse Gaia accavallando le gambe, ed io lo feci nonostante sapesse già tutto. Tenevo un blog con mezzo milione di entrate al tempo e svisceravo tutto anche le cose più illegali.
Cominciammo a fumare e mi venne così duro che non vedevo l’ora che andassero via per farmi una sega, la mia prima sega a Roma. Ingenuo non lo ero, ma avevo due sorelle in camera, non pensavo che sarebbe successo quello successe.
Spingeva la lingua con forza, Gaia, e sentivo le mani di Celeste sui miei jeans con la cerniera rilanciata dalla Rifle per gli amanti del vecchio stile paninaro.
Sentii caldo e bagnato, così tanto che per un po’ pensai di abbandonarmi al piacere e arrossire subito dopo.
Resistetti. Pensai ai baci da bambino, a quelli innocenti che poi vai in giro a vantartene.
Il resto fu solo petting, esplosi in bocca a Celeste e dopo l’ultima canna andarono via. Prima di andare mi lasciarono tre cocci di fumo sul comodino laccato, vecchio di secoli e fetido. A quell’età il sesso non era divertente se non lo raccontavi agli amici.
Mi sistemai un po’ e chiamai tutti gli amici che potevo.
“Ragazzi, qui a Roma si fa la bella vita, qui si scopa che non immaginate. A Roma ci sono le troie”.
“Ma che?” rispose Mario.
“Ti dico… sono stato con due sorelle appena adesso”
“Ma va!”
“Ora stacco che ho poco credito”
Telefonai ancora giusto per rendere partecipe tutti: Giova, Andrea, Patrizio, Marco, Piero, Pablo.
“Lo sapevo già” rispose Pablo, “siamo tutti assieme al bar”.
“Potevate dirmelo invece di farmi spendere tutti sti soldi”
Un po’ mi mancava quel bar, avrei voluto trasferire Terrasini a Roma, impiantarla sopra Fregene con qualche macchinario ultramoderno. Ma poi, quando mi dissero che stavano parlando di lavoro, fui felice di trovarmi tra le troie in un posto sporco quanto l’uomo che avrei voluto diventare a quell’epoca.
Il cielo di Roma sarà assente di stelle, la sera, ma forse c’è un motivo, forse è perché a Roma le stelle non devi guardarle, perderesti del tempo prezioso. Alzare gli occhi al cielo, vuol dire sottrarre lo sguardo alle mille vite che s’intrecciano. Non è difficile se ti convincerai che le stelle sono solo puntini luminosi che non hanno niente da raccontarti, che non hanno niente da darti. Sopratutto nessuna di quelle s’infilerà un dito nell’ano mentre stai penetrando la sorella da dietro.
Non ero sicuro che mi piacesse quel genere di cose, ma era sporco e pensai che un giorno avrei avuto un racconto da farmi censurare e avrei convinto i siciliano che gli scrittori non sono froci. In fondo, fino ad una settimana prima me ne stavo a correre tra i tavoli di un Pub, servo del popolo dei frigo vuoti e del pasto veloce e adesso invece, due sorelle stavano scopandomi in una squallida stanza di un Bed and Breakfast alla faccia di tutti i lavori del mondo. Ed io pensai di essere stato grande, almeno quanto Geràrd Buffet.

A.C.

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