Dakota

On 16/10/2016 by alecascio

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Mi ero reso conto, con l’andar del tempo, che ogni cosa si fermava quando mi fermavo io. Dapprima, sbadato qual ero, mi inginocchiavo ad allacciarmi le scarpe e chinavo il capo osservando i lacci per non legarli in modo maldestro, ma un giorno capitò che tanto m’ero fatto prendere la mano da quel dentro, fuori, tira, gira che con una piccola porzione di sguardo riuscii a scorgere il mondo immobile ad aspettare che riprendessi il passo. Quando alzai gli occhi completamente, tutto era tornato alla normalità e in cuor mio pensai che, pure se astemio, dovevo aver bevuto troppo.
“S’erano fermati tutti, Dakota” dissi al mio canarino, “le auto, la gente sui marciapiedi e c’erano foglie fluttuanti a mezz’aria”.
Mi sedetti sul divano, dove ormai passavo gran parte delle mie giornate e “ti giuro che ho visto ciò che a nessun altro è concesso di vedere” dissi.
Dakota cinguettò, non lo faceva spesso per questo mi sembrò che volesse parlarmi o che fosse piacevolmente preso dall’argomento.
“Forse quella forza che governa questa macchina s’è distratta ma io ti giuro amico mio che ho avuto come l’impressione che i miei occhi manovrassero ogni cosa avessi attorno”.
La foglia, specie quella, cominciò a risalire sfidando la gravità e in quei pochi attimi in cui fu sotto il mio controllo, potei rivedermi in lei, nei suoi colori sbiaditi, nella solitudine di uno scorcio di natura che abbandona la bellezza per diventare spazzatura.
Guardai Dakota fisso in un occhio soltanto perchè quell’altro lo aveva da tutt’altra parte:
“Credi che sia pazzo, non è così?”
L’idea che il mio pensiero desse vita al mondo circostante non mi abbandonò per giorni, sfogliai decine di libri ma non c’era nulla di scientifico a riguardo e ogni parola sull’argomento era rimata o impostata in prosa da un filosofo scomparso. Non ne capivo molto di fisica, di energia, di universo, quindi mi affidai al mio istinto. Mi fermavo di colpo durante una passeggiata e scostavo lo sguardo da tutto e tutti. Poi d’un tratto aprivo gli occhi e loro erano lì a guardarmi in modo strano o ad ignorarmi come sempre facevano. Il problema era il seguente: cosa succedeva quando i miei occhi erano chiusi o quando le mie orecchie erano tappate? Non c’era modo di saperlo perché tutti e cinque sensi erano implicati in questa sceneggiata della vita, una storia che io avevo creato e che continuavo a creare giorno dopo giorno perché tutto, ne ero certo, era solo ciò che pensavo che fosse. Lo avevo visto con i miei occhi. La foglia, non volevo che abbandonasse quell’albero.
Io e Dakota passammo giorni a farci venire un’idea in mente e lui ci teneva a farmi notare che forse la solitudine mi aveva spinto a una irrimediabile paranoia dalla quale non sarei mai più uscito.
“Forse è paranoico pensarci così intensamente e non dormirci la notte, amico mio, ma non ero in paranoia quando ho visto ciò che ho visto. Ti dirò anzi che m’ero fatto una lunga passeggiata al parco, avevo mangiato bene da Fabianne, cotoletta al forno, ed ero proprio di buon umore”.
Che ci crediate o meno, la realtà dei fatti è che quando siete impegnati in qualcosa, in un’attenta conversazione o siete concentrati su ciò che fate non sentite alcun rumore e quando lo sentite è perché per un attimo vi siete distratti. Pensateci bene, non è il rumore a distrarvi ma la vostra distrazione a causare il rumore. Così mi accorsi che a quell’ora tarda e a dieci passi dalla finestra, il mondo fuori aveva le stesse intensità sonore del buio universo profondo.
Feci dieci passi avanti di fretta e osservai fuori. La vista era proprio come me l’aspettavo. Un albero alla mia destra di cui non avevo mai conosciuto la famiglia e il ceto sociale, un vialetto sdrucciolato che attraversava giusto quattro verdi aiuole ben tenute dalla vicina, casa dei Gardner dipinta di rosso porpora e la strada.
Casa dei Gardner dipinta di amaranto, per l’esattezza. O forse a guardarla bene, color prugna, scarlatto, vermiglione, blu.
“Possibile che non mi sia mai accorto che fosse blu, Dakota?”
