Piccolo reportage di una follia.

On 16/09/2012 by alecascio

I musulmani, dopo aver visto il film su Maometto, sono usciti di senno e hanno sentito una gran voglia di sparare, farsi esplodere e uccidere. Niente di nuovo in realtà, è pressapoco quello che ho provato io dopo aver visto Titanic.
Alessandro Cascio – Mohammed Superstar

 

Mi scrive Gianni, un uomo che ha fatto le sue guerre e ha girato la sua parte di mondo, riguardo a all’articolo precedente che ovviamente poteva apparire qualunquista e razzista, ma avevo già avvertito che non sarebbe stato semplice entrarmi in testa. Posto qui la risposta, che è più una storia, un racconto reale di un uomo che voleva vedere con i suoi occhi la verità. Ho cercato di raccontare lunghi anni e infiniti momenti nel modo più breve possibile.
Il dialogo, come sempre, è pacifico.

Il commento di Gianni: Francamente non ho capito da che parte stai, qual’è il ruolo che vuoi interpretare nella tua esistenza. Forse hai un po’ esagerato con i luoghi comuni e hai sconfinato addirittura nel qualunquismo più ” educato “. Mi piace ciò che hai scritto, ma come reportage storico datato e puntuale. Un bel compitino alla De Amicis senza prenderti alcuna responsabilità. E’ stato come leggere la prima pagina di un mensile alla ” National Geographic ” o vedere un lungometraggio in tv. Niente di personale, sia chiaro, ma il tradurre in modo noioso ogni parola mi è sembrato addirittura offensivo. Amico mio, abbiamo bisogno di cose nuove, di aria fresca, per cui …apri le finestre e guarda di sotto, svegliati una volta per tutte e, soprattutto, rischia, non puoi immaginare come sia bello rischiare ed anche appagante. Bisogna avere coraggio e giocarsi tutto in un attimo….con un gran sorriso. Buona notte, figliolo, ti auguro un futuro di grande….Pathos….

