L’arte della vita

On 28/07/2017 by alecascio

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“E questa” mi dice John, “è la stanza dell’arte”.
Lo avevo capito da solo.
Se incontrate una discarica che non puzza di niente, probabilmente è un museo di arte moderna.
Le bici da corsa piegate sui grandi mappamondi, le bandiere con sopra stampati dei grossi peni in erezione, le teste di toro con maschere veneziane: non c’è niente di più appagante del no sense per giustificare la mancanza di idee.
John le idee le ha perse tutte e per un attimo decido di lasciarlo al suo destino.
Mi soffermo alla finestra, proprio di fronte al vetro limpido e spesso senza ante né altre aperture. Osservo un uomo elegante in giacca di seta e cravatta a plastron fermata da una spilla con perla, mordere una mela e riporre l’altra metà nella tasca dei pantaloni. Guardingo, si avvicina a un carretto di frutta e chiede il prezzo di qualche grappolo d’uva rossa. Gli mostra tre dita, il fruttivendolo e il distinto signore di mezza età assaggia qualche acino e si gira disgustato, ma quando è interamente di spalle si lecca le dita e torna a squadrare la vetrina di un forno.
Un cane segue una lucertola disorientata dal trambusto del mattino, la osserva come se non ne avesse mai vista una prima e sembra affascinato da quel suo modo disinvolto di essere un’eterna fuggiasca, con manie di persecuzione. Il cane pensa come pensano i bambini, fissando l’oggetto del proprio interesse e attendendo che qualcosa avvenga. Un’auto piena di giovani che cantano proveniente da una probabile festosa parte destra, scompare in un secondo nella misteriosa e imprevedibile parte sinistra. E io non mi chiedo “dove andrà”.
La lucertola spalmata sull’asfalto agita la coda. Il cane ne gratta via un pezzetto e lo spinge verso il bordo della strada col muso, ma non succede nulla. Alza la testa e guarda gli uomini che parlano di fronte a lui, guarda il fruttivendolo e una donna seduta su una Ford. Nessuno sembra essersi accorto di come la vita si sia magicamente espressa in qualche metro appena di Carriage Path Way di Sacramento, eccetto il cane.
C’è una macchia di inchiostro evidente sul vetro, in basso a sinistra.
Vado per toglierla ma non va via.
“John” c’è scritto: non è una macchia è una firma.
“Ti piace?” sento una voce sottile sforzarsi di essere presente ai pensieri che la invocano.
La mia voce, invece, i pensieri li sovrasta, li anticipa: “Cosa. Cosa dovrebbe piacermi?!”
“La mia opera prima” risponde John.
Lo guardo come si guarda un giapponese con una pipa in bocca lisciare un gatto morto con un pettine d’osso di vacca.
“E’ un vetro” gli dico: “Solo un vetro!”
“Anche una tela è solo una tela, i colori solo colori, la luce solo luce. Perché limitarsi a una sola immagine quando puoi averne all’infinito?”
“John” lo chiamo come si chiamerebbe un uomo in costume in posa s’un trampolino pronto a saltare in una piscina vuota: “E’ … un vetro!”
“E’ la vita” risponde, “che non avresti mai notato se non avessi piazzato lì la mia opera, o in qualunque modo tu voglia chiamarla!”
L’uomo in costume si è tuffato e sebbene la piscina fosse prosciugata il suo tuffo ha fatto splash: non tonf, non psh, ma splash!
“Nonostante il mio sforzo di raggiungere un’uguale o poco vicina perfezione” dice John passando la sua mano a un millimetro dal vetro senza toccarlo, “nessun’altra mia opera si è mai avvicinata all’eccellenza di questo capolavoro, amico mio, si chiama Vita”.
Si guarda dietro, si assicura che non ci sia nessuno ad ascoltarlo e poi mi sussurra all’orecchio: “In realtà è un’opera a più mani, due sono mie, le altre due sono di Dio”.
La follia è un’idea bizzarra che spicca in un mucchio di pessime idee, se sei capace a venderla sei un genio, se resta com’è nata sei matto e basta.
Non so cosa sia diventato John col passare degli anni, ma forse le idee non invecchiano come i nostri occhi, non si intorpidiscono come le nostre mani: le idee o muoiono giovani o continuano a vivere per sempre.

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