Pray you gay away – L’omosessualità spiegata da tutti i punti di vista

On 24/01/2016 by alecascio

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La clinica di Los Angeles di Joseph Nicolosi è la più nota al mondo per la cura dell’omosessualità. Secondo il famoso terapeuta, l’omosessualità si sviluppa tra gli undici e i tredici anni e non c’è alcun legame con la genetica anche se è vero che scientificamente è stato provato che una regione dell’ippotalamo dei maschi gay è più piccola di quella dei maschi etero.
La terapia non prevede medicine, ma solo l’uso della parola. I maschi gay avranno un terapeuta uomo e le donne gay una terapeuta donna. Si agisce sulla psiche risvegliando il sentimento primario che ha portato il paziente a preferire il sesso gay a quello etero, usando in alcuni casi delle immagini erotiche. Così i terapeuti diventano “il buon padre” (per gli omosessuali di sesso maschile) o “la buona madre” (per le lesbiche), ovvero cercano di colmare il vuoto affettivo che ha portato il soggetto a cambiare orientamento, diventano colui che si prende cura di loro, non quello che non li ha amati. I giovani rappresentano circa il 40% dei pazienti di Nicolosi e colleghi. Su di loro, la percentuale di guarigione è altissima. Dagli studi della nota clinica emerge che la maggior parte degli uomini omosessuali ha avuto una madre dominante e un rapporto assente col padre.
Si può dimostrare che la genetica abbia un ruolo marginale nello sviluppo dell’omosessualità, alcuni bambini possono essere più effeminati di altri, ma saranno il padre e la madre, con i loro comportamenti, ad attivare l’omosessualità nel loro figlio. Un ragazzo deve identificarsi con il padre e sviluppare un legame emotivo con la madre e non viceversa. Si può dire che l’omosessualità rappresenta il tentativo di connettersi con la mascolinità mai avuta. Noi siamo attratti dagli opposti e per l’omosessuale il maschio diventa il suo opposto.

Cazzate, almeno secondo l’organizzazione mondiale della sanità che considera l’omossessualità una variante naturale della sessualità umana. In psicologia infatti, non esiste uno stereotipo familiare dell’omosessuale o della lesbica, ma entrambi hanno i più svariati legami con i genitori, spesso anche ottimi. Nel 1973 l’omosessualità è stata infatti eliminata dall’elenco delle malattie mentali diagnosticabili. Le tesi di Nicolosi non si discostano molto da quelle di Freud ma si rifanno in fondo a una psicanalisi superata risalente agli anni ’20 e agli anni ’50.
Il neuroscenziato inglese Simon Levay ha individuato delle nette differenze tra il cervello omosessuale e quello etero sottolineando il fatto che l’orientamento sessuale non è una scelta.
Il Dottor Wilson, psichiatra americano, afferma che fin dalla tenera età è possibile riconoscere un bambino o una bambina che diventeranno omosessuali già dai giochi. Un maschio che gioca con le bambole avrà il 75% di possibilità di diventare gay da adulto. Non si può comunque togliere una bambola a un bambino e indurlo a giocare con delle macchinine, perché così si crea repressione danneggiando la sua salute mentale. Per questo, la sessualità non può essere indotta dall’ambiente circostante, proprio come la scelta del gioco. In ogni paese del mondo il numero di omosessuali è pressochè simile, è la repressione a fare la differenza. In Iran ad esempio, dove l’omosessualità è punita con la pena di morte, gli omosessuali sono repressi e quindi si pensa che nei paesi arabi ci siano meno gay che nei paesi occidentali, dando la colpa allo stile di vita “frivolo” e alla libertà eccessiva dell’occidente.
Secondo Wilson, al momento della nascita l’orientamento sessuale è già segnato e i genitori non possono determinare se un figlio sarà o no un omosessuale. Per questo, suppone il medico, un bambino che cresce in una famiglia gay non per questo diventerà tale.
In Nuova Guinea sono presenti delle tribù in cui, fino ai 20 anni, i ragazzi hanno rapporti sessuali con adulti per sviluppare la propria virilità. Dopo quell’età, il 95% di loro torna ai rapporti con il sesso opposto creando una famiglia convenzionale.

Cazzate, almeno secondo alcuni studiosi di psicanalisi che sostengono l’attivismo della società nella crescita del bambino. Non si nasce piatti, come sosteneva Freud che diceva “datemi due neonati e farò di uno un santo e di un altro un diavolo”. Se è vero quindi che la personalità di un bambino viene segnata dal rapporto con i genitori (che altrimenti non servirebbero a nulla) è vero anche che quel rapporto segna la sessualità. Freud la chiamava “struttura edipica”. Il figlio è legato al corpo della madre dal cordone ombelicale, questo legame viene interrotto dalla presenza del padre che stabilisce un rapporto emozionale tale da sostiruire in parte l’unico essere al quale, fin dallo sviluppo embrionale, il bambino era legato. Secondo alcuni studi scientifici, l’assunzione di psicofarmaci, barbiturici o pillole dimagranti durante la gravidanza può deviare l’orientamento sessuale del nascituro. Il ruolo dei geni influisce per il 35% nella sessualità del neonato maschio e solo per il 16% del neonato femmina.

