Daniele Silvestri, Shovinskij e la sindrome da deficit d’attenzione

On 11/02/2019 by alecascio

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<<Sapete quante persone avevano cantato di noi, prima di Daniele Silvestri? Nessuno. Per questo l’ho sostenuto fino alla fine, perché se prima ero io ad amare lui, ho scoperto in seguito che anche lui ama me. Vi racconto perché.>>
Quando avevo quattordici anni mi fu diagnosticata l’ADHD, per dirla in italiano “sindrome da deficit di attenzione”. L’avevo da sempre ma tentarono lo stesso di curarla in ritardo con le benzodiazepine. La mia psichiatra, allora psichiatra di mia madre, mi disse che avrei potuto fare tutto quello che desideravo, che non era nulla di grave, ma ugualmente mi somministrava una particolare boccetta a settimana che un mio amico del nord s’iniettava in vena con i suoi compari quando in paese mancava l’eroina. I primi tempi me ne vergognavo, feci promettere alla dottoressa di non dire nulla a nessuno, ma sapevo che in fondo mio padre era a conoscenza della mia situazione, per questo accettò per anni che non mi svegliassi per andare a scuola o che mi ritirassi al quarto per frequentare una scuola privata. Lanciavo sedie dal terzo piano della mia classe, zaini alle professoresse, ero argento vivo, signori, ero argento vivo. La mia professoressa di Tecnica fu l’unica a capirmi, al tempo. Un giorno che fui sbattuto fuori dalla lezione mi prese in disparte e mi disse:
“Posso aiutarti, hai delle potenzialità enormi, dobbiamo solo riuscire a parlarne con qualcuno per incanalarle. Ma se non ne parli prima a me non potrò fare nulla”.
Fui tentato di dirle la verità, ma sapete, non è facile spiegare agli altri che per leggere una pagina di un libro puoi metterci anche un’ora, non è facile spiegare quella sensazione di voler urlare quando ti si richiede di stare in silenzio ad ascoltare, non era facile parlarne ad una persona a cui avevi distrutto il parabrezza dell’auto lanciando un mattone dalla finestra del corridoio. Non lo sapeva, certo, siamo iperattivi mica scemi.
Non era facile spiegare alla mia ragazza di allora, forse la ragazza che ho amato di più in tutta la mia vita, che il resto della mia esistenza sarebbe stato un casino e che quindi non potevo starle accanto, per il suo bene. Così non spiegai mai nulla a nessuno, semplice.
Da piccolissimo sfogavo le mie ansie scrivendo, disegnando e suonando, non riuscivo ad applicarmi come tutti ma trovavo meglio d’altri mille scorciatoie per raggiungere i miei obiettivi.
Scrivevo in rima già a otto anni, disegnavo da solo i miei fumetti e suonavo il piano anche per cinque ore di fila.
Non riuscivo a leggere uno spartito senza innervosirmi, ma riuscivo a comporre. Nel mio primo romanzo racconto di come inventai il soprannome Shovinskij. Un anno composi una sonata per piano (che molto tempo dopo un mio caro amico mi fece incidere), la suonai a Natale per dei lontani parenti bresciani, dissi che era mia e non ascoltarono neanche. L’anno dopo chiesi se volessero ascoltare una sonata di Shovinskij, nella mia testa un incrocio tra Stravinskij e Shopenauer, non so come mi venne in mente, ma mi sembrava un nome altisonante adatto a un compositore.
Inutile dire che si congratularono, perché così piccolo già suonavo Shovinskij.
Non avevano idea che fosse la stessa canzone dell’anno prima.
Allora iniziani a usare quel nome per ingannare tutti,
Non è una mia poesia, è di Shovinskij.
E sì che ti ascoltavano.
Shovinskij fu il personaggio principale di un blog che in tre anni ottenne più di un milione di visualizzazioni prima di venir chiuso. Molti mi chiamano ancora così a Roma, anche i miei più cari amici.
Non potevo laurearmi e avere una carriera normale come tutti, certo, ma potevo comunque applicarmi in ciò che amavo di più e col tempo riuscii a dimostrare che nonostante tutto, l’impulsività eccessiva poteva essere gestita con l’arte, la libera espressione. Non era facile tenersi un lavoro a meno che non ti sfiancasse completamente, per questo quelli come me andavano bene per i campi o le fabbriche. Una volta riuscii a lavorare in un pub per due anni senza farmi licenziare. Un’altra invece durai tre ore perchè lanciai una cesoia al capo.