Gianni di solito chi prende una posizione nera o bianca sbaglia sempre, bisogna prenderla grigio scuro o grigio chiaro, se vuoi essere sicuro di essere nel giusto.
Non posso prendere lezioni di vita da te, non perchè tu non sia un potenziale maestro, ma semplicemente perchè forse mi consideri uno di quei giovani scrittori bamboccioni che scrivono per fica o per sfogo. Molti, solo perchè hanno una decina d’anni in più, pensano di poter gridare “svegliati” come se tutti oltre loro dormissero. Non so se sia il caso tuo, ma sembri uno di loro.
Ti spiego bene, così da farmi conoscere e magari, in futuro, ottenere un rispetto maggiore.
Tempo fa, in seguito all’attentato di Londra che fece saltare in aria la metropolitana di King’s Cross St Pancras in cui suonavo da ragazzo
(praticamente ci vivevo con gli amici, in quella metro) decisi di comprendere meglio cosa stesse accandendo nel mondo. Un paio di anni prima ero arrivato finalista a un concorso di letteratura italofrancese, il Jacques Prévért, con un romanzo dal titolo Tre Candele, dedicato a tre persone che nei due anni in Inghilterra mi salvarono praticamente la vita. Una si chiamava Eirhnh, una ragazza schizofrenica a cui prestai assistenza in cambio di vitto e alloggio a casa di una signora anziana di nome Miss Mary, l’altra era per l’appunto Miss Mary, e la terza si chiamava Jazz, come la musica diceva lui, un pakistano che diede a me e alla mia ragazza (sopra io e lei nel vialetto di casa di Missi Mary) un letto e un pasto caldo il giorno che rimanemmo senza casa e fummo costretti a dormire nelle cabine telefoniche. Ricordo che lei stava male, dormivamo in due belle cabine all’inglese poste l’una di fronte all’altra e per tirarla su io fingevo di chiamarla al telefono e parlavamo, gridando a squarciagola, di come ce la passavamo bene e di come stavamo realizzando i nostri sogni: lei voleva ballare e io suonare la chitarra e scrivere canzoni. Poi cominciò a tremare, era così assente che mi decisi a portarla nell’unico ristorante aperto a quell’ora. Entrai e le dissi di ordinare tutto a volontà.
“Hai i soldi?” chiese.
“Eccerto che ho i soldi, che scherzi?” risposi.
Mangiammo per ore, si riprese e tornò a ridere. Le volevo bene, quando uno spagnolo mi buttò fuori di casa gettandomi le valigie per strada, lei scelse di seguirmi, altri due amici invece rimasero al caldo e di loro persi le tracce per mesi. Pensa che il giorno prima avevamo deciso di creare una band tutta nostra. Un giorno incontrai il più rocker tra i due, era dimagrito dieci chili e si era tagliato i capelli, proprio lui che aveva decantato la sua splendida immagine da musicista mentre c’incamminavamo verso la City estasiati da quella città piena di promesse. Allora Londra ne faceva tante.
“Così è più facile che trovo lavoro!” si giustificò, “sono senza un soldo e devo dare allo spagnolo due mesi di arretrati, ma si è comportato bene, è pazzo, non possiamo fiatare senza il suo permesso, ma almeno ho un tetto”.
Gli dissi di venire con noi, rispose di no, stava aspettando che lo chiamassero per un colloquio in un piccolo Hotel, aspettava fuori al freddo.
“E’ da due ore che sono qui” disse, con quegli occhi scavati dalla malnutrizione, dalla solitudine, dalla paura di dover tornare a casa a mani vuote.
“Non mi chiameranno, è la terza volta che vengo. Io nel mio paese non ci torno, meglio morto”.
L’altro suo compare, che aveva poco più di quarant’anni, s’era tagliato un dito di netto mentre affettava delle carote durante un provino da cuoco. Gli spagnoli lo prendevano per il culo, “più veloce, più veloce” gli dicevano, e così ha perso la pazienza e ha colpito una falange. Prima ha pianto, poi ha fatto le valigie ed è scappato via urlando “io ho quarant’anni cazzo, non sono più un bambino, non sono più un bambino”. Tutti a Londra odiavano gl’italiani, li consideravano ladri e donnaioli, capaci di abbracciarti e poi derubarti.
