Alessandro Cascio – Touch and splat (Rabbia repressa) – Romanzo integrale

On 02/07/2021 by alecascio

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Copertina di Marco Moni Mezzocielo

 

Prefazione di Ernesto Gastaldi

Il bello di un libro è se ti prende fin dalla prima pagina. Questo lo fa. Se lo cominci lo finisci d’un fiato e l’Autore ottiene davvero il risultato che ti annunzia: ti lascia incazzato nero.

Perché? Beh, devi leggerlo per saperlo, ma se uno fa una prefazione qualcosa deve dire: allora vi dirò che c’è un ambientazione americana credibile, si vede che l’Autore è mezzo americano, c’è una presa pel culo dei western all’italiana abbastanza ingiustificata ma a farlo è un vecchio rincoglionito e allora pazienza, ci sono dei personaggi ben torniti, vi ci affezionate pure un po’ anche se, come dice l’Autore, per testare l’importanza di una cosa dovete provare a farne a meno.
No, il libro dovete prima leggerlo e poi provare a farne a meno, se no non funziona.
Dicevo, ci sono dei bei personaggi e anche una qualche filosofia nelle loro teste, tutte un po’ confuse come va di moda adesso che a raccontare una storia dall’inizio alla fine, senza flashback, sogni, inversioni temporali è da buzzurri.
Questo libro non fa eccezione, ma, se è dell’Autore il fin la meraviglia, ci riesce bene. C’è un montaggio molto moderno, un plot ben intrecciato, e tutto rotola verso un finale frenetico che vi lascerà incazzati neri. Leggete e saprete. L’Autore chiude così: “Adesso respirate lentamente: quella rabbia non vi porterà nulla di buono, se non ve ne libererete in fretta.
“Mettetevi quindi calmi e buona lettura!

 

Ernesto Gastaldi

Autore e sceneggiatore tra i più prolifici del panorama italiano, ha scritto un centinaio di copioni per film di ogni genere, quasi sempre di grosso successo, e diretti da alcuni tra i nostri migliori registi. Tra i suoi lavori come sceneggiatore, capolavori di fama mondiale come “C’era una volta in America” e “Il mio nome è Nessuno” di Sergio Leone, “Pizza Connection”, “La Pupa del gangster”, “Stradivari” e “I giorni dell’Ira”. È uno tra i più importanti sceneggiatori dei generi giallo, spaghettiwestern e noir. Ha anche diretto sei film come regista. Nei suoi lavori hanno recitato attori come Robert De Niro, James Wood, Joe Pesci, Anthony Quinn, Henry Fonda, Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Jennifer Connelly, Giuliano Gemma, Michele Placi- do, Lee Van Cleef.

 

“È tempo di fare delle scelte,
scelte tempestive ed efficaci, prima che le tue an-
sie ti condizionino per sempre la vita.
Noi siamo qui per aiutarti.”
Mental Fitness Solution®

1.
Rilassatevi: quella rabbia non vi porterà nulla di buono.
Oggi vi siete svegliati presto, come ogni mattina, ancora caldi dell’abbraccio del morbido piumone in cui vi siete arrotolati per tutta una notte. La sveglia ha suonato nel modo più delicato possibile, con la melodia dello Spazzacamino che come una premurosa nonnina vi ha sussurrato: “Tesoro, è tardi, svegliati, fuori è mattino ormai.”
Che razza di mattino è, un mattino senza luce?
Nel momento in cui colpite con la mano aperta il pulsante di spegnimento, pensate ansiosamente a un modo per restare ancorati a quel letto e a una scusa da inventare al mondo intero per concedervi un giorno d’assenza dalla società dei doveri.
Malati, morti o scomparsi in circostanze misteriose.
Vi ci vuole una vacanza e una sveglia nuova.
A un tratto vi accorgete che non starete mai abbastanza male, non sarete mai abbastanza morti e che “la sveglia è pur sempre una sveglia” anche se data da un’indiana con la vostra colazione spalmata per il corpo e la fica come portaposate.
Respirate: prendetevi un attimo per riappropriarvi della realtà che vi circonda.
Rilassatevi: quella rabbia non vi porterà nulla di buono.
Caffeina, latte parzialmente scremato, Kellog’s Cornflakes bombardati di vitamina E, B, C e altre molecole che non avete mai capito a cosa servono e come fanno a trovarsi tutte insieme nello stesso fiocco di cereale. Dove trovano lo spazio, come gliele hanno appiccicate sopra? Sono davvero così miracolose e come ci sentiremmo se per un giorno evitassimo di assumerle?
Se l’unico modo per verificare il bisogno di qualcuno è allontanarsi da esso, l’unico modo per testare l’efficacia di qualcosa è farne a meno.
Non oggi però. Forse domani smetterete di credere alle scatole di cereali e alle indagini delle multinazionali impegnate nella salvaguardia della vostra salute, ma non oggi: oggi avete bisogno dei laboratori di ricerca Kellog’s e della vitamina B12, qualunque cosa essa sia.
Rilassatevi: quella rabbia non vi porterà nulla di buono.
Fuori il freddo vi costringe a tenere le spalle ricurve tanto da farvi sembrare più brutti e insicuri di quanto in realtà siate e, mentre costeggiate il muro del marciapiede della via che porta all’inizio di una nuova giornata di lavoro, vi chiedete come facciano quei tipi delle grandi aziende a essere così allegri, ordinati e rilassati già a quell’ora del giorno. Il loro Mental Fitness® funziona perfettamente, mentre le lezioni in tre cd che avete comprato su naturalpharmacy.com vi hanno solo aumentato l’ansia da prestazione: e se non riuscissi a superare lo stress neanche con le tecniche antistress?
Pensare che avreste potuto vestire come loro, sfilare per marciapiedi come fanno loro, avere accanto stagiste in carriera con minigonne tinta unita e usufruire del loro funzionale training mentale.
Potevate essere qualcun altro e invece siete soltanto voi stessi.
Rilassatevi: quella rabbia non vi porterà nulla di buono.
Il vostro stomaco è martoriato da ginseng, pastiglie di Aulin e aspirine, il vostro alito puzza di dentifricio al fluoro e il vostro vicino di casa gay di primo mattino ha sempre quel dannato sorriso stampato sul volto, quella cera lucente e quello sguardo sveglio come se fosse già mezzogiorno. Quando vi augura buona giornata, voi vorreste gridargli in faccia che non è per nulla una buona giornata e non lo sarà fino a quando non tornerete a casa e vi getterete a peso morto sul letto, con l’idea conficcata nella mente che non dormirete mai abbastanza prima che la sveglia diffonda per le stanze la grazia melodica dello Spazzacamino per una volta ancora e poi ancora, ancora, ancora e ancora.
Al vostro funerale l’organista suonerà: Cancaminì, cancaminì, spazzacamin.
Ricordate la tecnica del cuore della rosa.
Prendete una rosa, che sia fresca, che sia del vostro colore preferito, che non puzzi.
Osservatela.
Concentrate la vostra attenzione solo su di essa, seguite le venature dei suoi petali, ammiratene lo stelo, datele tutta la vostra considerazione.
Non pensate a nient’altro che alla vostra rosa, scacciate tutti gli altri pensieri, non fatevi distrarre. Imparate a godere delle cose una per volta. Non disperdete le vostre attenzioni.
Poi respirate: prendetevi un attimo per voi stessi.
Rilassatevi: quella rabbia non vi porterà nulla di buono, ma solo un mancato saluto alla commessa del reparto salumi che forse è l’unica, dentro quel supermercato, a meritare attenzioni.
Un giorno, passeggiando per Roosevelt Street, vi siete fermati di fronte a una vetrina che esponeva un cartello con scritto “impiegati cercansi” e vi siete detti che avere un’entrata in più per pagare le spese, male di certo non vi avrebbe fatto, in attesa di un lavoro dignitoso.
Un altro giorno non lontano, mentre stavate battendo alla cassa prodotti perfettamente uguali tra loro ma con decine di nomi e prezzi differenti, vi siete accorti che dal momento in cui avete preso la decisione di diventare adulti e di schiavizzarvi in cambio della soppressione di una parte dei vostri sensi di colpa, i mesi sono volati via, gli anni anche e quelle piccole spese superflue sono diventate di colpo indispensabili.
C’è un giorno, nella vita di ogni uomo, in cui un pensiero si arresta sull’esistenza come un’istantanea. Tutto ciò che prima appariva confuso comincia improvvisamente a mostrarsi più chiaro, potete scorgere la realtà così com’è, senza quella distorsione causata dai vostri sogni.
C’è un giorno, nella vita di ogni uomo, in cui tutto appare differente da come lo avete sempre visto: e mai più tornerete a essere quelli che eravate un tempo.
Il Risveglio è il momento in cui tutto cambia, in cui vi accorgete di aver smesso di crescere e di aver cominciato a morire.
A quel punto smettete di mandare curricula e cer- cate di tenervi la casa, la luce, la tv satellitare e il telefono, prima che sia troppo tardi.
Al supermercato non siete nemmeno entrati che vi fanno notare gli errori del giorno prima e vi avvertono:
“Il direttore oggi è incazzato.”
Ma la frase non vi meraviglia. Quello lo è sempre, ha qualcosa di appuntito ficcato su per il culo e sta venendo verso di voi.
L’inventario! Il reparto dolciumi ha bisogno di più torte istantanee e panna cotta, il reparto Fitness di più Multipower e creme dimagranti. E ricordati che la pausa caffè è alle undici e le undici, in una giornata, arrivano una volta soltanto.
Vi dà una busta che, vista la fretta che ha avuto nel consegnarvela, non è certamente la paga.
Respirate: prendetevi un attimo, quella rabbia non vi porterà nulla di buono e, se proprio non ci riuscite, preparatevi a puntare una pistola alla testa di qualcuno.
Dentro la busta, un invito vi avverte che domenica, al vecchio West Golden Paradise, ci sarà un Touch and Splat:
“Non ammazzate nessuno, fino a quel giorno.”
È firmato Fred Houston, l’unico che vorreste ammazzare sul serio e per cui vale la pena aspettare.
Mettete su un po’ di musica e bevete qualcosa di forte.
Respirate adesso, rilassatevi, tutto sta per finire.
Concentratevi solo sulla musica e attendete pazienti che arrivi domenica.