Ho sempre usato lo sport per sfogarmi.Finisci per esagerare anche con quello, ma è il tuo sistema nervoso che te lo chiede, ti dice “continua, continua, continua finchè non crolli”. Quando in media un pugile normale dava al giorno 4.000 pugni al sacco, io ne davo 12.000 e una volta arrivai a 35.000, ho ancora la foto di quel giorno. Mio fratello si preoccupava a tal punto che un giorno mi regalò un orologio per contare i battiti.
Mai usato.
In piscina facevo settantacinque vasche come normale allenamento, tanto che l’istruttore mi rimproverava di usare troppo la corsia e la mia ex metteva il piede in acqua per fermarmi dopo un paio d’ore.
Per spiegarvelo meglio: il corpo si stanca anche, ma è la testa che non cede mai. Se voi andate a cinquemila giri, noi andiamo a diecimila. Potrebbe sembrare un bene, ma andare fuori giri vuol dire pensare a tutto e focalizzarsi su niente.
Non riusciamo ad avere insegnanti a meno che non siano preparati ad avere a che fare con persone per così dire, particolari. Quando vinsi il concorso per entrare a far parte della scuola per sceneggiatori, neanche il compianto Mario Monicelli riusciva a placarmi. Il regista Daniele Costantini un giorno dovette arrendersi e mi fece sedere al suo posto:
“Va bene, Cascio, fai lezione tu, fai tutto tu, risparmiami la fatica”.
Quel giorno spiegai agli allievi quanto fossero stupidi i film dei nostri insegnanti, specie quelli di Gino Capone, quello che scriveva per Jerry Calà.
“Quindi”, vi chiederete, “con un deficit di attenzione, cosa riesci a combinare?”
Casini sicuramente, ma non solo.
Puoi leggere, non tutto d’un fiato, ma sono riuscito a leggere centinaia di romanzi senza dovermi imbottire di tranquillanti.
Se quel che fai è ciò che vuoi davvero fare per esprimerti, puoi anche raggiungere vette elevate, perché ti quieta come a me quieta scrivere. Così ciò che per una persona qualsiasi potrebbe essere pesante, paradossalmente per chi ha l’ADHD diventa semplice. Ho vinto il mio primo premio letterario a vent’anni, ho scritto dodici romanzi, centinaia di racconti, fumetti, sceneggiature, ho pubblicato per tutte le più importanti riviste letterarie e ricevuto critiche entusiaste quasi sempre. Sono stato pubblicato con personaggi di fama internazionale, recensito su alcuni dei più importanti quotidiani nazionali, tutto questo nonostante tutto il resto.
Non mi sono mai fermato e non so fermarmi tutt’oggi.
Il mio ex editore prima di morire mi scrisse…
Ve lo incollo, è meglio.
“Tu non sei egocentrico, sei Alessandrocentrico, il mondo non ti gira intorno ma gira attorno a tutti i te che ci sono in te. In dieci anni ho visto la tua scrittura migliorare sempre di più e ogni volta che ti chiamo a scrivere per me so che non arriverà mai qualcosa di scontato, di leccato, vado sempre sul sicuro, so che non mentiresti mai al mondo con una “penna in mano”, se mi passi il termine. Sei un salvavita”.
E lui era uno dei più grandi pensatori che abbia mai conosciuto.
Se avrete un figlio con un deficit d’attenzione non frenatelo, non imbottitelo di nulla, non cercate di curare qualcosa che nessuno ha mai curato da quando esiste la psichiatria. Lasciatelo fare e rimanete a guardare: vi stupirà, ve lo garantisco. Non tutti dobbiamo avere la stessa vita, semplicemente possono venir fuori dei figli normali oppure può uscirvi il Jolly. Se la prendete nel giusto modo, potrebbe anche essere divertente, per lui e per voi e se soffrirà i primi tempi, statene certi, quando riuscirà a comprendere come sfruttare la sua devianza sarà il primo ad esserne fiero.
Oppure vi farà andare a fuoco casa come ho fatto io con i miei.
Ma mettetela così, avrete qualcosa di stupefacente da raccontare agli amici della bocciofila quando sarete anziani.
A. Cascio Shovinskij

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