Occhi verdi

On 05/03/2018 by alecascio

Esco con questa ragazza, 24 anni, bruna, occhi verdi, mangia come un camionista messicano e ha la taglia di una modella di Playboy. Non esco con molte ragazze ultimamente e ci ho messo un sacco di tempo a decidere.
E’ qui, tra noi, mi sta leggendo ma se alla fine le ho detto “almeno mi hai dato una storia da raccontare” ci sarà pure un motivo. Mi riempie di complimenti, è così dolce e tenera con me che la guardo e penso l’unica cosa che un uomo ormai maturo che ha vagato tra fogne e Grand Hotel può pensare: “Voglio trombarmela, Cristo di un Dio se voglio, voglio venirle sulla schiena e massaggiarla con il mio sperma, ingoiare anche il suo piscio se vuole, farmi avvolgere da una golden shower per dimostrarle quanto mi piace”.
E ridiamo, scherziamo, giochiamo, ci vestiamo con quelle giacche gothic che ci piacciono tanto e nel locale in cui una band di gente in camicia a quadri e neolaureata suona musica di tossici che se fossero ancora vivi li prenderebbero a calci nel culo, siamo gli unici ubriachi a dissentire riguardo al vestiario del chitarrista che finito l’assolo beve un sorso d’acqua. Acqua, capite? Nell’era di youtube e delle tab facili ogni coglione ha iniziato a suonare, noi andavamo a orecchio, noi andavamo al Ricordi Store con la macchina fotografica a rullino per fotografare di nascosto gli spartiti sperando che non ci beccassero, suonavamo peggio ma ci leccavano i piedi per quanto cuore avevamo.
Ogni volta che le prendo la mano arrossisce, non me lo sarei mai aspettato da lei, ma quando tracannando birra canto “Fireball” dei Deep Purple più forte di quanto fa il cantante col microfono in gola mi abbraccia da dietro e mi stringe come si stringe un amante e dopo averla guardata la mia bocca divulga amore, conoscenza e poesia: “Ti leccherei dal dito grosso del piede all’ultimo lembo di carne nuda, qui, per dare un po’ di spirito rock a questi chierichetti passati dal Salve Regina ai Led Zeppelin”.
In auto si avvicina a me, naso a naso tento di baciarla.
“Non hai capito che sono lesbica?” mi dice.
Jagger, il mio pene, così si chiama, se la ride sbattendo su e giù per i miei pantaloni come l’asta del corner calciata da un giocatore imbufalito. Tanto per lui una mano o una fica non fa differenza e sa benissimo che arrivato a casa avrà la sua dose di eroina naturale, ma io non sono Jagger, non canto, non ballo o meglio faccio male entrambe le cose, ma non sarebbe un problema se fossi immerso in una vasca di latte intero con lei ad esplorare le terre della perversione.
“Da cosa…” balbetto: “Da cosa cazzo avrei dovuto capirlo? Non ti sei grattata la patta neanche una volta, non hai fischiato dietro a una fica per tutto il tempo, non hai ruttato, non hai insultato nessun uomo nelle vicinanze etichettandolo come mezza sega, non ci hai provato con la ragazza di nessuno per dimostrare che tutto il mondo è gay, non hai mangiato un panino con la porchetta, hai mangiato angus al pepe nero, hai bevuto frizzantino e hai chiesto un semifreddo al mandarino come dolce. Non hai voluto neanche fare alla romana.”
Comincia a temermi, tutti i miei progetti di legarla mani e piedi e farle ripulire la mia scrivania in mogano con la lingua dopo averla rimpita di orgasmi sono andati in fumo.
“E’ solo per questo che sei uscito con me?”
“No, mi piaceva la tua compagnia, ma mi piaceva perchè per tutto il tempo immaginavo il gran finale, è così che gli uomini fanno, si godono il vaggio perchè sanno che arriveranno alla meta, nessuno si grodrebbe un volo per le Hawaii se sapesse che l’aereo si schianterà un chilometro prima della pista”
E io non ero a un chilometro, ero quasi sulla terraferma, con il carrello già fuori pronto a strusciare sull’asfalto.
“Ok, scopami allora, se è questo che vuoi”.
C’è un solo modo per rimediare a un fallimento, porsi un obiettivo più grande, maestoso, quasi al limite della follia e cercare di raggiungerlo. Mi vuole bene in fondo, me l’ha dimostrato, siamo in sintonia, siamo praticamente due anime e un corpo.
“Promettimelo” le dico.
“Cosa devo prometterti?”.
“Prima promettilo e poi ti farò la domanda, me lo devi”.
La immagino sfibiarmi la patta e regalarmi un orgasmo last minute con le sue mani da pianista, così, per amicizia, ma poi ritorno in me e le chiedo di promettermelo.
“Ok, lo prometto!”
Sorrido, una promessa è debito, come disse qualcuno a qualcun altro in un tempo lontano e tutti, pecore e buoi, da allora hanno ripetuto la strofa privi di inventiva:
“Threesome?”
Almeno mi ha dato una storia da raccontare, le dico, ma ne voglio una da Alfie, con tanto di sciarpa e scenario londinese sullo sfondo.

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