“She’s got a smile that it seems to me, reminds me of childhood memories, where everything was as fresh as the bright blue sky. Now and then when 
I see her face, she takes me away to that special place, and if I stared too long I’d probably break down and cry…”

 

 

2.

“Oh, wo wo, sweet child o’mine.”

Jane canta e agita il pugno sotto un maestoso ed egocentrico sole che si nasconde dietro i monti sabbiosi e le steppe e che riflette i suoi raggi sulle cromature degli enormi American Eagle posati sul naso di lei, splendida cagna senza padrone, che ulula al vento il grido del coyote sporgendosi dal finestrino. Odora di CK1 pour homme e della birra doppio malto che s’è versata addosso. L’unica Budweiser d’importazione rimasta nel frigo bar l’ha pretesa con i suoi soliti capricci e poi l’ha lasciata cadere per giocare a miss maglietta bagnata imbrattando il sedile leopardato appena tappezzato.
Le strade infinite del deserto danno la sensazione che prima o poi cadrai in un burrone perché tutto ha una fine o per lo meno, tutto ha una lieve interruzione. L’asfalto corre veloce sotto le ruote eppure sembra di essere fermi, sembra di stare su un tapis roulant a cielo aperto, incatramato e a due corsie.
I camion che arrivano in senso contrario li vedi pian piano avvicinarsi a te, li osservi da lontano avvolti dall’aria in fiamme che trasuda dalla Route66 e mantieni l’auto nella tua carreggiata con l’assurdo presentimento che, dopo aver aspettato quei bestioni per tutto quel tempo, alla fine qualcosa ti distrarrà e ne beccherai uno frontalmente ritrovandoti un Mercedes Benz da 10 tonnellate spiaccicato come un moscerino sul parabrezza. Questo ti tiene in tensione tutto il tempo nonostante, a guardarle, quelle strade sembrino così sicure da darti la sensazione che su quel volante ti ci possa coricare, bere birra, mangiare hot dog, farci le parole crociate o sbatterti la tua ragazza, con amore, con gioia, con rabbia, con passione se lei non fosse così impegnata a deteriorare il vostro rapporto con il suo infantilismo.
“Questa musica mi dà ai nervi, Jane.”
Jane interrompe i suoi strilli fuori tempo e, dopo aver fatto una perfetta imitazione di una Lolita viziata, si avvicina al suo Antonio e gli lecca la guancia lentamente giocando un po’ col rivolo rimasto tra questa e la sua lingua.
“Vuoi abbassare quel volume?” ripete Antonio che sembra non curarsi della sensualità appiccicaticcia che ha sul viso.
“E tu vuoi farmi divertire? Non stiamo andando a un funerale.”

Coricato sul sedile posteriore, raggomitolato e in cerca di una giusta posizione che gli possa far trovare pace per qualche miglio almeno, c’è Gordon con in mano un sacchetto di plastica nero con dentro tanta di quell’erba che neanche il nonno di Heidi ne ha mai vista tanta. La canna che fuma stretta tra anulare e mignolo brucia lentamente a ogni suo respiro e gli fa girare le orbite. Lo sballo si materializza in anelli di fumo mal riusciti che si schiantano sul tettuccio dell’auto creando una nebbia che lo nasconde da qualunque cosa stia accadendo nella zona guida, per strada, nel mondo e nei pianeti abitati della galassia. Si alza, ma senza troppa fretta, infila la testa tra i due sedili anteriori e mostra la sua soddisfazione esibendo le tonsille con una linguaccia.
Passa la canna a Jane e dice:
“Lasciala fare, stiamo andando a divertirci.”
“Già, Antonio, lasciami fare” risponde Jane che alza il volume dello stereo e dopo un tiro di marijuana e l’ennesimo urlo si sporge dal finestrino chiudendo gli occhi, mentre il vento fa il surf sulle onde della capigliatura da teenager di lei che non vorrebbe essere in nessun altro posto.

Where do we go, where do we go now

Jane e Antonio stavano assieme da due anni circa ma non avevano mai preso una vera decisione riguardo il loro rapporto. Da quando lui le aveva chiesto di vivere in casa sua dopo una dozzina di scopate, avevano deciso di provare a vedersi più spesso, ma senza impegno. Un numero così esiguo di rapporti, per la maggior parte sveltine, era troppo poco per convincere una donna libera come Jane a rinunciare a tutto il resto per un uomo nevrotico che passava il tempo a osservare rose e ad annusare lavanda. Il contatto fisico estremo l’aveva convinta a restare con lui comunque, perché di quei tempi a Chicago era difficile trovare qualcuno con cui farlo senza precauzioni e senza rischiare di prendere le zecche. In fondo era un brav’uomo, Antonio. Aveva le sue paranoie, i suoi momenti di black out, ma niente che non si trovasse in qualunque abitante medio della galassia maschile. Così, per non rompere il rapporto, lei l’aveva buttata sul lavoro, gli aveva detto:
“Abbiamo mestieri troppo differenti, finiremmo per scontrarci sulla porta di casa.”
Jane lavorava come sostegno per anziani nel carcere di Saint Barnaby. Un lavoro che le calzava bene come i tanga e gli stivali con gli speroni che portava. Un gioco, una canzone o un paio di gambe scoperte potevano alleviare lo stress di quei derelitti due volte a settimana, convincendoli a non suicidarsi e ad aspettare la morte nel rispetto della legalità e del sentimento di vendetta di ogni bravo cittadino americano che avesse votato repubblicano.
Antonio, invece, con il suo lavoro al supermercato non s’identificava per niente, anzi, diceva che quel posto era troppo differente da lui e che un giorno avrebbe cambiato mestiere. Ma Jane non gli credeva, non l’avrebbe mai fatto: Antonio era pieno zeppo di parole e false speranze, come le scatole dei prodotti che vendeva.
Quello era il primo viaggio che facevano insieme, una traversata sulla Route66.
Jane è stanca, ma non pentita del viaggio, Anto- nio invece sembra pensarla diversamente. Dalle smorfie che fa, sembra quasi preferire la neve del Canada al piacere di trovarsi aggrappato al caldo volante di un’auto che investe lucertole a 75 miglia orarie.
“Cosa c’è che non va?” chiede Gordon.
Antonio risponde con un “nulla”, che vuol dire che c’è qualcosa che non va ma non vuole dirlo, a meno che non gli si ripeta più volte la stessa domanda.
“Cosa c’è che non va?”
“Ho detto nulla”, dice Antonio, che vuol dire che c’è qualcosa che non va, ma non vuole fare la figura di quello che si lamenta sempre e per ogni cosa, specie di fronte a Jane pronta a criticarlo perché lui è ”quello che si lamenta sempre e per ogni cosa.”
Gordon dovrebbe fare la stessa domanda per la terza volta secondo copione, invece si volta a guardare un cane maciullato sul bordo della strada. Con il viso spiaccicato sul vetro del finestrino, come ogni sballato del globo, si pone con aria disinvolta quesiti da tossico:
“Mi sono sempre domandato come facciano quelle bestie ad arrivare al bordo della strada dopo essere state sventrate nel mezzo della carreggiata.”
“Non mi entusiasma l’idea di incontrare quella gente.”
Gordon ingoia il fumo dello spinello:
“Cosa?”
“Mi avevi chiesto cosa avessi. Te l’ho detto: non mi va di incontrare quella gente.”
Antonio aspetta qualche secondo prima di rivelare cosa lo turba, sperando che Gordon s’interessi a lui più che alle carcasse degli animali morti del deserto, ma questo non avviene, così è lui a parlare, perché quello è l’unico modo per allentare la tensione, visto che l’ultima birra ha esaurito la sua magia alcolica sulle tette di Jane, che prevedibilmente risponde:
“Non fai altro che lamentarti sempre, per ogni cosa.”
Gordon scuote la testa rasata di Antonio e ride.
“Si può sapere che problemi hai, fratello? Sono loro che dovrebbero odiare te.”
Già, Antonio, sono loro che dovrebbero odiarti.
Lo sa bene, ma dopotutto, per chi ha una coscienza, è più lecito odiare chi ti odia che chi ti ama.
Già, Antonio, sono loro che dovrebbero odiarti.
Rick Paris lo riempisti di piombini colorati che lo chiamano ancora Rick il giallo e:
“Non sarai ancora incazzato per quella storia di Fred Houston spero. Sono passati, quanti? Dieci anni?”
Jane torna al proprio posto con più moscerini in gola di quanto ne abbia spalmati addosso la Pontiac.
Dice: “Già, Antonio” e sputa sul tappetino saliva a pois neri, “non sarai incazzato perché Fred ti ha soffiato la sgualdrina, pezzo di… ?”
Ma all’ultima parola un moscerino a cui non piace il turpiloquio le si infila talmente in fondo alla gola da farla smettere di parlare procurandole una strozzatura momentanea che la zittisce.
Giusto un attimo e poi: “Stavi con me e ti sei” e il moscerino continua a strozzarla.
“Sbaglio o tu scopavi col grassone di 140 chili?” s’intromette Gordon, “quello della canzone di Prince. Come si faceva chiamare?”
“Pulpy Brain”, dice Jane sottovoce, concentrata com’è a vomitare insetti, “e poi non me lo scopavo, mi lasciava cantare nel suo gruppo e allora mi face- vo vedere in giro con lui per fargli piacere, tutto qui.”
Jane probabilmente sa che sfruttare un essere u- mano per raggiungere i propri scopi è peggio che dargli piacere, lo si capisce da quel che dice dopo essersi sistemata per bene sul sedile e aver acquistato una compostezza da gentildonna inglese. Tossisce, sputa un moscerino e dice:
“Era solo una buona azione. Uno sfigato che non sa neanche invitare una battona a salire in auto, ha un solo modo per riacquistare fiducia in se stesso e ispirarne agli altri: farsi vedere con la più fica del college. Io l’ho salvato, quel ragazzo, io gli ho evitato una vita di insicurezze.”
“Fermati, Madre Teresa” grida Antonio voltandosi un attimo e rincollando gli occhi sul camion che ha di fronte che non arriva mai e a volte pare andare in retromarcia: “Che vuol dire che ti scopavi Pulpy Brain?”
“Non ho detto che me lo scopavo! Mi ascolti quando parlo? Gordon, ho detto che me lo scopavo?”
“No” risponde Gordon, “ha detto che gli faceva un pompino ogni tanto per cantare nel suo gruppo.”
“Al diavolo anche tu, Gordon, io non ho detto questo. Ho detto che…”
Jane non finisce la frase, accende lo stereo nuovamente e intona un “fottetevi” come lo intonerebbe Axl Roses durante un concerto.
Se potessimo tornare indietro nel tempo, ci accorgeremmo tutto d’un tratto che il passato non è così com’è rappresentato nei nostri ricordi. Quelli per metà sono bugie dipinte a pennello dalle nostre frustrazioni sugli spazi vuoti della memoria. Per questo sembra che le cose migliori le abbiamo fatte in passato e che il presente sia invece il monotono rettilineo su un’autostrada americana. Nella mente di Jane c’è un meraviglioso passato da benefattrice, in quella di Antonio un mucchio di gente odiosa che non saprebbe neanche più descrivere, visto il tempo che è trascorso dall’ultima volta che li ha visti. Da che mondo è mondo, nella realtà, ogni uomo invecchia o cambia lunghezza di basette, ma nei nostri ricordi è sempre uguale all’ultima volta che l’abbiamo salutato.

