Facebook: “Quel frocetto di Jimmy Bennet” e altre censure dell’inutile mediacomunicazione

On 18/09/2018 by alecascio

Ci sta indottrinando, ci sta dicendo cosa dire e cosa pensare, condanna ed eleva la gente dopo averne giudicato azioni e idee, ci dice come parlare, cosa è giusto e cosa no.

E non è la religione, non più.
Sentenzia e colpevolizza tramite un simbolo, questo: #.
Chi non si dice convinto viene preso a sassate, chi non si dice convinto viene boicottato.

Ero in giro a fare spesa e una mia conversazione con un’amica inizia pressapoco così.
“Non ti ho risposto perchè mi hanno bloccato il profilo”
“Perchè?”
“Ho dato del frocetto a Jimmy Bennet durante una battuta”
“E chi è Jimmy Bennet?”
“Non ne ho idea, un attore americano penso”
“Conosci un attore americano?”
“No, non so chi sia, non so neanche se sia famoso”
“Dai, davvero ti hanno bloccato per questo? Cosa hai fatto in realtà?”
“Non è uno scherzo, ti dico di sì”
E’ patetico, vero? Nella vita reale, dico, suona assurdo.
Ricorda un po’ quella puntata di Family Guy in cui Brian viene insultato su twitter per una battuta e la sua vita viene rovinata a tal punto da costringerlo ad andare via di casa e trasferirsi in un’altra città.
“Signori e signore” dice cercando di scusarsi.
“Perchè prima i signori? Questo è sessista” risponde una donna dalla folla.
“Signore e signori”.
“Anche questo è sessista” dice un uomo.
“Umani”
“Io mi sento una palla da Basket”
“Umani e palle da Basket!”
E la tiritera continua, tutto per una battuta su Baywatch reputata razzista: “No che non ho visto Baywatch, sono bianco e sono andato al college”.
Fondamentale una frase di Loise Griffin: “Non siamo più nel 2005, non puoi scrivere su internet tutto quel che vuoi”.
“Era una battuta”
“Questo è il 2017, Brian, l’umorismo non esiste più da tempo”.
E chi meglio della crew di Seth McFarlane usa il politically uncorrect per ridere, uomini capaci di inserire nello show una tale mole di battute sugli ebrei da essere accusati di antisemitismo. In seguito si è scoperto che quei presunti antisemiti in realtà erano ebrei o almeno il 60% di loro lo erano.
A voi che che mi avete segnalato dico: avete vinto. Che abbiate 14 anni o 60, che siate laureati o analfabeti, avete vinto perchè il mondo oggi dà a quelli come voi il diritto di stabilire regole. Non valete più come stronzi che galleggiano sulle rive del Gange, adesso siete gente che conta.
Ma ho vinto anch’io e in questo lungo post spiego perchè.
Dicevo: sono stato bloccato per un mese per aver dato del frocetto a un personaggio famoso eterosessuale. La parola era stata censurata.
Partiamo dal presupposto che dare del frocetto a un uomo eterosessuale è come dare del negro a un cinese. La differenza è che i cinesi non influenzano la cultura mondiale quanto la comunità omosessuale ultimamente, capace, per farvi un esempio, di far dimettere stelle del cinema come Scarlett Johansson da grandi produzioni solo perchè da etero ha cercato di recitare la parte di un trans.
Il contesto della mia battuta era giocoso, non aveva di certo un intento omofobo, ma il grado di giudizio generale oggi è pari a quello della Cuba castrista.
Chissà un giorno con quanta nostaligia quelli come me ricorderanno i Griffin che scimmiottano un paralitico che crede che tutti gli uomini indossino un pannolone per defecare, i “checche” di Bill Burr, i “troie” di Steven Wright, le velate bestemmie di George Carlin e quelle non troppo velate di Bill Hicks, le barzellette a sfondo pedofilo di Ricky Gervais, le battute sulla tirchieria del mondo ebraico di Woody Allen.
Negli anni ’60 la carriera del comico Lenny Bruce fu rovinata fino a portarlo alla morte, tutto per una parola, “succhiacazzi”. Il mondo si infuriò e a nulla valsero le petizioni a suo favore da parte di personalità illustri come Bob Dylan, Woody Allen, Allen Gillsberg, Elizabeth Taylor. La sua figura venne rivalutata solo nel 1974 grazie a un film di Bob Fosse con Dustin Hoffman.
E’ singolare come in seguito, il suo “come parlare sporco e influenzare la gente” divenne un best seller. Ipocrisia, si chiama.
“E’ successo più di cinquant’anni fa” direte voi, ma eccoci qui dopo cinquantaquattro anni da quel ‘succhiacazzi’ ad essere censurati per una parola sporca e di cattivo gusto, sinonimo di quella ripetuta da Lenny sul palco di un teatro.
Si è evoluto il modo in cui comunichiamo, ma non la nostra capacità comunicativa.
Un tempo un milione di idioti senza telefonino erano semplicemente un milione di idioti, adesso invece sono come tori fuggiti dal recinto e pronti a radere al suolo tutto quel che incontrano.
Qui non rivendico il diritto di apostrofare come froci i gay, ma quello di offendere chiunque per me meriti un’offesa con le parole che più mi aggradano senza dover dare conto e ragione a nessuno.