Io e la mia ragazza mangiammo senza pensare a nulla e quando finimmo, i sei pakistani che ci avevano guardato storto per tutto quel tempo si avvicinarono in gruppo, sapevano che c’era qualcosa di strano, si leggeve nei miei occhi.
“54 sterline” disse uno, il più grosso.
Finsi di prendere il portafogli, di averne avuto uno e di averlo perso. Ero pronto a morire, era un mio diritto consumare un pasto gratis in un ristorante, lo avevo letto da qualche parte, poi però venivi bandito da quel ristorante per sempre. Londra a quei tempi non era così facile, il business dell’anno sabatico era appena partito, ci trovavi di tutto, era il periodo dei pakistani, quello, loro andavano alla grande. Gl’italiani ricchi alloggiavano nelle case vere, a noi toccavano delle stanze da due soldi.
Uno dei pakistani mi mise una mano sul collo, io feci resistenza, mi afferrarono in cerchio e si misero a ridere.
“Non preoccuparti” disse Jazz, “non vogliamo farti niente, stavamo scherzando”.
Ci portò in casa con lui, ci diede un letto caldo e noi parve l’Hilton. Avevamo dormito in una stanza in cui avevano appena girato dei porno, non c’era il tavolo, così smontai una finestra e mangiammo lì, del pane paki, dei pomodori e della salsa tartara, per tre giorni di fila.
Jazz ci parlò per tutta la notte della sua religione.
La dipinse come qualcosa di meraviglioso, ma tutto era ambientato nell’aldilà, nell’aldiquà c’era solo rispetto, sottomissione e venerazione.
L’indomani mattina ci diede del cibo e non lo sentii mai più, lui era un bravo ragazzo, gli dovevamo molto, ma voleva convertirci e noi non volevamo offenderlo.
Quando King’s Cross saltò in aria e uccise tutti quei giovani in cerca di fortuna, un pezzo di me è saltato in aria con loro, avrei potuto esserci io in quel vagone, se fossi stato a Londra sarei saltato in aria perchè a quell’ora io e Darren suonavamo le canzoni dei Nirvana e dei Pearl jam. Lui ne sapeva una cinque in tutto, io uno sproposito. Lo avevo visto cantare Come as you are senza assolo, senza intonazione, era pessimo davvero. Gli dissi come si faceva e lui mi prese sotto la sua ala protettiva e mi spiegò che a suonare nelle metro si facevano i soldi veri, di lasciar stare il ristorante francese, non faceva per me. Fortuna volle che l’anno prima dell’attentato, io ero tornato in Italia e mi ero trasferito a Roma per studiare sceneggiatura cinematografica.
Decisi di comprendere quella follia, volevo vedere con i miei occhi, sentire cosa avevano da dire le due fazioni rivali. Sfruttai la proposta di un amico che desiderava andare al Cairo, avevo pianificato il viaggio da solo, ma era meglio portarsi dietro una compagnia. Col senno di poi, rischiammo il linciaggio più volte per colpa sua, ma il grosso lo feci io con la mia curiosità.
Una delle dimore dei talebani era Khan el Khalili vecchia e io volevo andarci. Non dissi nulla del pericolo al mio amico, semplicemente chiesi se potevo entrare nella zona protetta e un ragazzo, custode della biblioteca americana, mi rispose che era meglio di no, che lì non c’erano fogne e neanche la polizia ci entrava. Ma io era lì che volevo andare. Ci fermò un uomo sui quaranta, magrissimo e mi raccontò del padre, un grande artista che non usciva mai dal suo laboratorio di statuette in avorio. Insistette per portarmi da lui.
“E’ da sei anni che non esce. Tu sei uno scrittore, lui uno scultore, avete tante cose da dirvi”.
Non c’era luce, era buio pesto e il tipo c’indicava la via con il suono della sua voce. Le case non avevano porte, si passava attraverso dei grossi buchi tra un muro e l’altro, era un dedalo creato per le fughe, vivevano come talpe. Delle facce brutte ci fermarono più volte e chiesero chi fossimo. Non capii nulla, parlavano nella loro lingua, ma dal battere continuo della mano sul suo petto, probabilmente il figlio dell’artista stava rassicurandoli dicendo che eravamo suoi amici. Le brutte facce ci seguirono per tutto il tempo e il mio amico cominciò a spaventarsi. Anche io a dire il vero, ma non potevamo andare via, ci saremmo persi in quel pantano di cemento. Arrivammo, parlammo con l’uomo che non faceva altro che dirmi di essere felice di vedermi e il ragazzo della biblioteca americana si mise a tirarmi la camicia.