Si può essere stupidi, arroganti e disonesti per tutta una vita, ma se si vuole lasciare una buona impressione di sé, basta fingere di essere spiritosi e amorevoli un momento prima di un addio. Non dimenticate mai di mostrarvi sorridenti prima che vi voltino le spalle per sempre, perché l’ultima immagine che mostrerete è quella che la persona porterà con sé fino a quando non vi rincontrerà. Siate bellissimi, prima di un addio.
Jane sembra avere un solo obbiettivo: fare uscire dai gangheri Antonio.
“Spegni quella lagna, Jane.”
“Non è lagna, sono i Guns. Una volta ne andavi matto anche tu.”
“Una volta succhiavo i capezzoli di mia madre e mi pisciavo nei pantaloni, ma adesso ho imparato a farla nel cesso e ad attaccarmi a tette senza vincoli di parentela. Quindi spegni quei Guns, Jane.”
Ma dire a Jane di fare qualcosa equivale a dire a Jane di non farla. Così Antonio si ritrova il volume dello stereo a palla e un principio di esaurimento.
“Oh, wo wo, sweet child o’mine.”
Respira: quella rabbia non ti porterà nulla di buono.

 

 

3.
Touch and Splat: lo chiamano così.
È più di un gioco, è la voglia di ammazzare qualcuno mista alla paura di poterlo fare davvero. Allora, per non incorrere in contrattempi con Dio, la legge e la laica morale, ci si munisce di fucili a piombini colorati e si finge di ammazzarsi stando attenti a farsi male quel tanto che basta a non menomare ma abbastanza da placare per un po’ la voglia di far fuori qualcuno.
Chi di noi non vorrebbe uccidere il vicino gay sempre allegro che ci augura il buongiorno anche se stiamo uscendo senza ombrello nel bel mezzo di un temporale?
Chi non piazzerebbe una pallottola in fronte al proprio direttore pronto a rimproverarci per aver preso un caffè di troppo durante l’orario di lavoro?
Chi non ucciderebbe il narratore dei cd Mental Fitness®?
Antonio lo farebbe, ma non può. La sua voglia di uccidere va in conflitto con la sua paura di morire.
La follia omicida deve essere scatenata, esaurita e ricaricata. Quando questa riappare, c’è sempre un altro Touch and Splat pronto per essere organizzato. Che sia la strage della Franklin fatta tre anni prima o la nuova esperienza killer in un vero set cinemato grafico poco importa, quello che è veramente importante è la calma e la cortesia che userai con il pros- simo cliente del supermercato in cui lavori e che si lamenta delle sue mutande troppo strette:
“Mi spiace signor McKee, la merce non si cambia, specie se la porta ancora addosso.”
“E comunque” dice Jane che di voglia di uccidere ne ha fin troppa, “la sgualdrina sta ancora con Fred ed è lì.”
“Io non ho nessun problema con nessuna sgualdrina.”
“E io non mi sono mai scopata nessun grassone.”
Cosa voleva dire? Jane sapeva benissimo dell’astio che Antonio provava verso Fred Houston:
“Dio, Jane, ci hai scopato davvero?”
Niente di nuovo. Nonostante le strade americane siano così irritanti, il sapore che hanno sa di libertà, ma i ricordi, quelli sanno delle sbarre di un carcere di contea, sanno della sirena della volante ferma a qualche centinaio di metri.
“Bum” imita lo sparo Jane, “bum, bum, bum” e lo fa puntando uno di quei fucili a pallettoni colorati proprio verso gli sbirri, all’altezza delle loro teste e fingendo di sputare tabacco come un vero cowboy.
“Cazzo, metti giù quell’arma”, grida Antonio che toglie il fucile dalle mani della ragazza gettandolo poi tra le gambe di Gordon che, sballato com’è, ride per qualsiasi cosa, anche per una botta sui genitali.
“Non scaldarti. Non sono mica armi vere.”
“E tu sapresti distinguerle da una distanza di duecento metri?”
Gordon raccoglie il suo Winchester, se lo rigira tra le mani e lo accarezza con uno sguardo colmo di soddisfazione. Poi lo passa a Jane.
“Guardalo”, le dice, “ma non puntarlo addosso a nessuno. Questa sì che è un’arma! Non trovi?”
Jane lo afferra e lo sistema tra le cosce premendo gli adduttori sul lungo manico in legno del fucile. Dopo aver fatto scivolare la mano sinistra per tutta la canna, infila il dito indice nel foro d’uscita spingendolo dentro e tirandolo fuori a velocità sempre più sostenuta. Guarda Antonio e gli strizza l’occhio, ma quello sembra non accorgersi neanche di avere accanto la puttana che ogni uomo disprezza ma sogna d’avere. Inizia a giocare delicatamente con i bordi, disegnando piccoli cerchi.
“Hai davvero un bel fucile, Gordon, ma preferisco la mia pistola.”
I tempi in cui si andava a fare Touch and Splat con doppiette di plastica e si tenevano i piombini nelle tasche erano finiti con l’avvento dei nuovi Olympia Professional, versatili e maneggevoli. Caricavano circa cento piombini nel doppio fondo della canna e, acquistando un caricatore esterno, potevi sparare fino a trecento proiettili. Con un’estetica veritiera e con quel pizzico di pressione in più che non perfora ma di certo lascia abbastanza lividi da farti passare la voglia di giocare per un bel po’, gli Olympia erano all’avanguardia, copie perfette delle armi da combattimento americane, dalle storiche carabine alle armi da passeggio.
“Posa quei fucili, Gordon, o qui finiamo ammazzati sul serio.”
Ma Gordon sta ancora leccando il culo ai costruttori di armi giocattolo e Jane sta tenendo il broncio per non essere ancora riuscita a godersi la vita come vorrebbe.
Antonio ritorna a concentrarsi sul camion che ha di fronte. Finalmente lo ha quasi raggiunto, manca l’ultimo dosso e poi se lo vedrà passare accanto. Dopo di che, la guida scorrerà tranquilla per altre cinque miglia almeno. Ansioso di levarsi quel colosso dalla traiettoria, Antonio accelera e sgomma su un qualche animale che lo scuote e lo scaraventa a centro corsia.
Maledetto deserto, maledette bestie, maledette auto, maledette strade.
Il camion suona il suo nuovo clacson polimelodico da presentare al prossimo raduno per camionisti a Odessa.
Singing in the rain e Ain’t no sunshine avvertono Antonio che ha ancora qualche secondo prima di causare una brusca frenata dalle inaspettate sorprese.
“Raddrizza quest’auto, ti sei ammattito?”
Ma Antonio non si è ammattito, non ancora, non di una pazzia suicida almeno.

“Abbiamo preso un riccio o una lepre o qualche merdoso alieno atterrato nel deserto.”
“Sterza! Così ci fai ammazzare.”
Il camion suona ancora. Stavolta la melodia del clacson Antonio la sente a pochi metri. Indimenticabile gli passa sfrecciando dall’orecchio sinistro:
Cancaminì, cancaminì, spazzacamin.
La macchina si assesta e rientra in corsia. Antonio, diritto sul sedile, sbarra gli occhi e impreca senza far troppo rumore.
Di fronte, a qualche chilometro circa, un altro camion si incammina verso la vecchia Pontiac leopardata.
Rilassati, Antonio: quella rabbia non ti porterà nulla di buono.
Da Chicago a Saint Louis per tutto l’Oklahoma, dopo una sosta forzata in uno dei tanti Cowboy Motel di Amarillo a 23 dollari a notte, i tre raggiungono la strada sterrata che porta al West Golden Paradise, un posto che di paradisiaco avrebbe poco o nulla se non fosse per il fatto che si trova fuori mano ed è poco frequentato, proprio come il Paradiso.
All’entrata, un vecchio con in bocca mezzo sigaro dà il benvenuto: “Ben arrivati nel vecchio West, signori”, e poi ride come fosse cosciente di aver appena detto una stronzata.
Un intero set cinematografico condotto da un vecchio smilzo vestito da sceriffo che non crede alla fiction che conduce. Nessuna guardia, nessun altro impiegato, solo un uomo che dovrebbe essere in un ospizio o a due metri di profondità nel sottosuolo, lì a chiedere i documenti e a controllare le prenotazioni con il pepe al culo, come se avesse un appuntamento importante o stesse scappando da qualcosa o qualcuno.
“Voi siete gli ultimi tre, suppongo.”
Il cancello doveva essere di qualche colore imprecisato tra il rosso e il bordeaux, prima che qualcuno decidesse di non lavarlo mai più, di non curarlo. Si presenta alla vista color polvere e merda di uccello, un arlecchino di natura e ruggine che fa fatica ad aprirsi senza due calci piazzati sull’inferriata.
“Scusate, ma dopo quell’affare degli spaghetti western, non lo usiamo più spesso il vecchio Golden. Qui a Santa Fe vivevamo bene con John Ford e Wayne, prima che arrivassero gli italiani a toglierci ciò che era nostro. Brutto affare quelle produzioni spagnole, brutto affare.”