Qui non giustifico l’omofobia, ma l’insulto in genere come parte della millenaria comunicazione umana. I romanzi ne sono pieni, i film ne sono pieni, le strade ne sono piene e vi assicuro che non basteranno media, social, ipocrisia e buonismo a debellare questa piaga.
Nessuno di buon senso crede che siate belli e giusti solo perchè tali vi mostrate sul web, fingiamo di crederci sul momento, partecipiamo allo show, ma siamo perfettamente coscienti che è pur sempre fiction.
Si scherza sulle donne, sugli uomini impotenti, sui paralitici, sugli ebrei ma non sui gay, perchè quelli di filmgay.it o gossipgay.it o gay.it o gaynews o le decine di gayradio (solo musica gay, esistono, verificate pure) potrebbero giudicarvi?
Sia chiaro, non mi rivolgo ai gay ma alla “comunità gay”, ovvero a quella associazione mondiale multiforme che raggruppa solo persone omosessuali disegnando un mondo attorno a una sola sessualità, quasi a voler sottolineare che esiste una sola razza omosessuale dal pensiero comune, non individui ma collettività spersonalizzata che vive del proprio genere e ne fa una base solida per l’esistenza.
Vi dirò una cosa che non sapete.
Se dai della puttana a una donna, non stai dando della puttana a tutte le donne.
Se dai del frocetto a Jimmy Bennet non stai offendendo la comunità omosessuale, ma Jimmy Bennet.
Una prova?
“Lascia perdere. Non chiedere mai in prestito una penna a un frocio, non sai mai dove potrebbe averla infilata”. Ecco, questo è un insulto di cattivo gusto a tutti gli omosessuali invece.
“Li chiamo froci come devono essere chiamati e non rompetemi le palle” di Vittorio Feltri è un insulto omofobo, perchè definisce tutti gli omosessuali con una parola di cattivo gusto.
Capite la differenza tra l’una e l’altra cosa?
Frocetto non vuol dire omosessuale ma è un insulto, una parola di cattivo gusto, dando a un eterosessuale del “frocetto” gli state praticamente dicendo che gli piace farsela mettere al culo e succhiare cazzi e per quanto possiate ritenerla una cosa buona e giusta, non lo è per un etero, per un puritano e per gli stessi omosessuali che non sono per l’appunto marchettari della fontana delle froge.
Frocio, puttana, checca, impotente, coglione, succhiacazzi, troia, rottinculo sono insulti e in quanto tali sono di cattivo gusto ma per quanto possano non piacervi solo il destinatario può contestarli o lamentarsene e tutti abbiamo il diritto di scriverne quanti ne vogliamo, perchè non siamo su Rai 1 in prima serata, Cristo di un Dio, non siamo sul forum dell’azione cattolica, non abbiamo dodicenni come followers e voi non siete stati illuminati dal divino solo perchè avete fatto un log in.
Ci sono parole che vanno censurate in certi contesti ma non se lo scopo primario non è l’offesa. Di rilievo è il caso di Agata Christie cui titolo di uno dei suoi romanzi più famosi fu tradotto da “Dieci piccoli negretti” a “Dieci piccoli indiani”.
Nessuno diede della razzista alla nota scrittrice, nessuno con un minimo di onestà intellettuale poté farlo perchè il titolo si riferiva a una filastrocca del tardo ottocento presa nella sua versione originale. Eppure con una censura la cultura anche se discutibile di quegli anni venne di colpo spazzata via. E in che modo poi. Una minoranza etnica fu sacrificata in favore di un’altra.
I negretti prima, come gli indiani dopo, in quella filastrocca morivano uno dopo l’altro.
Oggi mi sembra un po’ di rivivere quel dibattito che si creò negli anni ’90 e che decise che la parola handicappato fosse un insulto anche se riferita a un normodotato.
Si decise che fosse un tabù e i tabù li decidono i media, non voi, voi siete solo il gregge che annuisce.
Uomo con un handicap: questo stai dicendo a qualcuno che crede di non averne.
Il sacro media decise che se, ad esempio, dai dell’handicappato mentale a uno che non lo è stai offendendo i malati di mente in quanto avere handicap mentali non ti rende inferiore a un uomo sano.
Cristo santo, davvero lo pensate? Umanamente no, ma fisicamente sei inferiore eccome, c’è poco da fare bello mio, devi fartene una ragione come io ho accettato il fatto di avere le ginocchia a pezzi e di non poter correre cento metri senza sentire dolore.
“Non sai farlo? Cosa sei, handicappato?” non è un’offesa se non al diretto interessato.
“Avere un figlio handicappato è come passare la vita ad annaffiare un albero sperando che un fulmine prima o poi lo colpisca”, questo è un tabù lecito invece, questa è un’offesa ai disabili.
Contestualizzare è la chiave.
La parola in sè, qualunque parola dal fonema greco a oggi non ha alcun significato intrinseco se non è contestualizzata. La parola, insomma, non avrebbe più alcun valore se l’umanità si estinguesse: sarebbe come il suono in un mondo di sordi, non esisterebbe.
Non è la parola il vero problema ma il processo alle intenzioni, questo continuo dover cercare l’intero universo anche nella più piccola delle galassie.

