Sanremo 2020, il racconto maleducato della prima serata

On 05/02/2020 by alecascio

Il festival inizia con applausi per quello, quell’altro, l’addetto alle luci, l’architetto, il tipo che fa le pulizie e l’onore di essere lì, Amadeus dimostra come tutti gli altri conduttori un amore sviscerato per il culo degli altri. Gli Eugenio in via di gioia, quelli di “Chiodo fisso” e “Obiezione” vengono scartati perchè Sanremo 70 sta per 1970 e loro sono del 2040 o giù di lì. Performance e musica geniale, ma lo capiremo tra qualche anno, conoscendoli si staranno scolando una bottiglia sbattendosene il cazzo del voto. La giuria di qualità è composta da uno spaventapasseri, un mocio vileda e due attacapanni per cui perfino Claudio Villa sarebbe stato troppo innovativo, così passa la signora Tecla, un’anziana ed elegante signora di 16 anni. Tiziano Ferro ci regala tutta la sua energia, perché tutti amano Tiziano Ferro anche se molti non lo ammettono. E’ bello, sorridente, ha una bella voce, spacca il culo e lo vorresti in squadra con te a calcetto anche se liscia le palle, anche in porta. L’ultima frase è piena di doppi sensi non voluti. Entra una delle voci femminili più amate di sempre, così pensi “cazzo, Aretha Franklyn”, ma no, è Irene Grandi con la faccia truccata come gli addominali degli spartani nel film 300.
La canzone ha rotto il cazzo dopo trenta secondi, l’ascolti sperando che ci sia un picco, ma… Aretha Franklyn canterebbe meglio da morta se le infilassero un compressore nel culo e lasciassero uscire l’aria saltandole sullo stomaco.
Si presenta la prima compagna di avventure di Amadeus, Diletta Leotta vestita da banana. Ci sono 15 scalini, ci spiega, del resto, come ha detto Amadeus, è laureata oltre ad essere bella. Torna all’Ariston Marco Masini con la maschera di Giuseppe Verdi e i capelli pettinati alla Nikola Tesla, si siede al piano, inizia a cantare, ma succede l’imprevisto, il pubblico si alza e gli urla contro. “Basta” gridano, “con sti testi alla Muccino, vogliamo un po’ di rock cazzo”. Fischi, vuvuzela, qualcuno lancia sul palco pomodori, altri oggetti contundenti e bottiglie, un tizio lancia Rita Pavone che ha l’età che avrebbe mia nonna se non fosse morta di vecchiaia e trovandosi il microfono accanto inizia a cantare.
Granny su youporn, granny sul palco dell’Ariston, sono tempi duri perfino per le Milf.
Entra in scena Rula Jebreal, Amadeus le fa una domanda: è più emozionante scendere la scale di Sanremo o partecipare come consigliere al G8?
“E per te?” pensa Rula, “è più gratificante un calcio sulle palle o un massaggio tailandese?”
Educata com’è glissa presentando Achille Lauro fatto come una scimmia che si è portato dietro la tenda del camerino per nascondere l’intimo glitterato. Rimane in costume sul palco e potrebbe anche cantare in tanga se riuscisse a seguire la linea melodica, ma ce la sviolina mezzo tono sotto. Non ne ho capito un cazzo della canzone, ma all’incirca ci voleva dire che se ne frega, parole forti, dure, in questo momento storico in cui prendere posizione è un dovere.
Entra Diodato che ha il nome che pare una bestemmia, la sua voce su wikipedia raggiunge i massimi storici visto che nessuno sa chi cazzo sia, adesso tutti sanno che è nato ad Aosta nel 1981.
Ignoranza. Diodato è uno dei nuovi talenti italiani anche se c’ha 40 anni, ha collaborato con Subsonica, Silvestri e basta così, finalmente ci regala un po’ di melodia, abbiamo dovuto attendere le dieci e mezza prima di sentire cantare davvero qualcuno al festival della canzone, un po’ come andare al mare e stupirsi che ci sia il mare.
Per dirla come la Jebreal: “Con ventemile copie di dischi vendute, tornino al palco dell’Ariston, le Vibrizioni”
Dietro al vibratore (il frontman) un tizio fa un ballo strano o impreca verso il tecnico delle luci. Vessicchio è stato applaudito più di Charlie Chaplin agli oscar del ’72. La voce bellissima di Francesco è mal riposta, ma entra Diletta Leotta e devo lasciarvi, perchè ciò che ha da dire potrebbe cambiare la visione del mondo che ho adesso e chissà, potrei decidere di partire e girare il mondo, innamorarmi e scrivere un libro di poesie.
Entrano Al Bano e Romina con la bellissima figlia, non sono in gara, fanno parte dei superospiti e questo palesa il fatto che quest’anno non vedremo nè Shakira nè J-Lo sculettare come al superbowl. Romina si sta tramutando sempre più in Iva Zanicchi, non ha mai saputo cantare e lo sguardo di Albano quando la guarda è sempre lo stesso da cinquant’anni: “Canta, Cristo di un Dio, spingi con quel diaframma, non farmi fare l’ennesima figura di merda”