Il vecchio piazza calci e si lamenta dei tempi che cambiano, mentre Jane se la ride chiamandolo Piripero e puntandogli la pistola in mezzo agli occhi.
“Piripero, prepara una cassa da morto.”
Poi punta anche Gordon: “Anzi, due, Piripero.”
Il Golden Paradise aveva conosciuto il suo splendore negli anni ’30 e aveva continuato a cavalcare la cresta dell’onda fino all’inizio degli anni ’60. Derelitto com’è, il vecchio deve averli vissuti tutti, quegli anni, e adesso si ritrovava lì a raccontarli a un cancello mal funzionante. I primi western venivano girati al chiuso, in set teatrali con sfondi statici pitturati a mano. I cowboy stavano quasi sempre su un finto dorso di cavallo fissato in terra e mosso da due assistenti alla cavalcata, ma quando arrivarono le prime camere mobili e l’evoluzione tecnologica consentì le riprese anche in esterno, le ambientazioni scelte per il western cominciarono fin da subito ad essere scelte tra gli angoli più desolati della California, dell’Arizona, dello Utah, del Nevada, del Colorado o del Wyoming e ben presto il panorama stesso non rappresentò solo uno sfondo per la vicenda ma un elemento portante del racconto. I registi furono liberi di scegliere i propri set in base ai budget consentitigli e si creò un vero e proprio business del set cinematografico. Già negli anni ’40 la gente costruiva case nello stile dei vecchi saloon del confine per affittarle a registi di scarso successo, che non possedevano abbastanza soldi per girare in un vero set. Tutto questo durò fino all’arrivo degli spaghetti western.

“Dannati gli italiani, gli spagnoli e il loro paellawestern e tutti coloro che hanno fatto la sfortuna di questo meraviglioso posto”, dice il vecchio che sputa sul cancello e gli intima di aprirsi.
“Già, Antonio” dice Jane, “dannati voi mangiaspaghetti.”
Quando i western furono rilanciati dal cinema europeo, i set americani cominciarono a essere considerati troppo costosi, così come tutti quegli attori che da sempre avevano contribuito al successo del genere. Il deserto del Colorado fu rimpiazzato dal deserto dell’Almerìa in Spagna e i messicani vennero rimpiazzati dagli spagnoli o da italiani con i baffi e molto abbronzati.
Se non fosse stato per la tecnologia e per gli europei, il Golden Paradise sarebbe ancora lì, splendido e pulito, meta turistica, pieno di guardie con tanto di ricetrasmittenti, ferme ad un cancello, e funzionante e dal colore nitido, invece era divenuta l’ultima città fantasma da abbattere non appena il suo padrone fosse andato al creatore.
“Sei italiano o messicano, figliolo?” chiede il vecchio.
“Italiano” risponde Antonio.
“Dannati voi mangia spaghetti!” e all’ennesima imprecazione il cancello si apre e Antonio sfreccia per non ascoltare una parola in più.
“E ricordate che il set va consegnato domattina alle nove in punto, senza alcun danno” grida il vecchio, incamminandosi a piedi verso la strada e cominciando a ondeggiare il pollice.
“Ciao Piripero” grida Jane: “Ciao”.
Un gruppo di persone saluta Jane che grida come se avesse navigato per mesi in mare aperto.
Antonio si guarda attorno e percorre il vialetto che porta al posteggio: “Un western, avevi detto?”
Gordon prende l’invito e legge la trama del gioco. “Sì, Per un pugno di dollari”, afferma sicuro di sé mentre toglie ogni segno di sballo con un collirio di marca scadente che potrebbe bruciargli la vista.
“Chi ha avuto l’idea di giocare in questa topaia? Gli edifici stanno per crollare.”
“Fred, è stata sua l’idea”, dice Gordon.
“Cos’hai da lamentarti, Antonio? Ti lamenti sempre e per ogni cosa. Si vede che gli Universal Studios erano occupati”, dice Jane interrompendo per un attimo i suoi strilli di benvenuto e saltando subito fuori dall’auto per correre dagli amici.
Posteggiata l’auto, Antonio prende una rosa dal cruscotto e l’avvicina al naso. Resta immobile a respirarne l’odore. Poi la posiziona tra le ginocchia, la osserva e per un po’ sembra estraniarsi dal mondo, almeno fin quando Gordon non lo riprende:
“Ti sembra il momento di contemplare l’infinita grandezza di madre natura, fratello?”
La rosa finisce sui sedili posteriori, privata dei petali, della magia mentale e della sua trascendente energia.
“Hai ragione tu. Passami il fucile, fratello.”

 

 

4.
L’abbraccio tra due ex compagne del college è così composto: una forte stretta con i bicipiti, dato lasciando le mani a palmo aperto, un sussulto, un bacio in bocca e delle frasi, solitamente versi di un cantante preferito. Infine fanno quella cosa che mai nessun uomo farebbe: si guardano il sedere a vicenda per vedere chi delle due ce l’ha più sodo.
“Sicuramente il tuo, Wanda.”
“Fai toccare. No, il tuo come sempre, Jane.”
Gli altri, che pure sono stati composti fino a quel momento mettendo da parte ogni discrepanza sessuale, non possono fare a meno di constatare la sodezza di entrambi lasciando cadere lo sguardo.
Non appena Wanda alza gli occhi nota che tutti stanno puntando il culo di Jane e forte è la tentazione di chiedere loro per quale motivo si siano concentrati su quello e non sul suo. Cos’è che attira più l’attenzione delle masse: un culo sodo o uno floscio?
Il bello o l’orrido?
Per fortuna Wanda non lo saprà mai perché, anche se Dio ha avuto il cattivo gusto di far sì che le donne dopo i venticinque accumulino i grassi in eccesso sui glutei, ha però avuto l’accortezza di non far loro gli occhi sulla nuca che, a dire il vero, sarebbero stati anche più antiestetici di un grosso sedere.

Il Touch and Splat si fa con amici, quelli che non vedi spesso perché durante la vita quotidiana non puoi ucciderli e allora semplicemente li eviti. Si gioca meglio quando hai almeno un motivo per ucciderli tutti e di motivi per far fuori Fred Houston, Antonio ne aveva uno, ma ne stavano arrivando degli altri.
“Come stai, testa rasata?” dice Fred.
“Hai scordato come mi chiamo?”
“Come potrei, Bobby!” e se la ride abbracciandolo e offrendogli una birra. Antonio la beve in un sorso sperando di ritrovarsi ubriaco dopo quindici secondi, ma ha bisogno di tempo e di più alcol.
“Seguitemi, gli altri sono dentro” fa gli onori di casa Fred, come se fosse lui il proprietario del set.
Dentro, il vecchio Norton fa bella mostra di sé mostrando una pessima cera sotto una barba da galeotto. È ingrassato parecchio dall’ultima volta ed è invecchiato più di quanto avrebbe dovuto, ma nessuno avrà mai il coraggio di dirglielo, salvo che non gli voglia male o non sia più grasso e invecchiato di lui. Antonio si è sempre mantenuto giovane, quindi non può far altro che dire:
“Norton, ti vedo bene. Come gira?”
Norton è uno di quelli che vorresti nella tua squadra, almeno lo è per Antonio che lo stringe a sé felice di vederlo vivo dato il pessimo aspetto.
Gli gira bene, a Norton, ma il suo “bene” con quella faccia all’ingiù e quegli occhi lucidi vuol dire:

“Male, ma cosa cambia se te lo dico?”
“Che vuoi dire? Cambia eccome, fratello!”
Vuol dire che la sua baldracca l’ha lasciato e adesso è single, la parola meno miserevole che Norton ha trovato per dire all’amico che è solo come un cane. Vuol dire anche che, se Antonio vuole, può chiamarlo, per fare come ai vecchi tempi, come quando per le donne si piangeva senza che ogni lacrima ti costasse gli alimenti.
Ma Jane si fa avanti abbracciando Antonio e spezzando i sogni di una nuova gioventù dell’amico.
“Io non sono ancora morta e non l’ho ancora lasciato, vecchio stronzo” e strizza l’occhio a Norton che si è guadagnato un motivo per essere ucciso e uno per uccidere.
“Ciao Jane, mi sei mancata.”
“Che vuol dire non l’ho ancora lasciato?” chiede
Antonio, mentre Jane si concentra sulla barba incolta dell’amico e sulla sua capigliatura scombinata. L’osserva, gli gira attorno come a dover scegliere se selezionarlo o no per uno spettacolo televisivo. Sbuffa un po’ e poi si ferma di fronte a lui cercando di incontrare quello sguardo chino che ogni tanto si alza spento a voler dimostrare ancora di essere in grado di guardare una donna negli occhi.