Poco tempo fa una transessuale mi scrisse: “Tu non sai cosa si passa ad essere come noi”.
“Non me ne importa un cazzo” le ho risposto, “tanto quanto a te non importa sapere cosa si passa ad essere una puttana tailandese, un malato di leucemia, un minatore peruviano, un tossicodipendente, un immigrato, un rifugiato politico. Tanto quanto a te non importa sapere cosa si prova ad essere come me.”
Paragone scomodo, quello del transessuale col tossicodipendente, ma è una percezione che ci ha dato la comunità LGBT negli anni, con una politica ridicola che ha tramutato la sessualità in un problema: per loro che devono essere accettati e compresi, per noi che dobbiamo per forza immergerci nelle loro emozioni, provare empatia, infilarci un dito al culo per capire cosa si prova.
Quel “non me ne importa un cazzo” era il simbolo della mia totale assenza di omofobia. La sessualità della gente deve importare solo alla gente che la possiede. Semmai il problema omofobia è nato proprio quando chiunque ha iniziato a interessarsi del sesso altrui. La sciagurata scintilla è nata dall’interesse, non dalla sua mancanza.
La sessualità è la tua, il solo fatto che qualcuno abbia un’opinione su di essa senza che gli sia stato chiesto esplicitamente mostra un razzismo latente.
Non ho mai nascosto il mio punto di vista sui gay pride, sulla parte malata dei gay pride. Di quello ve ne do atto, ho avuto un’opinione circa una manifestazione di pubblico dominio. Perchè ce l’ho tanto con quel carnevale di idiozia? Perchè non facilita l’ottenimento di diritti fondamentali, non facilita l’ottenimento di un diritto su tutti che io vorrei che i gay avessero, ovvero quello di poter adottare dei bambini che altrimenti vivrebbero senza un amore familiare. Opinione politica.
I costumi, le piume, i tanga, i vari remake dei village people non rappresentano l’omosessuale, sono una pubblicità alla stravaganza, del tutto lecita ma che reputo fuori contesto. Fate uno “stravaganza pride” e partecipo anche io, vestito da conte del rinascimento giacchè adoro i vestiti Punkrave e ci mettiamo dentro gli scambisti, gli emo, i punk, i cosplayers.
Il mio profilo è stato bloccato qualcosa come una trentina di volte e di certo non mi fustigherò se facciamo 31, per me essere censurato è un onore. Continuerò a usare le parole che più mi aggradano quando mi aggradano.
Agli omosessuali voglio dire che non ho mai dato del frocio a un gay che non meritasse di essere offeso con una parola che lo colpisse profondamente. A un paio che mi hanno toccato il pacco, per esempio, a uno che ha provato a infilarmi la lingua in bocca mentre ero ubriaco e dormivo in auto. Voi oggi la chiamereste molestia e probabilmente se ne scrivessi un post diventerei una star. Non potrei mai discriminare qualcuno per la sua sessualità, non rientra nelle mie corde, lo trovo insensato e stupido, vigliacco e ominide.

