Africa senza speranza. Immigrati africani: chi sono e perchè bisogna accoglierli.

On 11/02/2018 by alecascio

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Il flusso migratorio degli africani verso l’Italia è stata a mio avviso la più grande rivoluzione del continente nero negli ultimi secoli, una rivoluzione pacifica che in qualche modo ha costretto una parte dell’Europa accecata dai lustrini di una vita agiata a chiedersi da quale condizione fuggissero realmente quegli sconosciuti. Quando parlo di Europa cieca non mi riferisco ai governi, da sempre a conoscenza della situazione africana, ma alla gente comune che d’improvviso si è trovata di fronte degli esseri umani da un passato ignoto con il quale presto o tardi dovranno fare i conti.
Il flusso migratorio, per me che considero l’Africa una priorità a cui rivolgere l’attenzione, ci metterà di fronte a una scelta: intevenire in modo massiccio nei loro paesi di origine o accoglierli.
Così presto tardi l’Europa dovrà cominciare a prendere delle decisioni, ad agire e, laddove sussiste uno sfruttamento, a cercare di fermarlo in modo deciso. Parliamo chiaramente: l’accoglienza non dev’essere incondizionata, ma molto selettiva e deve salvaguadare le nostre nazioni da uomini provenienti da culture spesso violente che potrebbero non adattarsi al territorio e trasformarlo in un campo da guerra, ma quando vediamo donne e bambini, giovani dalla pelle scura in cerca di una vita migliore, con un po’ di conoscenza forse smetteremo di guardarli come invasori per provare finalmente empatia.
Nel 1994 in Ruanda l’odio razziale tra Hutu e Tutsi degenerò dando vita a un genocidio. Più di 800.000 persone furono uccise con dei macete dai miliziani Hutu. Obiettivo di questi ultimi erano i Tutsi (etinia considerata indegna di vivere in Ruanda perchè di sangue impuro) e gli Hutu moderati, accusati di accettare la presenza dei Tutsi nel territorio. I miliziani non erano soldati, ma gente comune armata di macete che andava in giro per le strade massacrando uomini, donne e bambini senza sosta. Dal mattino fino alla notte, il loro unico scopo era quello di uccidere più gente possibile, pratica che divenne presto un divertimento, un gioco, un’abitudine quotidiana durata poco più di cento giorno.
Solo l’intervento dei ribelli Tutsi armati pose fine al massacro.
In Congo, la guerra civile per il controllo del territorio ha fatto negli anni più di un milione di vittime.
Il Congo è considerato la capitale mondiale degli stupri, una donna su tre è stata stuprata almeno una volta. I guerriglieri violentano donne e bambine tagliando loro le mani o bruciando i genitali delle vittime con pali infuocati. Uccidono anche bambini di pochi mesi e struprano gli stessi prima di massacrarli. Le donne risparmiate vengono usate come animali da soma per trasportare i minerali preziosi. Chi non riesce a lavorare viene ucciso con i macete, di solito la pratica consiste nel farli inginocchiare e spaccargli il cranio in due parti. C’è una sorta di sfida tra i miliziani a chi riesca ad aprire più affondo uno schiavo divenuto inutile. Le donne rapite e usate come serve vengono costrette a portare carichi troppo pesanti per loro, così, quando cadono sfinite, vengono stuprate e in molti casi viene ordinato ai padri delle ragazze di stuprarle a loro volta e questi non possono far altro che obbedire. A chi non obbedice vengono cavati gli occhi e tagliate le orecchie. Le teste dei bambini troppo stanchi per lavorare vengono spiaccicate sulle rocce. Nonostante il Congo “vanti” l’operazione delle nazioni unite più imponente del mondo (18.500 i soldati ONU contro i 2500 schierati in Ruanda), la situazione non cessa. Il modo convenzionale che hanno le milizie di tutti i frangenti di far sesso è lo stupro.
I Mai-mai, una delle milizie impegnate nel respingere gli Hutu che dal Ruanda si sono spinti fino al Congo per ritagliarsi una fetta di territorio, arruolano migliaia di bambini facendo ingerire loro delle erbe che sostengono possano rendere resistenti ai proiettili, invincibili. I minerali raccolti in Congo servono a produrre l’elettronica di consumo che finisce negli scaffali dei nostri negozi, come il Coltan (columbite-tantalite). Il denaro proveniente dalle aziende occidentali e orientali per l’acquisto di tali prodotti serve a finanziare le guerre. Computer, videogames, telecomandi e cellulari contengono Coltan estratto dai giacimenti di Goma. Il prodotto grezzo viene mandato in oriente e viene fuso, i minerali sanguinari, ormai irrintracciabili vengono probabilmente venduti ai giganti della tecnologia mondiale. E’ così che le nostre vite tecnologiche possono sussistere.
In Somalia una guerra civile che va avanti senza sosta da decenni ha sterminato quasi un milione di persone. Fin da bambini i somali vengono abituati alla guerra tanto che a Mogadiscio esiste un mercato delle armi in cui tutti, a qualsiasi età, possono rifornirsi. Il livello di sanguinarietà dei somali è così alto che le truppe americane ed europee furono costrette a ritirarsi sotto gli attacchi del generale Aidid agli inizi degli anni ’90. Non esiste età o sesso, anche donne e bambini sparano agli stranieri o a chiunque sia considerato il nemico.
Ogni anno consumiamo tre milioni di tonnellate di cioccolata, ma mentre il mondo ne gusta la dolcezza, in Africa succede tutt’altra cosa.