“E tu, Jane? Come mi vedi?”
“Trasandato, abbandonato a te stesso, perso e maledetto. Mi ricordi James Dean”
Poi beve un sorso del whisky di Norton: “… dopo l’incidente.”
“Andiamo, Jane”, l’afferra e la tira a sé Antonio.
“Lasciala” risponde Norton: “Lasciala stare, l’ammiro, come sempre, perché è l’unica capace di dire la verità.”
Norton si volta verso gli altri: “L’unica” dice, e si dirige verso l’uscita, da dove Wanda è appena entrata con delle birre.
“Dove vai, Norton? Dobbiamo ubriacarci come ai vecchi tempi.”
“Non ora” la spinge via Norton.
A un metro da loro è seduto Vincent, da solo come tutti. Nessuno ha ancora formato dei gruppi, ritardando il più possibile un contatto che superi il normale convenevole.
“Non fare il melodrammatico” dice, “anch’io ho detto che sei diventato un cesso, amico mio, te lo sei scordato?”
Con i baffi Vincent sembra più vecchio, ma di una vecchiaia affascinante, non certo decadente. Conserva, ancora il fisico d’atleta che gli ha dato la gloria per anni e che ancora lo rende attraente. E’ bello vedere che non tutti sono ridotti male come Norton.
“Hey, Shaqueal. Ci si vede di nuovo”, dice Vincent.
È così che chiama Antonio da quando, alla finale della Franklin, sbagliò un cesto che valeva la partita. Ma Antonio era basso oltre che scarso e non avrebbe dovuto trovarsi in quel campo, per quella partita, in quel dato giorno. Il suo allenatore lo aveva messo in campo per renderlo ridicolo di fronte a tutti.
Si chiamava Ducovsky di cognome, il nome invece non lo sapeva nessuno. Era un russo senza il minimo senso dell’umorismo, ma buono come il pane con lo zucchero. Lo chiamavano KGB perché, oltre ad essere russo, aveva il vizio di parlare con la gente sempre in privato, come se ogni cosa che gli usciva dalla bocca fosse top secret e di fondamentale importanza per la salvezza del Paese. Non si era mai ambientato negli Stati Uniti, nonostante fosse sposato con una maestra elementare di Chicago da qualcosa come una vita e forse anche qualche anno di più. Con spirito patriottico composto, aveva mantenuto il suo accento e le sue tradizioni bevendo vodka e salutando con il bacio.
Troppo calmo per essere un buon americano, troppo silenzioso per essere un buon americano, troppo schivo, troppo benevole, troppo russo.
Per tre anni di fila Antonio l’aveva martoriato con i suoi nomignoli e le sue battute sul comunismo, ma soprattutto rimarcando lo stesso sketch.
Gli si sedeva accanto e con tono staliniano diceva: “In U.R.S.S. noi essere duri più di americani, noi essere robusti più di americani, noi essere spietati più di americani”.
Era per continuità al suo personaggio dello sketch ormai famoso che, quando KGB lo salutava con il consueto bacio, lui gli toccava il culo dicendogli “non qui, brutto porco, non davanti a tutti” e facendo ridere tutta la panchina. Il vecchio allenatore non si arrabbiava mai, non si scomponeva, ma lo chiamava a sé, lo portava all’angolo e, rigorosamente in privato come suo solito, lo ammoniva. Ma anche in quelle occasioni Antonio tornava alla panchina con un sorriso sulle labbra: “Mi ha chiesto di sposarlo, quel porco.”
Ducovsky era anche un uomo di pazienza e come ogni buon russo sapeva aspettare, e aspettò.
La rabbia la si incamera per poi sfogarla. Più grosso è il serbatoio, più sarà plateale lo sfogo. Ducovsky, detto KGB, in realtà non era stupido, ma semplicemente era russo.
Così aveva aspettato il momento giusto, lasciando che Antonio lo prendesse in giro, saltasse gli allenamenti, giocasse con le gonne delle cheerleaders senza richiamarlo oltre il dovuto, oltre quel che competeva a un allenatore e insegnante di una media scuola americana.
Fu Ducovsky a dare a Vincent un motivo per uccidere Antonio, anzi, lo diede all’intera Franklin High School.
Il giorno della finale, KGB schierò in campo Antonio. Basso e goffo com’era, lo mise in attacco ad affrontare il giorno del giudizio. Da quel momento, nessuno rise più di Ducovsky, nessuno lo chiamò più KGB e tutti capirono chi fosse in realtà: un meschino, subdolo e vendicativo sovietico del cazzo che voleva farla pagare agli americani per non essere riuscito a mettere piede sulla Luna prima di loro.

“Ce l’hai ancora con me, Vincent?”
“La natura ce l’ha con te, Antonio” e quando Vincent si alza per abbracciarlo deve chinarsi a tal punto che un normale saluto tra amici sembra piuttosto una riverenza.
Dietro di loro Rick Paris alza la mano e prova i suoi nuovi Supersplat GT su di un manichino, facendogli partire la testa mentre gli altri restano a guardare.
“Era già staccata”, dice Fred.
“Già” ride Rick Paris, detto Il Giallo.
Antonio si volta verso Gordon che lo massaggia come a prepararlo per un incontro:
“Il Giallo! Non pensavo ci fosse anche lui dopo l’ultima volta.”
“Dovevi aspettartelo invece, secondo me non vedeva l’ora di rivederti!”
“Di’ un po’, hai intenzione di ammazzare qualcuno con quei fucili? Siamo qui per divertirci, non per strapparci la testa a vicenda”, dice Antonio mentre si scrolla di dosso la polvere del saloon e Jane, che gli si è attaccata alla vita come un cinturone.
“Senti chi viene a farmi la predica” risponde Paris.
Quando la porta del bagno si apre, del fumo di sigaretta fuoriesce, spostandosi lentamente aderente al tetto. Le due ante battenti spalancate sembrano il sipario che scopre le gambe delle soubrette al Mou- lin Rouge. Ma quelle cosce appena spuntate non bal- lano nonostante siano così perfette da poter essere accuratamente lisciate anche dagli occhi degli spettatori più esigenti.
Manuela aveva frequentato la Franklin per un solo anno, ma questo era bastato a darle il diritto di partecipare alla rimpatriata. Nonostante fosse meglio ricordata come la baldracca di Norton, Manuela viene presentata come “l’argentina del terzo anno”.
“Gracias per la considerazione, Fred.”
“Era per far sì che ricordassero, bambola, solo per quello.”
Ma una come Manuela non si scorda facilmente, con quell’atteggiamento da diva aveva avuto un sorriso e uno sguardo per tutti e aveva fatto sentire ogni ragazzo della Benjamin Franklin desiderabile alme- no per un giorno o per un secondo, ma quando si trattava di Manuela poco importava.
Lei non è cambiata, né in bene né in male, il tempo l’è scivolato addosso, l’ha sfiorata ed è stato allontanato, proprio come ogni uomo che ha provato a desiderarla. Lei è la prova che il tempo è un uomo, lei e Norton che, brutto com’era diventato, di certo dal tempo è stato preso a cazzotti.
“Ci mancava la baldracca” dice Jane che non ha fatto i conti con l’altra baldracca, forse la più pericolosa: Sally, quella che Fred soffiò ad Antonio, il motivo per cui quest’ultimo non vorrebbe trovarsi lì.
Eppure Jane glielo aveva detto mentre erano sulla Route66, a inghiottire moscerini. Gli aveva detto: “Comunque, la sgualdrina è lì”, come a fargli un dispetto, non pensando all’effetto che fa trovarsi di fronte alla persona che colui che ti scopi vorrebbe scoparsi. Non sempre ciò equivale a guardarsi allo specchio.
“Spero tu stia bene” dice quella dopo aver stretto la mano tremante di Antonio che tira le guance indietro mostrando un sorriso deforme, ma pur sempre meglio di ciò che in verità è pronto a mostrare.
“Si fa quel che si può” risponde ma non era la frase giusta, dovrebbe dire che sta da favola, o per lo meno da non lamentarsi.
I due, l’uno di fronte all’altra, scatenano l’istinto di difesa di Jane e Fred che stringono a sé ognuno il proprio trofeo.
“Com’è piccolo il mondo.”
“Già” dice Jane, “troppo piccolo per starci tutti dentro.”

Respirate: quella rabbia non vi porterà nulla di buono.

Poco distante c’è un tizio biondo che tira fuori i vestiti da un baule, per lo più poncho e cappelli a tesa larga, e li getta in terra scartando quelli per donna e rinfilandoli dentro, ma dopo averli piegati per bene.
“Gordon Mullen, immagino.”
“Carlton?”
“Proprio così.”
“Sei così cambiato che quasi non ti riconoscevo.”
“Lo so, me lo sento dire da anni ormai.”
Gordon si volta verso gli altri e si scombina i capelli con le dita ridendo ma non svelando il motivo del suo divertimento:
“Questo sì che è un vero Touch and Splat. Chiunque sia stato a organizzarlo, è un gran figlio di puttana.”

 

5.