Poi lui si cimenta in un brano, ma da solo, perchè a tutto c’è un limite e finalmente si rilassa quasi quanto le corde vocali di Romina.
Per ricordare il compianto Cristiano Malgioglio che ci ha lasciato troppo presto, cantano Raccogli l’attimo, un rivisitazione di Cogli l’attimo, ma sgrammaticata e… no, un momento, c’è Malgioglio in sala.
Allora, se non è morto, qual è stato il motivo di tutto questo?
Diletta Leotta rientra con un decoltè invidiabile, decisa finalmente a puntare tutto sulla bellezza. Anastasio è fuggito dal matticomio con ancora la camicia addosso, è incazzato come al solito. E’ lui la vera ventata di freschezza, non Achille Lauro, anche se la freschezza serve più per l’igiene intima e dopo l’ora di jogging mattutina, su un palco bisognerebbe solo cantare bene e fare bella musica. Bravo, un pezzo che andrà certamente in radio: per le nuove generazioni, la radio è quella roba che ascolti quando sei imbottigliato nel traffico e sei troppo pigro per sceglierti le canzoni da solo e farti una playlist da ascoltare in auto. Torna Tiziano Ferro con “Almeno tu nell’universo”, una cover di Elisa per chi è nato dopo il 1998, una cover di Mia Martini per chi è nato prima.
Dà un bacio al cielo, al tetto dell’Ariston, ma ci emoziona e si emoziona ricordando una delle cantanti più grandi del passato centennio italiano.
Piange, ci fa emozionare, Tiziano ha un grandissimo cuore.
“Non ce l’ho fatta” dice e doversi giustificare per le emozioni e un po’ il male del nostro tempo, come il botulino, Achille Lauro, il razzismo, il chitarrista di Achille Lauro, il produttore di Achille Lauro, la fame nel mondo. Diletta Leotta parla con la nonna piegata a 100 gradi, quanto basta per guardarle le tette e fottersene della nonna. Fa un discorso splendido sulla sua bellezza e le rughe che avrà nel 2076, ci ricorda che la bellezza passa, va via, sempre che tu l’abbia mai avuta, la bellezza, altrimenti metti sul cinque che c’è un film con Claudio Bisio.
Non è il saggio di fine anno, è sempre Sanremo, il festival dell’un sacco di cose, compresa la recitazione, la malinconia per il tempo che fu e i cantanti in gara sembrano una specie di contorno. Da mezz’ora ci ricordano che invecchieremo tutti e io comincio ad avvertire dolore ai reni e una scarsa mobilità alle ginocchia.
La Jebreal è lì a leggere fogli quando vorrebbe parlare di politica, di islam, di riscandalmento globale e c’ha quell’espressione di chi è stata incastrata da una postilla su un contratto firmato da ubriaca alla fine del ramadan.
Ma torniamo alla musica, prima però aspettiamo che finisca di cantare Elodie.
Niente musica, torniamo alla recitazione, chissà chi vincerà sto Leone d’oro quest’anno. Amadeus entra in scena, ci dice che la Jebreal entrerà con un libro bianco e uno nero, quello nero è il libro della sofferenza.
N’atra vota, hanno smesso di dirci che invecchieremo, adesso è l’ora di parlare di morte, uccisioni e stupri.
Sono certo che dopo questo intervento le violenze diminuiranno drasticamente del 70%. Non è vero, no, sensibilizzerà solo le persone che di solito non stuprano nessuno, ma sicuramente ascolteremo più la Jebreal e la prenderemo più sul serio quando parlerà del patimento di alcuni popoli.
Chi si racconta piangendo, molto spesso si racconta sinceramente.
Emma si presenta sul palco, non c’è modo migliore di commentare la cosa se non con una foto .
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Mentre a Sanremo fanno cose che non hanno senso e che con la musica non c’entrano un cazzo, in sala stampa ne approfittiamo per riguardare la performance più bella ma meno apprezzata della serata, quella degli Eugenio in Via di Gioia, con Tsunami. Ci siamo divertiti tutti.
Tsunami insomma, ci dice che nonostante il mondo stia crollando, noi ce ne sbattiamo il cazzo e continuiamo come se niente fosse.
Hanno anche cantato Bugo e Morgan, appena usciti dal festino con Achille Lauro ma navigati come sono, tengono il palco e ci raccontano qualcosa, almeno loro. Finiscono ultimi, primi Le Vibrazioni, con una canzone che nessuno ricorda e che dovremo spulciare su youtube per capire di cosa parlasse e se avesse un motivo orecchiabile.
Tutti in sala stampa abbiamo avuto l’idea che il settantesimo festival di Sanremo più che una gara fosse uno show a tema musicale, che i cantanti in gara fossero un contorno, che Gualazzi dovrebbe fare Jazz come sa e che la gara è ormai superata, si dovrebbe cantare e basta, come hanno fatto Gessica Notaro e Antonio Maggio con una canzone di Ermal Meta e dello stesso Maggio, spendere il gettone del messaggio mondiale per parlare di qualcosa che conta e fanculo i premi.

Per oggi è tutto.

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