Indro Montanelli e il perchè la storia dev’essere lasciata dov’è

On 15/06/2020 by alecascio

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Montanelli diceva: “‘Gli italiani non imparano niente dalla storia, anche perché non la sanno”.
Gli studenti milanesi, reo confessi di aver imbrattato la sua statua, dichiarano:
“Crediamo di aver dimostrato, al contrario, di conoscerla molto bene.”
No, piccoli e inutili ragazzi senza passato, voi non avete idea di cosa sia la storia perchè, come molti tra noi, non l’avete vissuta sulla vostra pelle, essa è per voi un insieme di parole e punti di vista, per questo va lasciata dove si trova e presa come riferimento negativo o positivo, ma è lì che deve stare con tutte le sue reliquie.
Mia nonna era parte dei Balilla durante il fascismo, non mi raccontò mai niente di quei tempi bui se non quello.
I Balilla erano una organizzazione giovanile atta a forgiare giovani fascisti, “finalizata all’assistenza fisica e morale della gioventù” come sosteneva l’ONB. Per i bambini era un gioco, le loro divise li facevano sentire forti,
appartenenti a un gruppo, a loro si chiedeva di fare il saluto al Duce ogni giorno, a loro si chiedeva di valorizzare la propria razza. Quegl’insegnamenti le rimasero per sempre, almeno in profondità e non era raro che, poco lucida per via del tempo che passava, si esaltava e poi rammaricava per quel periodo buio che faceva pur sempre parte della sua infanzia. E l’infanzia è sacra, qualunque essa sia, anche nella bruttezza un bambino può trovare bellezza perchè la sua mente è ancora piena di luce, lo scrivo per esperienza personale. Un bambino ci riesce sempre, credetemi. Ma anche voi siete stati bambini, del resto.
Non era raro che chiamasse le persone di colore “negri” (nivuri, in siciliano) e che li disprezzasse, ma a tu per tu con loro era docile perchè aveva un lato umano e giocoso molto forte, le piaceva la compagnia, le piaceva interagire. Non era raro, inoltre, che ricordasse i tempi di Mussolini come tempi in cui le cose andavano bene, salvo poi ammettere che mio nonno, un ragazzo di strada, finiva spesso nei guai coi militari ed era costretto a nascondersi e scappare. C’era dentro lei un contrasto, com’è logico che fosse.
Vedete, è facile dalla culla del presente, defecare sul passato, perchè il passato non ci serve più, non esiste neanche, non abbiamo dovuto subirlo, non ha intaccato le nostre vite se non tramite gli strascichi che, in quanto tali, sono comunque presenze lievi.
Eppure non ho mai considerato mia nonna fascista, nè razzista, ho analizzato la sua educazione e l’ho compresa, in quanto l’unica donna davvero essenziale nella mia vita, l’unica sana e forte che mi fa amare le mie origini.
Tutto questo, pur essendo un orgoglioso antirazzista, pur amando l’Africa e lo splendido color ebano che tinge i corpi di alcuni esseri umani.
Contestualizzare la lunga vita di Indro Montanelli è davvero difficile, in quanto uomo di grande cultura non è facile accettare che non abbia rinnegato certe decisioni prese, sopratutto lo si odia per aver praticato il madamato con una dodicenne, quattordicenne, o quale sia la verità sull’età della madama da lui comprata. L’ho già giudicato, non tanto per l’aver comprato una donna, ma per aver dipinto l’uomo come un animale bisognoso di sesso a tutti i costi. E’ stata questa la sua scusa: “Si era in guerra, lì era usanza”.
Non erano le tue usanze e l’astinenza non ha mai ucciso nessuno.
Chi lo ha ammirato per aver raccontato durante la sua lunga vita la storia d’Italia in prima persona, ci è rimasto male già tempo addietro (non doveva di certo arrivare la protesta americana per conoscere l’esistenza di un autorevole giornalista e scrittore).