Il Touch and Splat nasce nel 1964, sperimentato dallo psicologo Rupert Kensington in un carcere della Louisiana. Lo studioso sosteneva che il 74,4% dei carcerati tornava alla propria attività illegale dopo soltanto due giorni di libertà.
La colpa di questo atteggiamento era da ricondurre alla rabbia accumulata durante gli anni di carcere e tenuta a freno, rabbia che inevitabilmente esplodeva una volta che le porte del mondo venivano riaperte.
Questa era chiamata “Static Rage” (Rabbia Statica).
L’esperimento, chiamato EIR (Experiment of Hydrophoby and Rage-regression), consisteva nel munire un gruppo di carcerati (soggetti attivi) di fucili in plastica a pallettoni colorati e di creare un’atmosfera del tutto simile a quella della società esterna. Per far questo si travestivano i galeotti considerati più pacati (soggetti passivi) in cassieri di supermarket, mogli, datori di lavoro, padri violenti e ogni sorta di personalità tipo che potesse scatenare impulsi idrofobi.
Attraverso una riproduzione dettagliata di ambienti e situazioni, si creava quindi la circostanza che aveva portato il soggetto attivo al compimento dell’azione criminale e gli si permetteva di tramutare la “rabbia statica” in “rabbia dinamica” (Dynamic Rage) e di far venire fuori, attraverso l’uso delle armi finte, i propri fantasmi interiori per poi liberarsene definitivamente.
L’esperimento portò a un calo del ritorno all’illegalità dal 74,4% al 38,7% agli inizi degli anni ’70.
L’EIR venne però sospeso quando si scoprì che, durante l’esperimento, i soggetti passivi (per lo più colpevoli di piccoli reati, gente con pochi anni da scontare) accumulavano rabbia statica che tramutavano in dinamica non appena usciti dal carcere. Quelli che in carcere erano stati semplici attori, finte vittime costrette a subire la rabbia altrui, cominciarono a farsi giustizia da soli per le strade, facendo fuori teppistelli, spacciatori, ladruncoli e qualsiasi persona avesse commesso reati penali. Identificazione post traumatica, fu chiamata, un rovescio della medaglia che il dottor Kensington non aveva previsto. O forse sì.
A questo proposito il Times di New York intervistò un campione di 5.000 persone chiedendo loro cosa ne pensassero del flop del dottor Rupert Kensington.
4.665 di loro dichiararono che l’EIR, avendo creato inconsapevolmente una schiera di nuovi difensori della legge, aveva reso più sicure le strade e per questo andava salvaguardato.
Ma, immorale e illegale, la nuova ondata di delinquenza post traumatica venne pian piano isolata anche se ci vollero anni per arginarla completamente.
L’ultimo soggetto passivo fermato e che era stato sottoposto all’EIR fu Kirk Cameron, 27 anni, Alabama.
Queste le sue parole ai microfoni di Bobby Coleman di “Today”: ”In carcere mi facevano vestire da cheerleader e mi costringevano a sottostare alle minacce di un certo Manuel, un messicano che aveva il vizio di scoparsi le ragazzine. Il bastardo mi puntava una pistola in testa e mi costringeva a muovere il culo avanti e indietro come se mi stessero sodomizzando. Ero costretto a dire cose oscene come Oh sì, tutto dentro, e a ripetere il suo nome.
Non avevo mai capito cosa si provasse nel ritrovarsi sudditi di un maniaco di quel calibro, non avevo mai capito quanto ci si sentisse sporchi. Così, non appena uscito, vendicai tutte le cheerleader che avevano subìto simili torti. Pedinare i maniaci, seguirli la notte tra le viuzze e paralizzarli nel sonno era un vero e proprio lavoro a tempo pieno, ma in compenso devo dire che non ho mai scopato tanto in vita mia.”
L’intervista andò in onda e i vhs furono spacciati per le scuole come cimeli, tanto che Kirk divenne un’icona per le cheerleaders di tutta l’America. Anni dopo, un gruppo dance gli dedicò una canzone dal titolo “Mr Kirk”che fece ballare tutta la nazione per anni.
Questo è un po’ quello che succede a tutti noi che, da qualsiasi parte stiamo all’interno di una società, accumuliamo tensioni e desideri di vendette represse, credendo di essere sempre dalla parte della ragione.

 

6.


“Piripero”, così Jane chiama il vecchio proprietario che è appena entrato nel saloon chiedendo se qualcuno ha la minima idea di quanti anni abbia e di quanto tempo ci voglia per arrivare da lì a casa sua.
“Vi conviene lasciarmi una mancia cospicua, altrimenti…”
“Altrimenti cosa? Piripero?” dice Jane, gli si avvicina e, tenendogli il viso tra le mani, lo coccola come fosse un cucciolo di cane: “Cosa fai, Piripero?”
Gli altri stanno tirando a indovinare l’età del vecchio proprietario consultandosi tra loro, ma solo Fred Houston pone la domanda che tutti avrebbero dovuto porre da un pezzo:
“Si può sapere lei cosa vuole, adesso? Le avevamo detto che poteva andarsene a casa.”
“Casa? Per lasciarvi distruggere il set?”
Il vecchio, che pare allietato dai gesti affettuosi di Jane, sporge lievemente la testa, rimbambito dal brusco strattone che la ragazza gli ha dato strappandolo alla vecchiaia per un minuto, quanto basta a fargli odiare ciò che è diventato, nonostante la saggezza della senilità dovuta più alla carenza ormonale e alla scarsa produzione di adrenalina che all’esperienza.
“Io non voglio un bel niente, ragazzo, mi assicuro soltanto che trattiate il vecchio Golden con il dovuto rispetto. Non mi lascio fregare, non sono nato ieri. Avete idea di quanti anni io abbia?”
“Se governava questo posto quando esisteva John Wayne, deve avere almeno cent’anni.”
La frase di Antonio scrolla i nervi addormentati del vecchio che si avvicina a lui, lo fa con passo pesante e con tono minaccioso, senza però creare nessuna paura, perché nessuna minaccia può considerarsi davvero pericolosa se si trascina invece di mostrarsi imminente.
“Cosa ne sai tu dei western, ragazzo? Cosa ne sai tu di John Wayne? Cosa ne sapete tutti voi? Venite qui a mascherarvi e a mettere in scena i vostri stupidi giochetti scordando che queste mura di cartone e polistirolo hanno fatto la storia del cinema. Sono tempi lontani ed è meglio che stiano dove sono. Meglio nel dimenticatoio che vissuti da…”
Il vecchio comincia a starnutire. Inizia come un banale catarro andato di traverso, ma poi i colpi di tosse si fanno più intensi e profondi tramutandosi in spasmi prolungati che lo mettono in agitazione facendogli spalancare gli occhi che gli escono fuori dalle orbite.
“Merda, Antonio, hai ammazzato il vecchio” dice Gordon mentre aiuta Sally a posizionarlo sul lettino anni ’40, fuori contesto nell’arredamento tardo ottocentesco.
“Non è nulla, un massaggio al petto e passa tutto. È una tosse nervosa. Ci vuole un tranquillante, qualcosa.”
“Ho delle pasticche di Valium” dice Antonio”
“Posso fare uno spinello se serve a rilassarlo” dice Gordon.
Ma Jane ha un metodo più efficace. Trasformata d’un tratto da puttana a madre, si siede ai piedi del letto e intona una melodia che con lei sembra azzeccarci poco ma, da come la canta, pare avvolgerla fino alle viscere.
“They give him is orders at Monroe, Virginia sayin’…”
La tosse martellante sembra d’un tratto andare a tempo, come se il vecchio volesse sottrarsi a essa per andar dietro alle parole della canzone.
“…Steve, you’re way behind time…”
Sally si alza e, dal bancone, Fred e il suo amico biondino che gli stava appiccicato, muovono un applauso, leggero, per non sovrastare il canto troppo lieve per una standing ovation e si interrompono non appena si accorgono del pessimo contrasto che ha un battito mani fuori tempo con una ballata.
“…this is not ’38, but it’s old ’97.”
Il vecchio canta una strofa, smette di tossire e sorride.
“Conosci The wreck of the old. Non ho mai incontrato nessuna ragazza della tua età che la conoscesse. Sono contento che qualcuno si ricordi ancora del vecchio Vernon Delhart.”
” …you must put her Spencer on time…”
“Quando girai Il cavallo d’acciaio, questa canzone era appena uscita e io e John Ford la cantavamo sempre, una volta finite le riprese. In culo a Zone Grey e King Vidor, in culo a Teddy Leonard, noi giravamo i film migliori e cantavamo anche da Dio e nessuno ci avrebbe mai superato, il buon nome del west sarebbe vissuto per sempre grazie a noi, ma poi…”
“Poi gli spaghetti western girati in Spagna” risponde Jane voltandosi verso Antonio: “Italiani pizza e mandolino!”
“Già. Perché diavolo volete giocare recitando quello stupido film italiano quando ci sono colossi americani come Carmencita, La conquista del West o Desperado? Perché proprio nel mio set, poi?”
Antonio si sente chiamato in causa. E’ di genitori italiani ma si sente americano quanto gli altri, eppure è stato tirato in ballo dallo stesso vecchio che l’ha additato come mangiaspaghetti e per questo si sente in dovere di dire qualcosa. E senza pensarci tanto la dice:
“Per un pugno di dollari ha fatto la fortuna di un vostro attore americano, dovreste solo ringraziarli, gli italiani.”
“John Ford, lui era un attore!” risponde il vecchio dal lettino dopo aver riacquistato la forza necessaria per tornare all’attacco, “lui non avrebbe mai girato polizieschi, non avrebbe mai impugnato una pistola differente da una Colt.”
Gli altri hanno assistito increduli a una diatriba su qualcosa che non appartiene a loro tanto quanto ad Antonio, che di western non se ne intende per nulla. Il Touch and Splat è fatto per sfogare la rabbia, ma non in quel modo, non con critiche da salotto hollywoodiano, ma impugnando le armi e colorandosi a una distanza più ravvicinata possibile tanto da farsi scoppiare le pallottole sulla pelle, causando un dolore tale da far gridare il concorrente sconfitto. Il Touch and Splat non è nulla di più che un gioco, non c’è in ballo il buon nome del vecchio west o di attori più o meno conosciuti, è solo un gioco antistress che nulla ha a che vedere con quello di cui si sta discutendo.
“È solo un cazzo di gioco”, dice Gordon: “Possiamo fingere qualsiasi cosa, possiamo anche essere noi stessi. Era solo un’idea originale per giocare, non c’è alcun bisogno di prendersela così.”
Il vecchio afferra il braccio di Jane e lo tira a sé per darsi la spinta necessaria ad alzarsi: “Originale, dici? Conosco il vostro gioco. Perché credete che questo posto sia ancora aperto dopo anni? A tutti piace giocare ai cowboy, non credetevi così originali. Ma quando chiedo alla gente cosa vogliano impersonare, mi rispondono con nomi che faccio fatica a digerire come Balla coi lupi; Durango Kid; Il Buono, il brutto e il cattivo; Il mio nome è Nessuno. Non sanno chi sia Wyatt Hearp, mi aspetto che siano superficiali al massimo per definire Bonanza un western, ma loro superano ogni mia peggiore aspettativa. A volte vorrei che questo posto prendesse fuoco, piuttosto che darlo a gente come voi.”
Jane lo chiama, gli dice di non innervosirsi ancora, che non ha molte altre canzoni da cantargli.
“Non arrabbiarti, Piripero.”
“E tu smettila di chiamarmi in quel modo, per Dio. Mi chiamo Rant, Rant Gilmoure. Chiamami nonno, chiamami come vuoi, ma non usare quel nome, stupida ragazzina irrispettosa e arrogante.”
E poi esce fuori a prendere una boccata d’aria e lascia Jane singhiozzante come una bambina appena sgridata che si accorge di aver fatto qualcosa di male e non sa come rimediare. Jane sembra avere un cuore fragile. Presa tra le braccia da Manuela, dice che non era sua intenzione far arrabbiare nessuno.
Nel silenzio, la voce di Norton rimbomba rauca e deprimente per tutta la stanza:
“Cosa diavolo è Bonanza?”