Sono stato bloccato per un mese per aver riportato un pezzo di un mio racconto in cui un poliziotto razzista americano insultava un nero.

- Hey fratello, non chiamarmi più sporco negro.
- Come vuoi, figlio ritardato di un’immonda cessa sbucciacazzi!
- Woh woh, questa è pesante, fratello, forse è meglio che torni a chiamarmi sporco negro.

Tutti i miei amici sono neri, quella che considero la mia seconda madre lo è.
E’ considerevole il fatto che i commenti a un video di un violento pestaggio a un extracomuniario che gira su Facebook ultimamente, riportino queste esatte parole:
“Loro possono violentare chiunque e nessuno dice nulla, quando facciamo qualcosa noi finiamo su tutti i giornali” o “Si comportano come se fossero a casa loro, quando cominceranno a cadere uno ad uno si daranno una calmata”.
Se Mario Rossi stupra una donna è Mario Rossi ad averla stuprata. Se un africano stupra una donna è tutta l’Africa ad averlo fatto.
Quei commenti, segnalati, risultano rispettare gli standard stabiliti dalla piattaforma.
Tutto perchè non è presente la parola negro. Si dà più peso alla forma che alla sostanza.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato un tratto da un mio racconto in cui il protagonista faceva sesso con la donna incinta del piano di sopra. La signora che mi ha segnalato si diceva inorridita dal fatto che si potesse ridere di una situazione tale, una donna incinta va rispettata. Con buona pace delle donne in dolce attesa che sono state giudicate dalla signora e dalla censura di Facebook “non scopabili”.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato il simbolo del sole indiano. Somiglia a una svastika, ma non lo è.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato la foto di una donna di spalle con il culo nudo, nessun capezzolo, nessuna vagina, semplicemente un sedere. La foto accompagnava un mio racconto sul nudismo.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato delle foto che volevano ironizzare sulle principesse Disney. Nessun nudo, nessuna donna reale, nessun atto visibile, solo l’idea dell’atto. E’ stata censurata un’idea, palesemente irrealistica.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato “L’origine del mondo”.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato una battuta sul pissing accompagnata dalla bocca bagnata di due donne. Nessun atto, nessun organo sessuale, nuovamente solo un’idea e il breve dialogo:
“Cos’è?”
“Un film”
“E che cazzo stanno facendo?”
“Non ho seguito bene la trama, ma credo che quelle due ragazze siano state appena morse da una medusa”
Sono stato bloccato per un mese per aver postato l’immagine di una donna che allatta prima che partisse la campagna “le donne che allattano non vanno censurate”. Fu la mia prima censura, per questo mi commuovo ancora di fronte a una tale scena.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato poche righe di un mio romanzo in cui un nazista si vantava di aver partecipato alla Shoa e ne andava fiero. Un estratto di quel romanzo, “Tango”, è stato pubblicato ed è stata la copia più venduta nella collana Damien de Il Foglio.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato il viso (ripeto, il viso) di una donna che stava raggiungendo l’orgasmo.
Sono stato bloccato per aver postato gli sketch di Mr Penis, un personaggio inventato per una serie di fumetti prodotta da un regista italiano e cambiato poi in Pescelik. Era un pene disegnato con gli occhi da topolino, le braccia esili e i testicoli come gambe.
Sono stato bloccato per aver definito l’omosessualità una “devianza” in risposta alla frase di Rita Levi Montalcini detta a Fabio Fazio (della quale nessuno si accorse perchè Fazio ci parlò sopra) riguardante i gay: “Poverini, sono malati”.
Chiedete alla RAI di riesumarla, la frase. Quando notai il fatto ne parlai pensando che il mondo sarebbe insorto: insomma, un Premio Nobel per la medicina che si esprimeva in quel modo. Ma la cosa fu insabbiata fin da subito, il mondo era distratto o indrottrinato.
La mia idea era chiara e sentii il bisogno di dire la mia a chi in quel frangente si era sentito “malato” ingiustamente. Per rispondere a chi diceva che l’uomo è nato tale e la donna anche, a chi tirava in ballo la natura, definii l’omosessualità una devianza dalla “decisione suprema di madre natura” sottolineando che con lo sviluppo della ragione e di rimando dei sentimenti umani, l’uomo ha imparato a deviare dai percorsi prestabiliti dal mondo animale tramutandosi costantemente in qualcosa di diverso. Riguardava il concetto di evoluzione, se fossimo l’estratto basilare della natura, anche l’amore sarebbe solo una reazione chimica mirata a farci accoppiare.
L’algoritmo riconobbe la parola omosessuale e deviato e i segnalatori gay non accettarono l’idea di non essere loro, la decisione suprema. Lo ribadisco: l’umanità vive perchè si accoppia con gente di sesso opposto e no, la fecondazione assistita non può essere collegata alla natura, è una devianza quindi, parte di un’evoluzione, del progresso, della ragione, della capacità dell’essere umano di raggiungere i propri obiettivi e mutarsi.
Non è qualcosa di cui vergognarsi, è anzi uno dei motivi per i quali ci differenziamo dalle scimmie. Un bambino nato in provetta è un bambino: nasce, cresce e pensa, come tutti.
Due esseri umani che decidono di accoppiarsi per mettere al mondo un figlio non sono più accettabili di due che decidono semplicemente di fare un’inseminazione. Cambia il metodo, il grado di divertimento o non so: d’igiene? Ma come può cambiare il valore della vita?
“Due donne, oddio, non hanno un pene eppure hanno un bambino, è innaturale”.
Andatelo a chiedere a vostro marito che per mettervi incinta ha dovuto prendere il viagra per una settimana, cos’è la natura.
Se la società lo accetterà, per i figli (i bambini hanno una mente più elastica della nostra) non sarà un problema accettarlo, considereranno la propria nascita un atto d’amore.
L’omosessualità esisteva già migliaia di anni fa, nei ceti più abbienti tra gli egizi, i greci, i romani, i persiani, gli stessi Dei erano spesso dipinti come bisessuali, Alessandro Magno che si proclamava semidio lo era. L’omofobia è una prerogativa dell’islam e del cristianesimo e oggi anche gli atei subiscono l’influenza di quel pensiero.

