Cechia Novels: Bottiglie piene su aerei di linea – di A.Cascio

On 26/07/2017 by alecascio

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Adam mi chiama al telefono pubblico posto nella hall, un apparecchio vintage con cornetta e tastiera a disco, uno dei pochi al mondo che ancora trilla e non squilla, non vibra, non suona. Quel fracasso ti sbatte in faccia la storia del mondo, è imponente, ti sembra quasi che ti stia chiamando il presidente o un importante produttore di Hollywood. Ma invece è solo Adam che mi chiede di andare a casa sua perchè c’è un’italiana che cerca compagnia.
“Perchè ci hai messo tanto a rispondere?” domanda.
“Stavo ascoltando il telefono trillare, mi piace il rumore che faceva l’essere desiderato da qualcuno negli anni ’60″.
Adam mi spiega il modo più facile per raggiungerlo, poi riattacco pensando a come si scrivano le strade che ha pronunciato.
Un uomo con i capelli stressati entra con un foglio dei conti e si scaglia contro la piccola bionda che gestisce il pollaio in cui alloggio. Non capisco molto ma a quanto pare la ragazzina è in rosso e deve dei soldi a quello che si passa una mano in faccia e urla in ceco, che è come se ti urlassero contro due tedeschi o tre arabi o quattro italiani o cinque inglesi o novantuno francesi.
Ho rubato sette salsicce al buffet organizzato di sotto e le ho ancora in tasca. E’ una colazione tutto a volontà che, se hai uno stomaco poco capiente e un reflusso facile, ti penalizza rispetto alla maggior parte dell’altra gente che frequenta il posto, penalizza me rispetto a quel vaccone con i polsi grossi e la barba che non fa altro che parlare di quanto il calcio italiano sia il migliore al mondo.
“Scirea, Maldini, Roberto Baggio” dice e ingoia crema di latte ai cereali, “Gianluca Vialli”. E’ inutile ricordargli che quando quei tizi giocavano a calcio, il mio sport preferito era ancora mosca cieca.
E’ da giorni che ceno con ciò che m’intasco al buffet, ma dopo aver assistito all’iraconda scenata del trasandato creditore alla direttrice teenager, mi vergogno di me stesso e torno in cucina a posare una salsiccia.
Non appena quella tocca il piatto, “Totò Schillaci” mi sento gridare all’orecchio e la mia opera pia finisce nelle fauci del nostalgico dell’italian style.
Faccio strada per casa di Adam. Mi oriento con l’unica frase che ho capito: “C’è una grossa chiazza di vomito sul viale, non appena la vedi gira a destra e fai cento metri”.
“In quanto?” gli ho chiesto, poi mi sono accorto che la freddura non solo era eccessivamente difficile da comprendere ma non era neanche abbastanza brillante da doverla spiegare, così al suo “eh?” rispondo di lasciar perdere.

“Come va?” dico, una volta di fronte la porta.
“Bene, solo un po’ di problemi allo stomaco”.
“Era tua la chiazza di vomito?”
Alla mia destra c’è la nuova arrivata, si chiama Giselle, riccia, occhi tondi e vispi, una comparsa perfetta per un film di successo, ma niente di più: ha un viso carino che ti annoia dopo pochi secondi. Viene da Berlino ed è appena atterrata al Ruzyne con un ATR della Cech Airlaines, quel grosso bruco alato con le eliche a vista che in quanto ad estetica sbaraglia la concorrenza.
La sua amica si chiama Lidia. Non appena mi vede mi stringe la mano come se avesse visto San Pietro, tra l’altro ho anche un mazzo di chiavi in mano che poso sul tavolo.
“Ho visto le foto dei tuoi tatuaggi, sei uno scrittore, anche io volevo diventarlo ma non ho uno stile mio, insomma, so scrivere ma se scrivo una storia non riconosci che è la mia, potrebbe essere di chiunque, è questo quello che voglio dire. Tu ce l’hai uno stile?”
“Se povero in canna, senza contratto e con un mucchio di lavori a metà è uno stile, allora sì, ho uno stile mio” le rispondo.
E’ nervosa, dev’essersi sentita come l’alieno nascosto nell’area 51, che una volta atterrato nel Nevada ha chiesto quale fosse la strada più facile per Las Vegas a un bifolco con il tridente e il cappello di paglia e si è ritrovato sezionato in un bunker in mezzo al deserto. La Cechia fa questo effetto alle matricole del viaggio, alle giovani sognatrici che credono di poter diventare Kerouac solo per aver preso un Low Cost di nascosto da mamma e papà.
Lidia è bella come poche ne ho visto, se non si sentisse minacciata dal mondo che ha intorno non mi guarderebbe come se fossi un vecchio viveur che sa di magnolia. Spara un mucchio di stronzate, dev’essersi spappolata il cervello tirandosi indietro i capelli con quel suo fermaglio a farfalla.
E’ magnifica, le manca la parola, che usa a sproposito e senza il dosaggio che richiede una conversazione.
“Prima quell’aeroplano vecchio e tremante, poi le hostess che mi hanno fatto buttare via l’acqua e poi mi hanno costretto a mettere le cinture e a spegnere l’iPod. Odio volare”.
Sapete chi odiava volare? Elvis. E’ uno dei motivi per il quale non ha mai tenuto concerti in Europa rifiutando anche proposte miliardarie. Aveva visto morire amici e colleghi, i Blackwood Brothers, suoi mentori, si schiantarono e presero fuoco con tutto il velivolo. La gente attorno dovette assistere impotente alla morte dei musicisti che nello strazio del dolore diventavano pian piano carbone. Forse lui aveva una ragione di odiare i viaggi in aereo: ma Lidia! Suvvia! L’acqua, le cinture…
“Chissà che bernoccolo ti verrebbe in quella bella testolina, se ti schiantassi 900 chilometri orari con un volo di linea”.
Mi siedo vicino a lei, sono il bifolco pronto a inforcare l’alieno.
Mi spingo indietro sulla poltrona e mi prendo uno di quei cioccolatini al Johnnie Walker che mi riempiono la bocca di Tennessee’s Whisky che quasi sbatto i tacchi e urlo Hiyaaa!
“Ti piace Elvis, Lidia?”
In pochi minuti siamo lì che ci ridiamo addosso come fossimo cresciuti nello stesso quartiere, lei disinibita dai cioccolatini, io dal senso di onnipotenza che mi dà non appartenere a nessuna razza, nessuna nazionalità: non mi sento italiano, ceco, americano, le bandiere sono tutte sporche di sangue allo stesso modo.
“Dovremmo fare qualcosa contro chi ci vieta di portarci le bevande da casa” dice, bella come la giovinezza, stupida come la giovinezza e mentre io firmo una petizione scritta di fretta con una matita gialla, i talebani sono lì che aspettano con le loro dita uncinate e il sorriso da serpe, che noi smettiamo di buttare l’acqua e ce la portiamo in aereo, così potranno dirottare un volo, rubarci l’acqua, costruire un gavettone enorme e gettarlo sulla casa bianca da duemila metri di altezza.
Perchè è questo l’unico motivo per il quale non possiamo portare bottiglie piene su aerei di linea.

A.Cascio

 

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