“Andiamo via” disse, “quella gente vuole che andiamo con loro a vedere non so cosa”.
“E’ brutta gente?” chiesi.
“Gente che non ama gli occidentali”.
Mi assicurò che lui li amava, gli occidentali, ma quelli invece …
Aveva una paura fottuta, io ero solo incosciente.
Scattai una foto ad un mucchio d’immondizia e il più brutto di loro si avvicinò, tirò fuori un coltello e mi disse di dargli la macchina fotografica.
Il giovane custode della biblioteca si mise tra me e lui, gli parlò, fino a quel momento era stato sempre così sicuro di sè, ma gli tremò la voce, capii che non contava un cazzo.
“Digli questo” dissi: “Ripetigli ogni parola per filo e per segno”.
Mi guardò con quella sua aria sofferente e abbassò il capo. Cominciai a dettare, lui a ripetere in arabo.
“Ho scattato delle foto alla vostra auto. Quella è una Fiat, molto antica, da noi non esistono più, ma voi ne avete tante e non mi spiego come mai. Sono state ritirate dal mercato da almeno 50 anni. Volevo far vedere a casa che voi avete delle Fiat che da noi varrebbero un sacco di soldi. Sono italiane, come me”.
Cominciai a spiegare al talebano come poteva far soldi con le auto d’epoca in occidente e quello pensò che stavo dalla sua parte. Il coltello però ce l’aveva ancora nelle mani, non lo posò neanche per riposare le dita.
Dissi al mio amico, che non aveva capito nulla di quel che era successo, di seguirmi. Prima camminammo, poi corremmo. Ci fermammo a bere del succo di frutta in un localino con un uomo anziano con gli occhi rosso sangue, ma con il viso buono. Avevo un tale mal di testa, il caldo era insopportabile come quelle continue preghiere che uscivano dai grossi altoparlanti posti sui tetti delle moschee e che risuonavano per tutta la città senza sosta. Un uomo investì una donna con la sua auto, quella fece un volo di un metro circa e lui rise come se fosse stata lei a investire la sua splendida Fiat degli anni ’60. Non gliene fregava niente, quando attraversavi la strada ti prendevano di mira come fossi un coniglio e ti scansavano all’ultimo momento, poi ridevano perchè t’eri preso paura. Un giorno dovetti prendere un taxi per raggiungere l’altra sponda della strada.
La sera andammo in un locale. Era il periodo del ramadan, ma ugualmente alcuni musulmani benestanti bevevano, fumavano l’erba col narghilè e si facevano portare le puttane al tavolo. Noi ne avevamo una bellissima, ci facevamo d’erba e le dicevamo di sedersi a fumare con noi.
“Fatela ballare” ci disse un cameriere in inglese, “altrimenti la rimproverano, è pagata per fare quello che voi volete, se non glielo fate fare penseranno che non vi è piaciuta”.
Non poteva non piacere, era forse l’unico frutto coltivato in tutti i Paradisi, di qualsiasi religione fossero. La feci ballare, ci divertimmo, nessuna scopata, ballò per noi, sballati di un’erba buona e immersi in un’atmosfera da mille e una notte.
Un mese dopo la nostra partenza, i talebani gettarono una bomba nel locale, morirono tutti, compresi alcuni francesi, andò su tutti i giornali.
Vidi corruzione, vidi sbandamento, odio, vivevano solo per il loro Dio, ma alcuni di loro sembravano quasi costretti. Più andavo in giro, più intervistavo la gente, più capivo che la loro mente non era concentrata sulla vita, ma sulla morte.
Quando dissi al mio amico egiziano studioso di storia occidentale, che noi siamo il contrario, che noi pensiamo che la vita sia un dono, non qualcosa da donare, rise: “Mi piacerebbe pensarla come te” disse e ne era convinto, voleva sentirsi libero.
Qui sotto, la foto che mi stava costando la vita.