Cazzate, sostengono altri psicologi Freudiani.
Anche Freud infatti aveva i suoi dubbi sullo sviluppo della sessualità. “Non abbiamo possibilità di dimostrare che un omosessuale possa essere trasformato in un eterosessuale come non si può dimostrare il contrario” diceva alla fine degli anni 20. Cosa porta un omosessuale a cercare di guarirsi con la terapia riparativa, quindi?
La prima risposta è: ho paura di deludere i miei genitori.
La seconda è: ho paura di non avere una vita felice.
La terza è: va contro la mia religione.
C’è quindi un’unica motivazione: la paura.
Chi invece vive in una società in cui l’omosessualità viene accettata, vive con felicità il proprio orientamento e non ricorre mai a una terapia.
Storicamente, perfino durante la prima era fascista il cosidetto omosessuale attivo non era da mettere al bando, a differenza di quello passivo. L’uomo omosessuale passivo era da punire, la donna da curare in un manicomio psichiatrico. In tutte le società che si basavano sulla virilità, come quella greca e romana, l’attività era segno di forza e per questo, sia gli uomini gay passivi che le donne non avevano un ruolo predominante in società. Focault diceva che “due uomini possono anche far sesso se è una pulsione, ma il problema nasce se al risveglio si ritrovano mano nella mano”.
L’omosessualità quindi, in molti casi era considerata dal punto di vista affettivo e non puramente sessuale.

E l’omosessualità in natura?
Secondo la teoria evolutiva, l’animale tende ad accoppiarsi per riprodursi, ovvero per avere un ritorno vantaggioso dall’accoppiamento. Eppure sempre più scienziati hanno osservato soggetti maschili unirsi con altri soggetti maschili. Nello studio dei pesci gatto si è scoperto che se si mettono in un acquario solo pesci di sesso maschile, questi si accopieranno tra loro. Se inseriamo in un secondo tempo pesci di sesso femminile, per i primi tempi i maschi preferiranno comunque l’accoppiamento con i loro simili, prima di unirsi in seguito con le femmine. Lo stesso vale per le femmine di albatros che tendono a formare delle coppie per allevare i piccoli.
Questo però non basta a spiegare l’omosessualità in natura, giacché il pesce gatto è costretto dall’effetto prigione (l’assenza delle femmine) a sfogare i propri impulsi sui propri simili (come avviene per i cani che tendono comunque a preferire le femmine ma non disdegnao i maschi in alcuni casi) e gli albatros creano più una sorta di società e non c’è un vero e proprio rapporto.
Ci sono però specie animali che dimostrano una preferenza unica per lo stesso sesso. Il 5% dei montoni infatti può essere definito omosessuale e in tutto l’arco della vita non si accoppieranno mai con soggetti femminili. Nei Bonobo, una nota specie di scimmie, si è evoluto un comportamento che vede l’accoppiamento come metodo per far pace. Avviene sia tra maschi e maschi che tra femmine e femmine. Tuttavia questo legame fisico non è mirato al piacere, in quanto dura solo pochi secondi. Si pensa sia quindi una sorta di comunicazione.

Nessuno quindi, sa cosa sia l’omosessualità fuorchè l’omosessuale stesso. E’ lui a percepire le emozioni, lui a gestirle, lui a viverle bene o male, a decidere di provare a “guarire” se lo vuole o a essere felice. E’ vero che in molti casi gli omosessuali hanno rapporti conflittuali con i genitori, ma è vero anche che una quantità abnorme di eterosessuali sono cresciuti senza un padre e una madre. Credo fortemente che l’omosessualità sia un misto di genetica e psicologia, qualcosa che può avvenire da piccoli, da adulti e che abbia differenti spiegazioni come qualsiasi altra emozioni: rabbia, felicità, tristezza, esaltazione. Non voglio dire che l’omosessualità sia un’emozione, ma un modo di percepire non solo la sessualità, ma la vita intera.
Da eterosessuale, ho un attrazione fortissima per le donne, eppure sono stato cresciuto per lo più da donne. Secondo alcuni studiosi io dovrei essere un omosessuale e invece …
Per esperienza personale, qualcosa che può avere mille spiegazioni non ne ha nessuna e non comprendo per quale motivo l’uomo debba sempre tenere sotto controllo tutto.
In un mio romanzo scrivevo: “Felicità è saper guardare il cielo senza volerlo esplorare, saper guardare la Luna senza volerla toccare, saper guardare il mare senza volerlo attraversare”.
La frase non piacque a tutti, ma quel che volevo dire è che a volte accettare l’esistenza e godere della vita senza per forza dover imperare su tutto è un modo semplice ed efficace di vivere.
Provateci.

Alessandro Cascio

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