Voi non potete capire (Riina non merita alcuna morte dignitosa se non in galera)

On 06/06/2017 by alecascio

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Per chi come me e le persone a me vicine non ha vissuto nel triangolo mafioso è difficile comprendere quanto la scarcerazione di Totò Riina ferirebbe tutti noi che in prima persona abbiamo tastato la sua ferocia. Comprendo bene quanto ognuno, oggi, con uno strumento di comunicazione a portata di mano, creda di avere il diritto di dire la sua, ma non è così, ve lo garantisco, è la parte lesa a doversi esprimere, noi che la vita ce la siamo vista segnare per sempre, noi che abbiamo visto le nostre terre bruciare e la nostra gente morire, noi che nel triangolo mafioso ci siamo cresciuti.
Da piccoli si andava col motorino a vedere i morti ammazzati prima che arrivassero i giornalisti per poter scorgere i fori di proiettile da vicino, quando Riina e i Fardazza erano in guerra perché nel mio paese la mafia locale non voleva lasciar spazio agli altri e allora si ammazzavano tra loro in pieno giorno, di fronte alle scuole elementari o al panificio in cui andavo a comprare i panini da imbottire. Durante la guerra di mafia queste strade erano assediate dai militari, c’erano le torrette con dentro giovani impauriti con i mitra a tracolla e tutto il giorno i camion con dentro i soldati pattugliavano ogni zona. In particolare ricordo un ragazzo che nella cabina all’angolo della fontana principale doveva passarci tutta la notte fino alle sette del mattino, ricordo il coprifuoco, ricordo che, anche se poco più grande di noi, ci chiedeva di tornare a casa e di rispettare gli ordini e noi, coraggiosi e stupidi, lo rassicuravamo, gli dicevamo che gli avremmo fatto compagnia. Ricordo quando Riina fece ammazzare il padre di un amico, un brav’uomo che lavorava la terra, solo per mandare un avvertimento, per far capire che si poteva ammazzare chiunque e in qualsiasi momento. Fece sterminare la famiglia di mio zio e lui lo fece sciogliere nell’acido, giusto perché aveva fatto troppe domande sulla morte del padre. Non erano santi e non li rimpiango, ma a otto anni certe cose nessuno dovebbe mai viverle e lui era il mio eroe, il mio Cristopher Reeves del vecchio Superman, anche se in famiglia ci è vietato parlarne. E poi quel giorno in cui Falcone morì eravamo tutti in piazza con gli amici, noi la strada per Capaci la percorriamo ogni settimana e anche di più, quel monumento ai caduti lo vediamo ogni giorno e ancora non ci siamo abituati. Gli amici che erano in autostrada e che sentirono il boato ci raccontarono la maestosità dell’evento, noi c’eravamo, noi lo abbiamo visto e sentito. Ricordo che eravamo alla casa al mare quando Borsellino morì e ricordo gli adulti piangere e ripetere “è finito tutto”, perchè Paolo era una sorta di padre per tutti noi, una speranza: quelle lacrime solo noi possiamo comprenderle. Ricordo quell’amico che sembrava non entrarci nulla con la mafia crivellato di colpi di fronte casa sua e il tizo in pizzeria che si vantava di aver battuto a calcetto il figlio di Don Totò U Curtu, al campetto dietro l’angolo, a circa duecento metri da dove sto scrivendo. E ancora l’amico di sempre, in vespa con me, eccitato per un nuovo omicidio perchè a 14 anni sembra tutto un gioco, arrampicato sulla ringhiera osserva un corpo esanime pieno di sangue e a pancia in su, si volta verso di me e mi dice:
“Cazzo, Ale, è mio zio”.
Il più bel ricordo della prima elementare fu il saggio che feci con la scuola del mio paese, allo stadio, per salutare il generale Dalla Chiesa che dopo il nostro ballo si alzò e ci applaudì. Io ero vestito da albero e ballavamo La Primavera di Vivaldi, spuntavo nell’adagio intermedio, romantico e tenue coi violini che echeggiavano e graffiavano gli altoparlanti. Braccia aperte, un inchino a destra, uno a sinistra, ancora una volta, poi giù: saprei ballarla ancora oggi. Venne ucciso dalla mafia poco più di due mesi dopo, il Generale, quel personaggio enorme e d’altri tempi per cui volevamo fare bella figura, Venne crivellato di colpi con un Kalashnikov AK47, un fucile da guerra sovietico. Morì in auto assieme alla moglie e quella non fu una morte dignitosa.
Ero a Palermo a festeggiare le forze dell’ordine quando questa bestia che non merita un briciolo di compassione fu stanato dalle teste di cuoio, ce ne stavamo tutti assieme a urlare onorando le forze dell’ordine con un applauso, eccitati per le vie in cui eravamo andati a fare shopping a basso costo. Noi la mafia la odiavamo e ne parlavamo apertamente, ma non potete comprendere l’omertà e i rimproveri di chi ci vedeva gioire.
Se ne doveva parlare ma non troppo a lungo e non di fronte ai vecchi mafiosi del paese, altrimenti ci rimproveravano.
Quindi, quando sento che quel verme secondo qualcuno merita una morte dignitosa io vi dico di no, vi dico che non gli basterebbero dieci vite per rimediare al male che ha procurato, vi dico che una belva che non si è mai pentita, non ha mai chiesto scusa e che nonostante gli ergastoli pianifica la morte di altri due innocenti con la sua dama di compagnia durante l’ora d’aria, deve morire come un sorcio in una fogna, con le stesse cure che si darebbero a un sorcio, con la stesso fetore attorno che ci sarebbe in una fogna.