Andai a New York in Dicembre, feci la mia vacanza con un caro amico, poi quello partì e io conobbi una ragazza indiana di nome Honesty, a Central Park. Non si faceva fotografare, quando tentai di farlo a sua insaputa si arrabbiò tanto che scelsi di rispettarla. Però ho il ricordo di quei giorni nel mio diario, è proprio qui con me, facevamo dei buffi disegni malati.

Vicino alla sede dell’ONU c’è un locale per militari. Le dissi che stavo scrivendo qualcosa sulla guerra, così mi portò lì. Cominciai a parlare con i ragazzi, non avevano le divise ed erano più piccoli di come si vedono in TV. Mi raccontarono l’Inferno che passavano.
“Nessuno di noi sa quale sia il motivo, in realtà”.
“Ci pagano, è un buon motivo”.
E ridevano, bevevano e ridevano, ma della guerra non ne sapevano niente, ciò che sapevano era che lì, in Afghanistan, tutti vlevano ucciderli e tutti erano degli assassini, dai bambini, ai vecchi, alle donne. La stessa cosa mi racconta spesso il mio migliore amico, anche lui in Afghanistan.
Vedere Ground Zero non mi ha fatto alcuno effetto, ma parlare con quei ragazzi invece …
Sono loro ad avermi raccontato quello che tu chiami “compitino” Gianni, così, per filo e per segno come l’ho raccontato a te.
Io non so tu cosa vedi nel mondo, come lo vedi e cosa ti porta a vederlo come lo vedi, ma si capisce subito che due culture così estreme non possono convivere e non devono.
Nel mio compitino scrivo di come io sia contro la convinvivenza dei popoli, ma non contro la conoscenza, sono per lo sviluppo del mondo perchè ogni luogo deve avere la stessa qualità. Noi abbiamo combattuto per avere la libertà, loro devono combattere per la propria, anche con il nostro aiuto e se questo vuol dire cambiare mentalità, trasgredire la propria religione, che provino a cambiarla, che provino a trasgredire. Per quanto riguarda la chiusura delle frontiere, penso che il danno che le nuove emigrazioni stanno facendo è enorme e non giova a nessuno. Se non ti è chiaro, io penso che l’Italia debba essere casa mia e che ho diritto di considerarla tale. E non è da razzisti, è un discorso di logica.
Se un produttore produce 100 facendo lavorare degli operai stranieri che vanno a velocità 100 e vengono pagati 50, non è un salvatore della patria. Perchè dovrebbe far lavorare degli operai italiani che vanno a velocità 80 e vengono pagati 60, producendo 80?
Perchè sono italiani, Cristo Dio, perchè questa è casa loro, hanno messo radici, costruito città, creato la cultura di cui è intinso, dannato figlio di puttana.Se non si lavora e non si investe più nel nostro paese, diventermo quello che è facile intuire guardando l’andazzo delle cose. L’integrazione è buona solo se regolamentata.
Tutto questo per dirti che è evidente da che parte sto e che parlo perchè le cose io le ho viste con i miei occhi e toccate, ho toccato il coltetti di Theo Van Gogh e i cocci dell’11 Settembre e del 2005. Conosco il sentimento di un trentenne che vede una nazione promettere per pura ipocrisia, più di quel che può dare. Noi non possiamo dar da mangiare all’Africa, ai paesi dell’est e ai paesi arabi, non riusciamo neanche a dare da mangiare a giovani uomini che non hanno più nulla, non hanno sicurezze, famiglia e una vecchiaia assicurata.
Io so da che parte sto e miei punti di vista li argomento, con pathos, ma almeno li argomento. Sopratutto io ho il coraggio di dire le cose come stanno e stanno come dico io, a meno che tu non mi venga a dire che è pieno di rumeni benestanti, che i somali vivono in bei villini in periferia, che i cinesi sono ben integrati, che i giovani hanno prospettive e una splendida pensione ad aspettarli, che gli attentati sono cessati, che le donne musulmane sono libere di esprimersi e che le prostitute ucraine e senegalesi sono un’invenzione letteraria. Ed è inutile che mi si citino le eccezioni, come fanno in TV, qui non attacca, io sono capace di prenderli uno ad uno, portarli al quartiere africano, o cinese e fargli vedere gli stanzoni pieni di operai.
Dove sta il grigio in tutto questo? Il grigio sta nel fatto che voglio che gli stati si adoperino per migliorare il tenore di vita di questa gente nei loro paesi, che assicurino tutti i diritti agli stranieri naturalizzati italiani e che vogliono investire in Italia e che si dia il massimo rispetto a quei musulmani che rispettano le proprie donne e il credo degli altri.
Sembra poco, ma è tutto quello che noi possiamo fare, che io posso fare, il resto sta a loro. Questa è una finestra aperta e se la mia stanza dà s’una discarica non è colpa mia, da che ne ho memoria io ho solo dato del bene a questo mondo.

Alessandro Cascio

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