La Costa D’Avorio è il maggior produttore di cacao. Barry Callebut, una compagnia svizzera che opera sul territorio, è invece il maggior produttore di pasta di cacao per l’industria. Dal Mali (la nazione più povera al mondo e devastata dagli attentati) i bambini vengono fatti passare clandestinamente per lavorare alle piantagioni di cacao della Costa D’Avorio dando vita a un traffico infantile che ancora oggi non è stato fermato. Nel 2001 i maggiori produttori di cioccolato hanno firmato il protocollo Harkin-Engel che condanna il lavoro minorile nelle piantagioni, ma poco hanno fatto per verificare la correttezza dei coltivatori africani. In alcuni casi, bambini di sette e otto anni vengono prelevati dal Burkina Faso e dal Niger e, adescati dai trafficanti, spesso scompaiono per sempre. Molti di loro vengono avvicinati e portati via all’insaputa dei genitori. La prassi è questa: i bambini trasportati in pullman al confine vengono prelevati dai trafficanti in motorino pagati dai coltivatori, questi fanno sì che i piccoli possano attraversare le stazioni di controllo tramite strade secondarie per poi essere venduti al mezzadro. Una delle tratte scoperte è quella Zegoua (Mali) – Pogo (confine Costa D’Avorio).
Nel 1994 il giornalista franco canadese Guy-Andrè Kieffer fu rapito in un parcheggio della Costa D’Avorio, stava lavorando a un aritocolo sulla corruzione e riciclaggio del denaro proveniente dall’industria del cacao. Non fu mai più ritrovato. Ad Abidjan, capitale del cacao, hanno il loro quartier generale Nestlé, Cargill, ADM e Barry Callebaut che da sole possiedono l’intera produzione della Costa D’Avorio.
Ad oggi le aziende negano che esistano bambini nelle piantagioni, nonostante nel 2010 un giornalista americano riuscì a documentarne la massiccia presenza. Di fronte all’evidenza le major rimasero sulle loro posizioni.
In Benin i bambini spaccapietre non sono invece tutalati da nessun trattato, spaccano pietre con dei piccoli martelletti per la produzione del cemento armato. Dopo poco tempo contraggono danni alle articolazioni e ai polmoni. Bambini dai 4 ai 10 anni lavorano tutto il giorno per far guadagnare ai genitori 1 euro a barile.
In Sudan solo il 3% della popolazione arriva a 65 anni di età, si muore di fame, malattia e per gli spari e le mine che non risparmiano nessuno
La sola guerra civile fino al trattato di pace ha fatto più di due milioni di morti. E’ stata la guerra più lunga e sanguinaria del continente africano.
Nonostante nel 2005 sia stato firmato un trattato di pace, ancora oggi le battaglie continuano nell’indifferenza della comunità internazionale. A Ovest sono in corso scontri con i ribelli del Darfur, a sud con i ribelli della regione del Nilo Azzurro e del sud Kordofan e la libertà di religione dichiarata dieci anni fa è pressoché ignorata. I musulmani che si convertono al cristianesimo o che sposano un cristiano vengono condannati all’impiccaggione con pena sommaria e giustiziati in pubblico.
Dopo l’indipendenza dal dominio Anglo-Egiziano nel 1955, la maggioranza araba che viveva nel nord del paese si impadronì del potere imponendo ai cristiani e agli animisti del sud, la legge islamica. Questi ultimi si ribellarono dando vita alla prima guerra civile. Un traballante accordo di pace firmato nel ’72 pose fine ai conflitti fino al Giugno dell’89, anno in cui il generale Al-Bashir con un colpo di stato prese il potere e iniziò una nuova e feroce guerra tra il Fronte Nazionale Islamico e Il movimento di liberazione del popolo del Sudan. I miliziani islamici irrompevano nei villaggi e per imporre la propria supremazia facevano a pezzi intere famiglie compresi bambini. Bambini soldato di 11-12 anni sono ancora costretti a imbracciare le armi e a uccidere. Molte bambine stuprate vivono oggi in centri della croce rossa con i figli dei violentatori che hanno massacrato la loro famiglia.
Si conta che solo in Sudan, trenta milioni di persone sono a rischio di morte per la più grande carestia mai registrata dall’Unicef.
In Africa una persona ogni cinque secondi muore di fame.
La morte per fame inizia con una sete violenta, l’intensa disidratazione cellulare porta a fenomeni urinari incontrollabili. Una persona che sta per morire di fame scarica più di cinque litri di urina al giorno. In pochi giorni l’individuo arriva a perdere tutto il grasso e il 70% dei muscoli, la pelle inizia a modellarsi sopra le ossa, i denti cominciano a cadere uno ad uno, molto spesso le ossa si spezzano per via della decalcificazione e l’individuo entra in uno stato catatonico. Dopo un’intensa diarrea avviene il definitivo arresto cardiaco.
Kenya, Eritrea, Sierra Leone, Repubblica centrafricana, instabilità dei territori del Nord Africa, i racconti di morte e violenza sono tanti che non basterebbero anni a raccontarli tutti. Ho provato ad abbreviare il più possibile l’immensa mole di orrore che ho appreso in mesi di studio, non per inorridirvi, ma per farvi comprendere che per quella gente, rischiare la vita attraversando i mari su un barcone o camminare per estesi deserti senza né acqua né cibo è in realtà cosa da poco, perchè la morte ce l’hanno di fronte e alle spalle.
Conoscere l’Africa aiuta a conoscere l’africano e forse, ma non ne sono certo, aiuta a limitare una parte degli episodi di razzismo che ogni giorno si verificano nel vecchio mondo.
La donna della foto che abbraccia la figlia sta cercando di salvarla da uno stupro, da una mutilazione, da morte certa.
Voi non lo fareste per i vostri figli? Voi, che ricordate ogni anno le vittime dell’olocausto, oggi accogliereste gli ebrei per salvarli da quella atroce fine?

A.Cascio

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