In una notte d’Estate

On 12/10/2017 by alecascio

A Julio Montero Martins, scrittore e filantropo brasiliano, uno dei primi a credere in me.
Grazie di aver calpestato questo mondo e buon viaggio.

stupro

In una notte d’Estate

 

 

 

 

 

Era una sera d’Estate, faceva caldo, c’era noia, c’erano quattro bicchieri di vodka e sette birre sul tavolo del bar e poi c’eravamo noi e un solo pacco di sigarette da 2 euro e 90.
Il barista era un nostro amico, ci fece segno con la mano che stava per chiudere.
Ci faceva compagnia una sola ragazza che sarebbe partita a giorni, noi invece,saremmo rimasti ancora lì, seduti su quel tavolino, se non col corpo con la mente. Avremmo aspettato un giorno intero per finire come al solito a guardarci negli occhi e parlare di sesso con una sconosciuta, così come stavamo facendo.
C’era un pacco di Winston e quattro accendini e avevo i piedi nudi di lei sulle mie gambe. Giocava a stuzzicarmi l’ombelico e io le pizzicavo il dito piccolo del piede. Lei, come le altre, in un giorno d’Estate parlava delle barche e delle “lampare” storpiando il siciliano e ridendone. Noi, come gli altri, parlavamo di cultura siciliana, delle ceramiche di Parrino, dei pupi, della cassata, dei cannoli e di tutte le cose che rendono attraente il popolo siciliano ma che in verità noi ragazzi non conosciamo quasi più.
Odiamo le ceramiche decorate a mano e quegli acquarelli sbiaditi che rappresentano soli e mari. Odiamo l’Orlando Furioso e le frasi storpiate in dialetto dal puparo:
“Ti sfido Orlando, che morire ti facesse più onore che campare. A singolar tinzone per la splendidicità della mia amata”.
Da piccoli si tiravano i petardi sul palco del teatrino e si scappava.
“Cu fu” usciva fuori il secondo puparo, “cu minchia fu, ca u scannu”.
La cassata e i cannoli li fanno dovunque ci siano siciliani che, si dice qui, “sono come l’ortica, li trovi in ogni parte del mondo”.
Lei la guardavamo, era bella ma non era unica, rappresentava solo una serata per uno di noi tre, al massimo per due. Così credevamo prima che cominciasse a parlare di come adorava l’uomo siciliano perché peloso, scuro, muscoloso perché abituato ai lavori duri, sicuro di sé e… la sua lingua girava a vuoto e non parlava di noi, né dei nostri nonni, ma di film di serie B, documentari sulla mafia e dei nostri antenati. Noi lavoravamo nei Club Med e studiavamo in qualche università, ascoltavamo i “The Cure” e la Hot List di MTV, ballavamo techno e ci facevamo d’acido lisergico ridendo delle suonerie buffe scaricate da internet: eravamo dei normali ragazzi spettinati, magri e depilati.
Di solito, dopo ore a parlare, la ragazza di turno sceglieva uno di noi tre per una scopata alla casa vecchia, la casa in campagna di Nino, ma quel giorno non ci sarebbe stata alcuna scelta se non la nostra.
Era una sera d’Estate, faceva caldo, c’era noia, la vodka era finita, le birre vuote erano state portate via dalla cameriera del bar e ci restavano otto sigarette e tre euro in tasca.
“Andate e chiudetevi dentro. Io le faccio fare un giro prima: la riscaldo”.
“Tieni le chiavi”
“Ho le mie”
Nino andò via e lei salutò come se non dovessimo vederci mai più.
“Buon ritorno a casa” le dissi e la stessa cosa le disse Gianni. Mi guardò come a volermi dire che le dispiaceva, ma che doveva pur sceglierne uno. La guardai anch’io, ma per smentirla. Aprimmo la porta della casa vecchia che erano le tre del mattino, spegnemmo le luci e in bagno girammo dei piccoli spezzoni documentaristici: io e Gianni in mutande ad aspettare “la parte depravata dell’Esercito Italiano”, poi quelle mutande le tirammo via e documentammo il vero cannolo siciliano che piace tanto alle tedesche.
“Ok, senti il piano”, dissi a Nino, “entriamo in camera da letto e ci nascondiamo dentro l’armadio. Tu entra come se niente fosse, calati le braghe e fattelo succhiare… ma che tenga le spalle verso di noi. Saremmo già nudi e pronti”.
Poi mi rivolsi a Gianni che ghignò come un bambino:
“Nessuno rida, è una cosa delicata questa”
“Non è pericoloso?”
“E’ una turista, è una troia, ci starà, non succederà niente”.
“E se non ci sta?”
“Faresti sesso con tre donne?”
“Certo, che domande fai?”
“Non credere che le donne siano tanto diverse da te”.