Qualche anno fa anche io sono entrato a far parte della schiera dei bloccati per aver postato la foto del bambino nudo in lacrime che fuggiva dai soldati durante la guerra in Vietnam. Abbiamo dovuto lanciare una petizione su Change.org per riabilitare una delle foto più famose di sempre.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato la conversazione intera tra me e una scrittrice che contestava il mio articolo: dieci modi per suicidarsi creativamente. Uno di questi consigliava di correre in un campo minato in Afghanistan per risparmiare le vite di poveri innocenti che volevano vivere. La scrittrice in questione, straniera, ha poi scritto un articolo dal titolo: “Non ascoltate lo scrittore Alessandro Cascio”.
Sono stato bloccato per un mese per aver postato un mio articolo su un uomo anziano che ha ucciso sette persone e ha scontato la pena. L’articolo si riferiva agli studi di Lombroso sulla fisionomia dell’omicida. Il nipote della persona in questione, dopo avermi insultato perché siciliano e perchè dovevo sciacquarmi la bocca quando parlavo della sua famiglia, è riuscito a farmi chiudere il profilo.
Sono stato bloccato per un mese per aver detto “vecchia e priva di talento” all’amica dell’allora presidentessa del Premio Scerbanenco, per rispondere al suo “sei un bamboccione”. L’indomani sono finito sul blog de L’Espresso e sul blog allora sovvenzionato da Vasco Rossi, Satisfiction. Alla fine ho dovuto chiudere i miei contratti col mio editore del tempo che con un comunicato dichiarò di distaccarsi dalle mie dichiarazioni. Non furono censurate le miriadi di persone che mi augurarono la morte e mi minacciarono di farmi picchiare dai loro amici, di farmi sbranare dai loro cani.