 

7.

“Se avete fatto i compiti a casa, la storia dovreste conoscerla tutti” dice Carlton, il biondino leccaculo di Fred che si era dapprima messo in disparte per poi diventare il tutore del gruppo. Prima di continuare si ferma un istante richiamando Gordon che si gingilla con una bottiglia di cognac.
“Non berla”, dice.
“E perché mai?” ride Gordon, “non siamo più a scuola bello mio, la bevo eccome” e poi se ne versa un quarto di litro giù per la gola.
“Lo so che non siamo più a scuola, ma quella è acqua colorata.”
L’acqua colorata sa di acqua e spirito se colorata con essenze floreali. Non sa né di rose né, nel caso di un finto cognac, di rododendri e margherite, ma nonostante tutto Gordon la manda giù ugualmente, fingendo che la sua sete sia in qualche modo stata placata. Poi, dopo aver riso del suo sbaglio con gli altri, si sposta pian piano verso l’uscita fingendo di dover fumare una sigaretta, svolta l’angolo e infila due dita in gola vomitando la metà dell’intruglio che ha tirato giù.
“Hai da accendere, vecchio?” chiede a Piripero.
“Prendi un sigaro e getta via quella roba”, risponde quello porgendogli una scatola di Montana White: “Volete giocare al west? Entrateci dentro, allora.”
“No, grazie” respinge l’offerta Gordon, accettando solo un cerino che accende sfregandolo sul muro dove si è appoggiato: “Io avrei preferito giocare all’Ispettore Callaghan.”
Il gioco di ruolo è fatto di storie: a volte i personaggi hanno dei copioni, ma con il Touch and Splat tutto è portato ai minimi termini. Per un pugno di dollari, una storia presa in prestito dal passato e dalla cinematografia, era lo spunto per piantarsi piombini a vicenda per le strade deserte di un set che vive di ricordi. Da una parte i Rojo, la famiglia di Ramon il bandito, e dall’altra lo sceriffo John Baxter e i suoi seguaci. Una scusa per riempirsi di lividi e sfogare la propria rabbia, come se la realtà non te ne desse già abbastanza.
La regola delle regole è una: fatti beccare quattro volte e sei fuori, indossi la bandana bianca e, in quel caso, offri la cena ai vincitori.
La parte destra della città è affidata ai Rojo.
Wanda e Jane, dietro una parete di cartone, provano il proprio completo da messicano e ridacchiano grattandosi le palle che fingono di avere come se ogni uomo che indossi i pantaloni facesse quel gesto di continuo.
Subito dopo il via di Carlton al megafono si sentono un getto d’aria e una smorfia di dolore.
“Cosa c’è?”
“Mi hanno colpito.”
“Ma se non abbiamo neanche cominciato.”
“Sì invece, non hai sentito il megafono?”
Vincent si sporge in avanti per vedere chi sia stato a cominciare così in fretta. Il buio che è appena calato nasconde i volti e i vestiti da banditi rendono i corpi anonimi, quel tanto da dover individuare la persona nel personaggio attraverso i movimenti e i gesti. Fred è l’unico lì dentro che per mandare a ‘fanculo qualcuno alza l’anulare piuttosto che il medio.
“Pezzo di merda!”
Norton appunta sul suo taccuino la morte di Antonio: “Sei a una.”
“Anche tu.”
“Anch’io cosa?”
“Hai una macchia rossa sulla schiena.”
La città di cartone e legno è una croce bordata da quattro edifici comprendenti saloon, merceria, prigioni e sala da barba, munita di qualche piccolo e anonimo locale che fa da contorno. Una grossa cisterna in legno al centro crea una sorta di barriera visiva tra la zona est e la zona ovest, mentre le stalle a sud segnano il punto margine che non puoi oltrepassare. L’atmosfera sarebbe veritiera se non si ag- girassero per la città Carlton con tanto di poncho e scarpe da tennis e Ramon Fred con il cappello dei NY Yankees, e se quel cumulo di schermi tv e cavi elettrici non stessero così in bella mostra alla porta della chiesa, posta alla testa della croce. È lì che bisogna arrivare perché abbia fine la prima parte del gioco. Ma nonostante la vicinanza è quasi impossibile accostarsi a essa, per via della struttura della città che non ha nascondigli oltre a quelli offerti dalla finta natura: qualche cespuglio di cartone, qualche masso di polistirolo e poi il buio a farla da padrone.
“È tuo, Norton” grida Antonio.
“Chi?” balbetta quello correndo verso la zona sinistra tra i piombini di chi si era ben nascosto tra le travi di legno.
“Lo hai davanti.”
Norton punta e spara un colpo in piena fronte a Sally che nonostante i baffi finti e quel continuo grattarsi le palle, grida come una lavandaia.
“Scusa, Sally, non pensavo fossi tu.”
“Non preoccuparti, me la caverò” risponde Sally che, dopo avergli puntato il fucile allo stomaco, gli pianta una pallottola così ravvicinata che per un attimo Norton non respira.
“Ma cosa fai? Ti stavo aiutando.”
“Sei un cuore troppo debole per la guerra. Una volta avevi le palle, ma la tua sgualdrina deve averle ingoiate dopo l’ultimo pompino. Non è così?”
Sally, dissoltasi dietro al primo cespuglio, si era risparmiata in tempo di pace per dare poi il meglio di sé in battaglia. Nel saloon aveva assistito alla decadente esibizione che Norton aveva dato di se stesso e adesso lo guardava da lontano, paralizzato, come preso da un attacco di panico, in ginocchio:
“Alzati e combatti” gli aveva detto.
Norton aveva dovuto constatare nel peggiore dei modi che la sua disperazione era diventata fin troppo palese.
“Tutto bene?” chiede Antonio, arrivato di corsa per tirare l’amico fuori da quella situazione.
“Per niente. Una donna mi ha appena sparato allo stomaco chiamandomi bello mio e non riesco a muovermi.”
“Le donne ti hanno fatto di peggio nella vita, non vorrai abbandonare per questo.”
Norton sembra perso nonostante il combattimento sia iniziato da dieci minuti appena. Quello che ha nel cuore è una rabbia statica che fa fatica a divenire dinamica e, se tieni l’istinto serrato nello stomaco, il Touch and Splat non ti serve a nulla e… tu non servi a nulla al Touch and Splat.
“Come mi sono ridotto, amico mio? Ricordi com’ero una volta? Lo avresti mai detto che sarei diventato così un giorno?”
“E tu avresti mai detto che sarei finito a lavorare in un supermercato?”
“Perché no, cosa c’è di male?”
Antonio sta osservando la zona intorno per non lasciare che qualcuno si approfitti della loro posizione sfavorevole. Non ha intenzione di perdere una sola delle tre vite a disposizione, non prima di aver riempito di piombini Fred Houston e Jane, che in qualche modo deve pagarla per non aver vissuto con lui quando era il momento, per aver scopato senza il trasporto necessario, per aver preso in bocca il cazzo obeso di un ciccione al college e non averlo mai ammesso, per aver rotto durante tutto il viaggio e per un mucchio d’altre cose che devono ancora succedere.
“Cosa vuoi dire con quel Perché no?”
“Nulla. Non arrabbiarti anche tu, adesso.”
“Vuoi dire che ti aspettavi che finissi col fare un mestiere di merda?”
“Voglio dire che non mi aspettavo di certo che diventassi Donald Trump. È il tuo lavoro, non posso giudicarlo.”
Antonio ha messo in moto una rabbia dinamica, che corre più veloce del sangue che gli scorre in vena.
“Vuoi un Valium?” porge delle pillole.
“Grazie.”
“Tienile, io non ne ho più bisogno.”
Basta stare abbastanza a contatto con qualcuno per trovare un motivo per ammazzarlo, per questo le persone solitarie sembrano sempre le più pacifiche.
Antonio ha trovato un nuovo nemico e una nuova motivazione per togliersi da quella posizione, lasciando l’amico paralizzato dalle sue paure sotto i colpi degli avversari.
“In bocca al lupo.”
A poca distanza Fred ha puntato Jane. Come un vero cecchino prende la mira e sbam!
“Aioh! Non così vicino!”
“Scusa, Fred” dice Antonio, “non sapevo facessero così male.”
Jane, che si trova dietro uno dei pilastri che regge la baracca in cui si trova l’ufficio dello sceriffo, va avanti silenziosamente verso la chiesa e verso Wanda, non accorgendosi che la sconfitta sta a un passo da lei e che, seppur senza volerlo, Antonio l’ha appena salvata.
Fred cerca di tirare via il colore dal collo, rosso fuoco per il colpo subìto:
“Lo sapevi benissimo, invece.”
Tra Jane e i due scalini della chiesa costruita su una sorta di palafitta a mezz’aria, ci sono dodici interminabili metri in cui tutto può succedere. I giocatori più furbi hanno formato una squadra composta da soldati in avanscoperta e cecchini. I primi hanno il compito di togliere più vite possibili sul campo, i secondi danno il colpo di grazia a un passo dalla salvezza. Lo scopo è eliminare gli avversari durante la prima parte del gioco per poi sciogliere le squadre e giocarsela fino all’ultima vita nella seconda parte.
Questo è il gioco di chi è andato fino al Golden per vincere e per cenare a volontà a spese degli altri. Il gioco di Antonio e Jane è differente. Per loro vincere vuol dire far male, creare un danno fisico o psicologico, liberarsi di quella stretta allo stomaco che neanche il più avanzato Mental Fitness® può espellere, non essere né i Rojo né i Baxter di Per un pugno di dollari, entrambi perdenti, ma essere Eastwood, l’americano senza nome, l’unico vero vincitore.
“Ti ho visto, chiunque tu sia”, grida Jane dopo aver scovato uno dei cecchini dalla finestra della merceria: “Non andrai in nessun posto con quell’aggeggio.”
“Prova a mettere la testa fuori, allora. Ti mostro la mia mira.”
Jane si toglie dalla testa lo Stetson in pelle e lo fa roteare verso il centro del viale, correndo poi in direzione della chiesa e guadagnando circa la metà dei metri che la separano dalla salvezza. Ma il cappello, invece di volteggiare nell’aria per poi cadere, le ritorna indietro, dopo tre saltelli, finendole a un passo dagli stivali.
“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con fucile, quello con la pistola è un uomo morto!” dice il cecchino e poi, senza dare tregua agli spari che seguono i passi veloci dell’avversario, pianta un proiettile splatter su uno dei seni di Jane, lì dove può far più male”
“Io sono una donna, non un uomo, fottuto idiota!” grida Jane che, in ginocchio, piange e chiede aiuto a Wanda che le dice di alzarsi e salvarsi: “Hai un solo minuto, muoviti. Io non posso uscire da qui o becca anche me.”
Ma a Jane non importa nulla del minuto che passa velocemente. Tra i pianti si scopre il seno cercando di tirar via il colore caldo dopo lo scoppio a salve proveniente da un fucile, un Olympia Professional a doppia canna, una riproduzione originale di un Winchester ma elaborato in modo da scaldare il colore prima di farlo schizzare sulle tette di Jane, che si getta della terra addosso per rinfrescarsi.
Forse è per questo motivo che il cecchino la lascia andar via quando avrebbe potuto finirla definitivamente, per ringraziarla dello spettacolo offerto.
In quei momenti, quando un amico è in difficoltà, quando sai che andrebbe fermato tutto e che dovresti stargli accanto per assicurarti della sua salute, inizi a sentirti stupido, così come si era sentita Wanda ai lamenti di Jane. Guardi il tuo fucile, guardi come sei vestito e per un istante senti di essere troppo grande per quelle cazzate, sembri uscito di senno, se ti vedesse chissà chi conciato in quel modo! Ma la finzione non è altro che una faccia esasperata della realtà. E allora in quel frangente corri come fa Antonio che, sembrando davvero in pericolo di vita, evita i colpi dei nemici raggiungendo incolume la porta mentre Vincent si trascina lentamente, colpito a un orecchio e stordito, seguito dal conto alla rovescia di Carlton al megafono.
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Al quattro, Wanda punta la finestrella da cui proviene la voce, al tre visualizza il megafono, al due la testa del biondino e all’uno spara prendendolo in pieno volto e lasciando che Vincent arrivi alla porta.
“Chi è stato?” chiede Carlton al megafono, “Stavo contando. Chi è stato?”
Chiunque sia stato, adesso ha un punto in più e un compagno di squadra ancora vivo.