Ci stavamo annoiando a morte dentro la casa vecchia. Nino ritardava e noi c’eravamo fumati due sigarette a testa, ne rimanevano quattro e avremmo voluto sprecarle per il dopo festa. Sentii dei rumori e intravidi Gianni masturbarsi. Aveva una mano poggiata sul muro e la testa chinata.
“Cosa fai?”
“Cerco di farmelo venire duro, sono troppo nervoso” e lo diventò ancora di più quando si sentì la macchina di Nino arrivare sulla stradina adiacente al recinto della campagna. La sua Saab a contatto con il terriccio faceva un tale casino che lo avrebbe sentito tutto il vicinato, se solo ce ne fosse stato uno. Avvicinai Gianni a me e gli dissi di tranquillizzarsi, che sarebbe andato tutto bene, che quella era una troia in vacanza e non voleva altro: “Ascoltami invece di tremare come una foglia.”

Dentro l’armadio c’era polvere e puzza di muffa, l’anta era aperta, ma faceva così buio che le cose sembravano rovesciate e io per un attimo pensai di avere le spalle rivolte alla stanza, ma dopo un secondo mi accorsi che erano scherzi della mia percezione.
Non potevamo chiudere le ante, avrebbero fatto troppo rumore nel momento in cui le avremmo aperte per uscire.
Nino seguì le istruzioni e si sedette sul divanetto in pelle rivolto verso l’armadio. Lei era china su di lui, era già mezza nuda fin dall’uscita dall’auto, ma aspettammo che lo fosse completamente. Gianni stava sudando, sentii il suo calore, mi fece schifo pensare di essere nudo accanto a lui, caldo e sudato. Ormai non poteva più tirarsi indietro, questo lo sapeva bene, avrebbe voluto scappare via ma non si poteva e questo lo rendeva ansioso, così ansioso che si sentì come un lamento continuo a tormentare la silenziosa stanza. Piccoli spasmi delle corde vocali. Gli diedi una spallata ma non sentì il tatto.
“Stai tranquillo” sussurrai, “adesso usciamo, l’accarezziamo dolcemente e poi…”
Ma non feci in tempo a finire la frase che uscì di scatto e la prese da dietro con violenza. Io lo seguii e Nino restò impalato dicendo solo un “Oh, ragazzi, oh”.
Lei gridò, io cercai di zittirla e di tirarla indietro, ma le misi le mani tra le gambe e queste si bagnarono dei suoi umori. Bastò poco ad eccitarmi e mi portai a strofinarmi su di lei che cercò di mordermi il palmo della mano. Se da piccola avesse avuto un fratello stronzo come il mio, avrebbe imparato il gioco del palmo della mano.
“Mordi” mi diceva mio fratello, “se ci riesci ti faccio fare un giro in moto”.
Ma è impossibile mordere il palmo della mano.
La strinsi a me, così forte che potevo sentirle il battito del cuore da dietro la schiena. Era soda, liscia, profumava di un profumo che conoscevo già ma che per tutta la sera non mi ero stancato di annusare. Le fiutai i capelli, le presi la gamba destra, la alzai e infine… la penetrai.
Per un attimo non si mosse e pensai che le stesse piacendo, che Gianni avrebbe dovuto stare tranquillo, che era come dicevo io: le ragazze vogliono solo divertirsi.
Ma d’improvviso sentii più mani nel suo corpo e capii che non era la sua volontà a tenerla ferma, ma la volontà di Nino e Gianni, che lasciavano che la penetrassi chiedendomi perché ancora non venissi. Mi sentii sporco in quell’attimo, così sporco che per liberarmi aumentai il susseguirsi di colpi e le venni dentro. Chiusi gli occhi, sentivo sussurrare ma non volevo ascoltare niente, volevo godermi quell’attimo in attesa di ciò che sarebbe successo. Non era consensiente e questo non sarebbe stato facile da superare per lei. Mi tirai indietro e poi guardai la scena facendo finta di filmare. Gianni era come impazzito, adesso ero io quello che tremava e Nino, lui sembrava sapere da prima che tutto quello sarebbe successo.
“Cosa ti aspettavi” mi chiese senza che avessi detto alcuna parola, “non può andare sempre tutto liscio. Me la sbrigo io dopo, se vuoi continuare ti conviene farlo finché sei in tempo…”.
Quell’ultima frase non l’accettai.
Scossi la testa: “No, ho finito” e dopo aver acceso la camera del cellulare, inquadrai il viso di lei che mi guardò spaventata, umiliata forse, ma sicuramente abbandonata ai colpi insistenti di Gianni.

Era un’altra sera d’una nuova d’Estate, faceva caldo, c’era noia, sei bicchieri di vodka e dodici birre sul tavolo del bar e poi noi, più grandi di un anno e con un solo pacco di sigarette da 3 euro e 10 centesimi, sempre le stesse.
La francese seduta con noi parlava delle barche e delle “lampare” e io del mercato rionale della Vucciria.
“E voi” chiese “cosa sapete della ragazza tedesca scomparsa l’anno scorso?”
Tirai a me il cellulare con un gesto istintivo: “Sono solo leggende” dissi, “solo leggende”.
Poi Nino mi passò le chiavi della casa vecchia e mi strizzò l’occhio: toccava a me riscaldarla.

 

Alessandro Cascio – Da: Rivista Sagarana

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