Alessandro Cascio

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Questa è una foto rara, tratta da un TG RAI dell’85. In quell’anno, a pochi chilometri da qui, nella località balneare di Pizzolungo, un’autobomba esplose nel tentativo di uccidere il giudice Palermo. L’attentato non riuscì, vennero uccisi invece una madre di 30 anni e i suoi due gemelli di 6 anni. Furono ridotti in brandelli. Uno di quei brandelli volò fino alla casa di fronte, altri furono catapultati in quell’albero che vedete. La macchia di sangue in bella vista è causata dai resti di uno dei due bambini. Il mandante fu Totò Riina. Loro non hanno avuto una morte dignitosa. 

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Morire nel proprio letto, a casa propria, per un boss è un onore che viene ricordato nel tempo dalle famiglie mafiose. Famoso boss morto nel proprio letto è U Zu Nenè (boss partinicese, Lo zio Nenè) di cui ancora oggi si parla proprio per questo motivo. E’ visto quasi come un eroe: “U Zu Nenè è morto a casa sua, c’a misi nu culu a tutti”.
A chi ha condiviso questa vignetta pensando di appoggiare la scarcerazione di un moribondo:
come il vignettista in questione che vive nel suo guscio fatto di carta e penna, anche voi avete un senso vago del pericolo, di quanto una sua sola parola conti molto per i mafiosi e suoi fedeli, di quanto la teoria del rispetto vada oltre le capacità fisiche ormai minime di un boss come lui.
La teoria del rispetto mafioso vuole che se Riina ordini l’omicidio di qualcuno, si eseguano quegli ordini senza fiatare e lui, la belva, ha molti conti in sospeso da sbrigare prima di morire. Solo tre anni fa diceva a un suo compagno di carcere: “Di Matteo lo faccio finire peggio del giudice Falcone” e poi ancora “Don Ciotti lo dovremmo ammazzare”.
Il buonismo di chi non ha la vaga idea di cosa dice potrebbe portare e porterebbe di certo (anche dopo la morte di Riina) all’uccisione di qualcuno. Il codice mafioso vuole che se un ordine è stato impartito, dev’essere eseguito quando si presentano le occasioni favorevoli. La condanna a morte emanata da un boss è come la sharia, una volta emessa nessuno può più toglierla.
Noi non siamo come lui, noi siamo contro le mafie e contro le stragi, contro la violenza e contro ogni soppruso e per questo gli auguriamo di morire in galera, perché ergastolo vuol dire “carcere a vita” ovvero “carcere finchè non muori”. La costituzione dice “diritto a una morte dignitosa” e non “libertà” e le forze dell’ordine stanno eseguendo la legge alla lettera nel rispetto delle regole curando un assassino meglio di quanto cureranno voi quando ne avrete bisogno. Ogni condivisione di questa vignetta, buonista, un luogo comune che spazza via anche le più lontane scelte del processo di Norimberga, è un’offesa al popolo siciliano che ha dovuto sopportare le angherie di questa gente per 50 anni. Se un omicidio a suo nome dovesse avvenire, lo Stato se ne laverà le mani come è solito fare, ma voi dovrete ricordare almeno le vostre prese di posizione.
Almeno siatene coscienti, ogni vostro click per la condivisione e il successo di questo ignorante è un’offesa a noi.
Noi non siamo come lui, è un nostro diritto vederlo marcire in galera.
Voi che condividete, come chi ha disegnato, non siete migliori di noi, è un nostro diritto essere arrabbiati.

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