Non credo che il problema sia Facebook in quanto azienda, che è costretta a usare degli algoritimi per gestire miliardi di persone. Il problema è la gente che a poco a poco ha creato un controllo incrociato degno di una ghestapo. Nel mondo del lavoro il controllo incrociato è una manna per le aziende che lasciano ai lavoratori il compito di vigilare sull’operato altrui. Un esempio antico, geniale nella sua crudeltà, è la catena di montaggio.
Nel mondo della libertà di espressione invece il concetto cambia, perchè la gente, spesso analfabeta funzionale o priva di una logica tale da poter contestualizzare un concetto in modo adeguato, finisce per creare una sorta di censura perfetta, invidia di qualunque dittatura. Dal canto suo Facebook sfrutta la dipendenza da social (diventata una vera e propria malattia sottoscritta dall’università di Cambridge) e l’impossibilità di opporsi a una dinamica deviata anche se riconosciuta tale.
La gente allora si adatta, cambia per assuefazione, perchè un tossico è capace di tutto pur di ottenere la propria dose. Ci si appiattisce, si diventa simili, il pensiero diventa omogeneo e spalmato su due tre fazioni in lotta tra loro.
Ricordatevi che non esisteva il concetto di “il capezzolo è osceno, il resto del seno no” prima dell’avvento di Facebook, è una loro invenzione entrata nelle nostre teste e assorbita.
Il social è uno strumento di pressione sociale, nel bene e nel male, per questo viene sempre più usato dai politici. In questi giorni Michael Stipe dei REM ha dichiarato di aver abbandonato le varie piattaforme social (molto seguite) proprio perchè si sta rasentando il ridicolo, specie in politica. La pressione sociale, per chi lotta da sempre per il libero arbitrio, è sempre un male, anche quando mira al bene.
A differenza di quanto spesso mi è stato contestato, io non uso molto i media. Faccio tanto rumore, per questo mi percepite il doppio.
Non uso il cellulare che rimane spento anche per mesi e il mio nuovo smartphone, quello moderno con tutte le applicazioni alla moda, non ha una scheda sim, lo uso a volte la sera per giocare a Tetris o con Instagram, che io trovo molto più rilassate e piacevole di Facebook. Per quanto riguarda questo social, postare anche due volte al giorno è un modo per essere sempre presente anche se assente.
La TV è quasi sempre spenta tranne la notte, quando Rai 5 trasmette quegli splendidi documentari sulla musica anni ’60 e poco importa se spesso li ripete, la cultura va ripassata per attecchire.
Il mio tempo lo passo sui libri perchè, come mi diceva la mia insegnante di letteratura alle medie: imparerò fino a quando non esalerò l’ultimo respiro.
E spero per lei che ci siano salotti letterari in paradiso, perchè se l’Eden è per i credenti, per chi riga dritto, per la bella gente onesta lavoratrice, protesi robotica di un dimenticato agglomerato umano, per i politically correct, allora nell’alto dei cieli parleremo di immigrati, gossip, politica, Ferragnez, cantanti trap e grasso corporeo.
Il motivo per il quale continuo a farmi censurare senza pormi il problema riguarda la dignità dell’uomo ma anche dello scrittore. Ho scelto di fare questo mestiere per essere libero di esprimermi come meglio credo e se nel tempo neanche gli editori nazionali e i giornali mi hanno mai censurato (il quotidiano di San Marino mostrò il mio culo nudo senza farsene un problema) non vedo perchè una piattaforma gestita da gente lontana miglia e miglia e supervisionata da operatori asiatici con il benestare delle casalinghe frustrate, debba prendersi la briga di decidere cosa debba dire e come debba farlo.
Non ve ne accorgete ma vi stanno mutando lentamente, lo hanno già fatto.
La gente parla di internet anche quando non è collegata. Le argomentazioni più condivise sul web rimangono inevitabilmente nella testa di chi ha spesso un cellulare tra le mani, così ci si ritrova spesso a parlare di notizie che girano sul web, di indignazini che girano sul web, di argomenti distanti dalla realtà eppure radicati, presenti come fossero davvero tangibili.
Durante una conversazione reale capita che vi si dica come mangiare, come pensare, come agire, come votare, quale musica ascoltare, finendo anche per toccare problemi di nazioni che non avete mai neanche visitato ma sulle quali, per qualche motivo, dovete avere un’opinione per essere ben accetti o considerati abbastanza a contatto col mondo.
La società si è ammalata e sono certo che qualcuno mi verrà a dire la solita frase “se internet si usa bene è utile” e poi mi farà l’esempio del coltello che può tagliare il cibo o uccidere.
Rispondo: il social non è il web, anche se oggi è così che lo percepiamo.
Il web è alla tua mercè, tu sei invece alla mercè del social.
Per farla semplice. Se vai su Google devi comunque fare uno sforzo mentale per raggiungere quel sito che ti farà credere di essere uno scienziato, un medico, un giornalista, un opinionista, un ingegnere. Devi decidere l’argomento, devi avere in partenza un’idea. Il social te la sbatte in faccia ogni mattina costringendoti a subire le idee di un amico cretino o di un amico dell’amico cretino.
Liberatevi dei pensieri che non sono i vostri, scovateli e fateli fuori. Liberatevi dell’idea che avete degli altri solo perchè li avete visti e letti su un social. Liberatevi dell’idea di un mondo che non avete mai visto. Non è un’idea se non è nata da una vostra deduzione.

A riveder le stelle, succhiacazzi.

Grazie a tutti gli altri.

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