Indro Montanelli giovane e fiero, era tutto il contrario di tutto, pieno di passione per la guerra in Etiopia tanto da arruolarsi volontario pur di servire il suo Re. E intendiamoci, lui amava il proprio Re, non Mussolini, che accettò ma quasi mai di buon grado, tranne quando in prenda alla felicità per i suoi primi lunghi viaggi da soldato, lo chiamava Gran Babbo. Quando gli venne ritirata la tessera del partito fascista, non fece nulla per riaverla. Le sue simpatia per i rivoltosi spagnoli scritte, sprezzante degli ideali fascisti, nel Messaggero gli valsero una condanna a morte e la cancellazione dall’albo dei giornalisti per intervento diretto dello stesso Mussolini, lo stesso che anni prima, commentando un suo articolo antirazzista gli aveva detto “bravo, il razzismo è una cosa per biondi”. Pochi anni dopo quell’affermazione, il Gran Babbo promulgò le leggi razziali e lo condanno alla fucilazione. Aveva odiato Mussolini per quelle leggi e per la sua alleanza con Hitler (che Montanelli incontrò di persona). Pronto ad aderire al fronte rivoluzionario Giustizia e Libertà fu arrestato e condannato a morte per aver scritto sul quotidiano Il Tempo articoli diffamatori del regime.
Provò in tutti i modi a salvarsi la vita, scrivendo messaggi ad amici potenti, ma anche durante l’interrogatorio non potè fare a meno di proclamarsi liberale e di ammettere di considerare l’alleanza con la Germania “come un giorno di lutto nazionale”.
Tutti i suoi vicini di cella furono giustiziati, tranne lui, che fu trasferito a San Vittore con l’aiuto del Cardinale Schuster. Anche lì non nascose le sue idee antifasciste e di nuovo rischiò la fucilazione. Ancora una volta si salvò grazie a un falso ordine di trasferimento.
Il giovane Montanelli del madamato non era più quel che era un tempo, aveva visto la guerra da vicino, andando spesso di sua volontà in Spagna, Polonia, Finlandia, Estonia. Proprio in quest’ultimo paese fu spedito anni prima da persone al potere e a lui molto vicine, proprio per aiutarlo a non farsi ammazzare, giacchè soleva scrivere tutto ciò che pensava senza alcuno spirito di autoconservazione.
Un uomo che pensa e scrive, un uomo che parla a una nazione intera per quasi cento anni, non può non sbagliare mai, non è umano. Così inveì fin troppo contro Enrico Mattei (che pur non era un santo se non nella sua figura romanzata), ma senza mai appoggiare “le sette sorelle”. Si sbagliò anche sull’Etiopia, definendo quella degl’italiani un’invasione pacifica e priva di brutalità, salvo poi scusarsi quando ebbe tra le mani dei documenti che affermavano l’uso di armi chimiche da parte dei suoi commilitoni.
Si scagliò contro le Brigate Rosse esortando lo stato alla linea dura, per questo condannato a morte dai terroristi che su otto colpi che spararono, ne centrarono solo tre. Rimase in vita e tempo dopo strinse la mano ai suoi aggressori, appartenenti (a suo dire) alla fazione perdente della guerra al terrorismo.

Definì Licio Gelli un golpista da operatta, denigrò la sua P2 pubblicamente.
E di cose nel tempo ne scrisse tante, raccontanto e commentando a suo modo cento anni di storia d’Italia. Troppe, ne scrisse, per amarlo od odiarlo completamente, troppe per comprendere appieno la sua storia, il suo pensiero, il suo ruolo. I detrattori troveranno mille modi per attaccarlo, i sostenitori mille altri per celebrarlo.
Ma è esistito e non ha mai smesso di raccontare le nostre origini, che sono state splendide, poi malvagie, poi ancora splendide, poi di nuovo malvagie, come le origini di chiunque in questa terra perchè nessuno stato sovrano e libero è esule dalle barbarie.
Dico spesso (perchè lo sostengo) che cultura non è capacità di imagazzinare informazioni, ma quella di saperle elaborare. Non è un fervido periodo per la cultura questo e, lo dico con amarezza, neanche per le rivoluzioni.

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