Cinguettò, non credo che lui vedesse bene i colori quanto me, per via del suo status di canarino che questa esistenza gli aveva concesso, così uscii sul portico e mi avvicinai alle mura dei Gardner senza far rumore.
“E’ blu” dissi a nessuno. Ma era blu davvero e se qualcuno mi avesse sentito non avrebbe potuto fare altro che constatare la veridicità delle mie parole.
Non era possibile che quel colore fosse cambiato così, di giorno in notte dopo tutto quel tempo, ma del resto era il mio colore preferito, mi ricordava la mia isola.
I Gardner, chissà se m’ero inventato anche quelli come il colore della loro casa, così bussai sicuro che nessuno avrebbe risposto, bussai insistentemente e come immaginavo, nessuno mi aprì.
Corsi in casa e ancora affannato dissi:
“Dakota, che ti avevo detto? Non c’è alcuna famiglia Gardner in questo posto, è finto tutto, finti i colori, finte le persone. Ho capito come inceppare la macchina, ho capito come fare”.
Presi il cappotto e mi diressi verso il centro perché sapevo che una volta consapevole che tutta la mia vita fosse soltanto il riflesso di un pensiero, sarebbe scomparsa e riapparsa in mille forme. Adesso avevo la chiave, la consapevolezza e ne ero felice. Le auto diventavano cavalli con carrozza, tutte le vetrine esponevano dolciumi ed erano addobbate per il Natale, che sarebbe venuto da lì a sei mesi, ma poco importava, io adoravo il Natale. Dakota non era un canarino, ma un cane, uno splendido cane parlante che m’inseguiva correndo e urlando:
“Cerca di andare a rilento, non devi per forza stravolgere tutto, ci sarà pure qualcosa che si salva”.
“Cosa importa Dakota, pensa a divertirti, in quel negozio all’angolo danno bocconcini gratuiti ventiquattrore su ventiquattro”.
“Non c’è alcun negozio all’angolo” rispose Dakota.
“Certo che c’è, ha un’insegna luminosa, verde, viola, gialla, sì, di un giallo dorato che spicca perfino sul cielo stellato”.
Dakota corse a mangiare, felice di poter correre perché d’altronde era stato uccello di gabbia e non aveva mai potuto volare.
Ma ci pensereste voi, se vi dicessi che di tutto ciò che potevo cambiare, mi misi in testa di cambiare anche il cielo. La Luna, per esempio, perché era tonda e non quadrata?
Nonostante sapessi per certo ormai che fosse anch’essa una mia invenzione, si ostinava a rimanere tonda. Questa cosa mi disturbò, perché voleva dire che c’era ancora qualcosa di sconosciuto nella mia vita e mi sentii come assalito da un’assurda irrequietezza.
“Cosa di turba, padrone?”
“La Luna, Dakota, posso cambiare tutto quanto, ma non il cielo e la Luna”.
“Forse il cielo non risponde alle regole della terra”.
Il cielo non mutava il suo manto e non potevo immaginare un’aurora boreale e vederla rappresentata in quel mammamia di variazioni.
E insieme ci addormentammo in una morbida distesa di nuvole all’odore di vaniglia.
Giorno dopo giorno mi accorsi che quella nuova consapevolezza non era poi così divertente come credevamo io e Dakota. Ce la spassammo per giorni, visitammo Parigi, Londra, Bangkok senza neanche muoverci d’un passo, tutto ciò che desideravo mi appariva e potevo suonare il sax seduto s’un braccio del Cristo di Rio o il pianoforte posto al centro di Piazza Tien a men, tutto con grande maestria. Le note del piano di castagno risuonavano come quelle di mille pianoforti, ma ero comunque più solo di prima.
“Gli altri, Dakota, credi che esistano degli altri oltre me?”
“Solo se qualcuno desidera vederti”
“Dici che è per questo che sono solo a questo mondo, perché nessuno sa che esisto?”
“O nessuno prova a immaginarti”
Non m’ero accorto di aver passato tutto quel tempo da solo con me stesso da non considerare più la presenza dei miei simili e perfino la mia immaginazione si rifiutava di creare rappresentazioni di uomini che condividessero il mio spazio. Apprezzavo la schiettezza di Dakota, mi colpiva in fronte come un sasso a volte, ma era comunque l’essere più vicino a un amico che avevo e gli amici sono sassi.
Suonai una sonata triste, una ninna nanna senz’anima e immaginai gabbiani volteggiare in cielo a tempo disegnando splendide coreografie.
Sentii un applauso, dapprima ringraziai Dakota per quel gesto ma quando riflettei sul fatto che lui non aveva le mani, mi voltai e vidi una gonna svolazzare dietro l’angolo.
