L’uomo che spia

On 06/03/2017 by alecascio

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Lo vidi aggirarsi sospettoso attorno casa mia per la prima volta il 16 Aprile, da quel giorno con cadenza settimanale tornava ad osservare ogni centimetro della mia proprietà con quegli occhi scrutatori e attenti a ogni dettaglio. Mi sentivo deturpato della mia libertà, come se stesse facendo uso di qualcosa che mi apparteneva pur non toccandola con mano. Nessuna legge vieta di guardare, ma quel tipo di sguardo, pensai, dovrebbe essere per lo meno multato se non punito con la detenzione. Aveva in testa un cappello d’altri tempi, con una visiera circolare e bombato al centro, indossava un cappotto nero o di un blu lord molto scuro e teneva sempre le mani in tasca. Non so dire esattamente quanti anni avesse, ma di certo non era un giovanotto. Forse quaranta, forse cinquanta, conciato com’era era difficile attribuirgli un’età. Nonostante tornasse di rado ma puntuale, non riuscivo a smettere di pensare a lui, la puntualità quasi maniacale, era quella che mi metteva più in agitazione. Aspettavo impaziente il Mercoledì per incontrarlo anche se a dovuta distanza e nascosto dalla mia finestra. La quasi totalità della mia mente si era concentrata su quella figura e m’aveva portato via pensieri sani ed energia.
“C’è qualcosa che non va, Professor Kane?” mi chiese il mio giovane apprendista mentre sistemavo le scartoffie per la lezione dell’indomani, “da un po’ di tempo la vedo stanco e poco concentrato, quasi non le importasse più della letteratura. Ha chimato Fitzgerlad, Fritz lang ieri a lezione e nonostante la gravità dell’errore non se n’è neanche accorto”.
“No, nulla di che” risposi al ragazzo, ma poi mi soffermai sulle sue larghe spalle e il suo grosso petto e mi resi conto che non avrei potuto confidare le mie paure a persona più affidabile. Se fossi stato in pericolo di vita, un uomo così possente mi sarebbe tornato utile.
Gli raccontai dell’osservatore misterioso, narrai con profondità il mio stato d’animo disegnando l’uomo con tratti ben più duri di quelli che avevo realmente notato per procurare allarme nel mio giovane ascoltatore.
“Ha allertato la polizia?” mi chiese e non posso negare che mi aspettavo quella domanda.
“Per cosa, ragazzo, per osservazione indebita dall’altro lato della strada? Siamo seri, mi prenderebbero per matto e lui potrebbe inventare una storia qualunque e dileguarsi per poi farmela pagare più amaramente”.
Gli chiesi di passare a bere qualcosa quel Mercoledì, per darmi un personale parere. Non avevo nè pistole nè forze dalla mia parte, forse neanche un briciolo di obiettività e un parere estraneo poteva darmi un’idea della gravità della situazione. Forse non c’era nulla da temere, forse era solo interessato alla mia villetta a schiera, ma dubitavo fortemente che il mio prato malcurato e il mio colabrodo a quattro ruote potessero spingere qualcuno a non disertare un giorno l’appuntamento col proprio interesse.
“Che te ne pare” chiesi al mio apprendista quando l’uomo apparì quel Mercoledì di Giugno, “non ho mai visto una tale costanza neanche in un adoratore di Van Gogh, eppure non ho girasoli in giardino e la casa non ha alcun colore sgargiante”.
“Ci vede ma la cosa non sembra turbarlo” rispose il ragazzo, “fosse un maniaco non starebbe di certo a guardare lei, con tutto il rispetto per il suo aspetto e aggiungo che non possedendo ricchezze evidenti, sempre con rispetto parlando, non saprei dirle quali siano le sue intenzioni nei suoi confronti, professore”.
“Non ho nemici” lo rassicurai, “sono un uomo onesto da un passato piuttosto lineare, non c’è cosa che io abbia fatto che possa stimolare una vendetta da parte di detrattori”.
Mi versai dell’altro scotch, ma quando feci per riempire il bicchiere del ragazzo, l’uomo cominciò a camminare verso di noi. Non si diresse alla porta, ma alla nostra finestra, anche se chiusa.
Aveva sempre la stessa espressione passiva che non mostrava rabbia nonostante i suoi passi veloci e cadenzati dimostrassero il contrario.
Quando si trovò in prossimità dell’aiuola che separava il prato dal vialetto si fermò e disse: “Professore, non si ricorda di me?”
Tirò fuori qualcosa dalla tasca, di fretta ci buttammo sul pavimento e ci coprimmo la testa. Poi sentimmo uno boato, i vetri in frantumi ci riempirono i capelli di cocci, rimanemmo paralizzati per dieci minuti abbondanti, meravigliati di essere ancora vivi.
Nè io né tantomeno il mio apprendista avevamo intenzione di alzarci da terra ma sapevamo che prima o poi avremmo dovuto farlo, la domanda stava nel quando.
Il più giovane di noi fu anche il più coraggioso.
“La bottiglia, professore”.