“Aspetta” urlai.
Le corsi dietro, lo feci coi miei piedi nonostante potessi immaginare scarpe volanti: “Aspetta, ti prego, se ti piace la mia musica posso suonarla ancora”.
Ma quando raggiunsi l’incrocio era come svanita nel nulla.
“Dakota” chiamai, “dove sei?”. Lo cercai come un bambino cerca la madre.
“Cosa c’è” disse, spuntato fuori da un’aiuola, “ero in bagno”.
“Ho visto una donna, giuro che ho visto una donna”.
Poi m’inginocchiai, sfinito, come se avessi corso cento chilometri con un piede solo. L’avevo solo immaginata, come tutto il resto.
Avevo desiderato la mia vecchia casa e quel vecchio divano comodo dov’ero solito sedermi. Mi riposai per giorni, non uscii neanche e non avevo intenzione di farlo per almeno un altro mese. Avevamo fatto tutto ciò che era possibile, volare perfino, avevamo volato intorno al mondo anche se Dakota, impaurito, mi aveva supplicato di non farlo mai più.
“Cosa si prova ad essere un bambino, Dakota?”
“E’ mille volte meglio di essere un cane, ma anche mille volte più difficile.”
Non lo avevo tramutato come di solito tramutavo tutta la materia attorno a lui, semplicemente s’era evoluto una mattina e non ne sembrò sconvolto.
“Non ti farò mai diventare un adulto, non crescerai mai più di così”.
“Perché?” domandò, “cos’ha l’adulto che non va?”
“L’adulto, piccolo mio è una bestia strana, fa il petto grosso per sembrare forte, lo sguardo gelido per sembrare impenetrabile eppure mendica affetto ed attenzioni, ma di nascosto, con stratagemmi insani per non svelare la sua vera natura”.
Fece un viso spaventato, digrignò i denti e allora lo rassicurai:
“Non aver paura, piccolo, non diventerai mai un adulto tu”.
Scese dalle mie gambe, prese un foglio e fece un tondo. Ci mise due punti sopra, gli fece un naso grosso come una patata e delle orecchie che sembravano due ombrelli.
“Tieni” disse, “questo sei tu”
Tramutai il mio viso nel modo in cui lo aveva rappresentato.
“Allora, Dakota? Sei sicuro che sia io? Non sembro uscito da un film dell’orrore?”
“No” rise, “sembri buffo invece”
Poi mi diede un abbraccio e si addormentò con me.
Passeggiammo per le vie del centro, un centro inventato da me in una città inventata da me in cui ogni cosa era una giostra e ogni negozio un negozio di giocattoli. Dalle torri dei castelli, delle campane suonavano come carillon e per un attimo mi sentii felice.
“Il piano” chiese Dakota, “non vedo più alcun piano, cosa ne hai fatto?”
“L’ho dimenticato”
“Non dovresti dimenticare i tuoi sogni per avverare i miei, perché non suoni qualcosa e non fai ritornare la donna con la gonna a farti compagnia?”
“Non è mai esistita una donna e quella gonna era aria che svolazzava all’aria”
“Ma tu l’hai vista, proprio come vedesti la foglia tornare sull’albero. Mi hai insegnato tu che bisogna credere sempre a ciò che vogliamo vedere”.
Fu lui stavolta a immaginare qualcosa per me e io, su quel pianoforte rosa con la proboscide che s’era inventato, mi sedetti solo per amor suo. Suonai Chopin, caldo e poetico e dietro a me sentii un divertito applauso.
“Adesso basta, sono stanco” dissi.
“No, ti prego, continua” sentii una voce femminile esortarmi: “Non avevo mai sentito la musica in vita mia prima di incontrarti”.
“Chi sei?” chiesi.
“Cosa importa?”
Cercai con gli occhi il piccolo Dakota, ma non ce n’era traccia neanche sulle giostre.
“Un bambino” domandai, “hai visto un bambino alto così? Aiutami a cercarlo, aiutami”.
Mi sorrise, sembrò non capire le mie parole.
“Dakota” urlai e perso nelle strade che io stesso avevo creato, cercai in vano il piccolo senza trovarne traccia.
La donna mi prese per mano e mi attraversò un senso di pace che non avevo mai provato prima:
“Sono io, quello è il mio nome” rispose lei, “forse è me che stai cercando”.
E lì compresi che possiamo fare a meno del mondo intero, ma non possiamo rinunciare al riparo di un amico, alla tenerezza, all’amore.
A.CASCIO

 

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