“E’ sul tavolo, accanto ai bicchieri, ma non mi sembra il momento adatto per bere, non ti pare?”.
“So dove si trovava, ma adesso è in terra in mille pezzi assieme al vassoio e ai suoi flute o a quel che ne rimane”.
Mi alzai anch’io o meglio, mi misi a quattro zampe ancora stordito dal colpo in testa preso tuffandomi sul pavimento e mi guardai intorno.
“E lui, lui dov’è?”
“Non so, signore, ma la finestra è intatta, credo che abbia trascinato con sè il tavolino quando mi ha spinto in terra per lo spavento”.
La mia storia doveva avermi persuaso tanto che al minimo segno di pericolo avevo pensato al peggio. Nessuna pistola aveva sparato e noi per fortuna eravamo ancora vivi e senza graffi. Di bicchieri ne avevo in grande quantità e lo scotch era ancora legale ringraziando il cielo, l’avrei comprato l’indomani, forse avrei preso qualcosa di più forte.
“Hai visto anche tu, ragazzo, ha tirato fuori qualcosa dalla tasca, io volevo… insomma, io volevo solo salvaguardarti”.
Il giovane un po’ imbarazzato mi chiese se volessi il suo aiuto per rassettare, ma “hai già fatto abbastanza per oggi” risposi, “tornatene pure a casa, ci vediamo domani in aula”.
Mi accostai alla finestra con molta cautela, non ero di certo un tipo coraggioso, ma non me n’ero mai vergognato troppo. Come diceva il padre di mio nonno, un saggio che aveva fatto ben due guerre: “Chi fugge vince sempre”.
Non avevo ben chiaro quale fosse stato il suo ruolo tra i soldati, ma di certo so che non aveva da mostrare alcuna medaglia al valore. Lui, per intero, era la medaglia più preziosa che possedeva.
Non vidi l’uomo vestito di nero per giorni, ma non me ne curai troppo giacché il suo appuntamento con me era il Mercoledì e non aveva mai sgarrato di un minuto. Così mi adagiai beato in una discreta tranquillità che scemò man mano che si avvicinava il giorno dell’incontro, un incontro che non avevo mai programmato ma del quale più che mai ero deciso a chiarirne l’origine.
Sarei andato da quell’uomo con una grossa mazza da baseball e l’avrei sventolata di fronte al suo naso una volta per tutte.
Ma non fu così, come volevasi dimostrare mi ritrovai nuovamente alla mia finestra col mio bicchiere pieno a osservare quello sguardo malato e assassino. Mi voltai solo per aggiungere un cubetto di ghiaccio al mio scotch, poi tornai alla mia postazione e non vidi altro che una strada vuota e un marciapiede colmo di foglie secche.
“Ha fatto in fretta oggi” pensai, ma proprio quando stavo per cantare vittoria sentii bussare alla porta. Due colpi decisi, poi altri due. Tra i primi e i secondi passò quell’arco di tempo che di solito la gente educata lascia passare per non disturbare eccessivamente.
Dallo spioncino vidi quel grosso cappello nero e finalmente, chiara, anche la figura dell’uomo misterioso che ondeggiava nervoso quasi fosse diventato di colpo da predatore a preda.
Mi feci forza, decisi di affrontarlo, per questo posai la mia mazza laddove potessi afferrarla con prontezza e aprii la porta.
“Chiedo scusa” disse l’uomo con una voce sottile, “non vorrei sbagliarmi, ma lei è il professor O’Neill, insegnava letteratura alla Hamilton se non sbaglio”.
“Potrei esserlo ma anche no, dipende da chi vuole saperlo”
“Non sa quanto l’ho cercata” rispose sicuro che fossi io l’O'Neill di cui parlava, del resto se non lo fossi stato avrei risposto con un secco “no, mi spiace, ha sbagliato”
“Chiedo venia per i miei modi poco convenzionali, ma non ho molto a che fare con la gente di città, anzi, devo confessarle che non ho proprio a che fare con la gente ultimamente. I miei compagni sono le mie bestie”.
“Possiede dei cani?” osservai nelle vicinanze sperando che non ci fossero animali da far accomodare oltre lui.
“No, sono un allevatore di bestiame. La cercavo per darle questo”.
Di nuovo quella mano in tasca, ma stavolta il suo viso sembrò rassicurante, quindi lo lasciai fare.
“Un quaderno?”
“Pressapoco” rispose, “guardi la foto che c’è dentro, è lei quello non è così?”
Ero io o il fantasma giovane e bello di un me passato che non sarebbe più tornato. Come mai andasse in giro con una mia foto era un mistero che ero pronto a fargli svelare, anche se lui mi anticipò.
“Gliela scattò mio figlio, lei era il suo professore. Si chiamava Liam, si ricorda di lui?”
Avevo avuto tanti di quegli allievi in vita mia che era difficile ricodarseli tutti, specie dopo tanto tempo.
“Cosa fa ancora lì, si accomodi pure” gli dissi.
Gli avrei fatto un lungo interrogatorio. Gli avrei chiesto come mai si era presentato per mesi ogni Mercoledì e come mai, poi, giusto quel giorno e a quell’ora.

Continua …

 

A.Cascio

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