(EDITING DA TERMINARE)

8.
La vita del dottor Kensington, dopo il clamoroso fallimento dell’EIR, divenne di colpo patrimonio pubblico. La stampa e le tv l’accusavano di essere la causa di ogni omicidio commesso da chi aveva se- guito il programma EIR, e le istituzioni (laiche e re- ligiose) lo accusavano anche di tutti gli altri omici- di, felici di aver finalmente trovato un capro espia- torio, un nuovo Cristo da crocifiggere.
Ma la verità era un’altra, era che quel program- ma, in un modo o nell’altro, aveva dato al mondo intero una nuova visione dell’uomo, eccitato adesso da una brama di uccidere congenita che doveva, in qualche modo, essere soddisfatta per non incorrere in spiacevoli conseguenze.
La maggior parte delle malattie dell’uomo, per Kensington, derivavano da quell’assassino represso e insoddisfatto che doveva essere, se non appagato, almeno assecondato. Nacque un centro studi nell’Oklahoma, un centro di sperimentazione clan- destino dell’EIR con cavie volontarie, veri e propri patiti del Touch and Splat che, pian piano, crearono dei gruppi di cura che si moltiplicarono per tutta l’America spingendosi fino al Vecchio Continente.

 

73

L’EIR divenne così un programma mascherato dal
gioco innocuo di adulti e ragazzi.
Oggi, tutto il mondo pratica il Touch and Splat.
Fabbriche su fabbriche erette per produrre stru-
menti di disintossicazione dall’omicidio, propagan- de TV dietro le quali si nascondono pubblicità di giocattoli e miriadi di spacci ben celati da vetrine colorate. A chi accusava il dottor Kensington di ave- re risvegliato l’istinto omicida della gente invece di averlo esorcizzato, lo studioso rispondeva tirando fuori una rivoltella e creando il panico attorno a sé.
Guardava il suo interlocutore negli occhi e dopo un breve silenzio sparava colpendolo quanto più possibile.
“È solo un gioco” diceva mostrando i proiettili colorati, e poi asciugava la testa del malcapitato con una salvietta umidificata.

 

 

 
74

9.
Un gioco, e anche piuttosto eccitante, il Touch and Splat lo è di certo per Jane che, entrata nel saloon dolorante, si esalta come un delinquente al confine col Messico.
“Ho voglia di piantare un proiettile in testa a
quello stronzo. Chi di voi ha il fucile elaborato?”
Si avvicina al Winchester di Gordon e lo tira a sé:
“Sei stato tu, brutto imbecille?”
“Non dire stronzate, io sono stato tutto il tempo
alla porta della chiesa.”
“Vuol dire che non hai giocato?” chiede Manuela, seduta sul sofà verde come una ballerina sbronza dopo lo spettacolo al saloon, con le gambe in vista e sode a tal punto che sembrano pronte per stringere i fianchi di chiunque abbia le palle di ammettere di non poter fare più a meno di una scopata con lei.
“Vuol dire che non ce n’è bisogno, per mangiare gratis. Ci avete pensato voi a farvi fuori, non è co-
sì?”
“Non è questo lo spirito” risponde Sally, “è un
gioco, si deve partecipare.”
“Non farti prendere troppo dall’entusiasmo”, dice Carlton tamponandosi l’occhio con dell’alcol, “Fred
ha quasi un buco alla trachea.”
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All’inizio del primo tempo le cose non andavano
bene e alla fine di quello non sono di certo migliora- te, ma questo è lo scopo, arrivare al punto di rottura, spingere la rabbia dal basso ventre alla bocca dello stomaco e cercare di vomitarla, naturalmente, senza bisogno di Valium e training mentali. Per evitare che questa si tramuti in una scazzottata, Vincent, che nonostante l’orecchio fasciato non ha perso lo spirito del gioco, prende la chitarra e la mette a tracolla.
“Rojo e Baxter assieme?”, guarda gli altri.
Il vecchio padrone, che se n’è stato in disparte,
seduto a pensare, ride: “Gli italiani hanno di certo avuto cattivo gusto a scimmiottare i western, ma non c’è mai fine alla scempiaggine: scimmie che scim-
miottano altre scimmie ”
Vincent ha appena trovato un motivo per uccidere il vecchio, nonostante non partecipi al gioco.
“Rojo e Baxter!”. E la canzone inizia.

 

 

 

 

 

 

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Benjamin Franklin High School, 10 anni
prima.
E la canzone inizia. È il momento di chiederlo, Antonio, adesso o mai più. Sally non rimarrà lì sedu- ta per tutta la vita.
Avvicinati, fingi di prendere un bicchiere di punch, voltati verso di lei e di seguito verso le casse
fingendo che ti piaccia la canzone e poi chiedile:
“Ti andrebbe di ballare?”
“Certo, perché no?”
Antonio era un buon ballerino. Era pessimo in
tutto, specie nel basket e negli sport in genere, ma con il ballo ci sapeva fare, anche se non amava stra- fare perché al college erano le ragazze a doversi di- menare, non i ragazzi; quelli dovevano rimanere uomini, non diventare improvvisamente checche sculettanti al suono di Faith.
Il tempo di dirle: “Bella festa, vero?”
Il tempo di sentirsi rispondere: “Per mia madre,
forse.”
Poi un tipo con la erre moscia si avvicina rovi- nando il siparietto romantico. Fred aveva il cattivo gusto di essere brutto e antipatico al tempo stesso, ma c’era qualcosa in lui che attirava diciottenni con voglia di emanciparsi. Forse il fuoristrada, forse la nomea. Lo chiamavano Big Fred e non perché fosse
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alto e grosso, ma per quel qualcosa che teneva na-
scosto nelle le mutande.
“Ti conviene correre via, amico.”
“E per quale motivo?” domanda Antonio con
sguardo omicida puntato sul giovane premuroso.
“Perché ti stanno multando.”
“La macchina di mio padre”, sussulta Antonio
che in un attimo è portato a decidere tra la donna della sua vita e la sua vita. Fa la scelta più saggia e corre verso l’uscita.
“Vuoi aspettare lui, Sally, o mi concedi il ballo?” Più pericolosa di una puttana, c’è solo una donna
vergine con la voglia di perdere la propria verginità.
“Come fai a sapere il mio nome?”, chiede la ra- gazza.
“M’informo sempre prima di avvicinarmi a ciò
che mi interessa.”
Appena rientrato, Antonio vede i due piccioncini ballare in mezzo alla pista. Asciugandosi il sudore dalla fronte afferra Jane che, ubriaca e sola, dirige lo sguardo verso il dj e si lascia cadere tra le braccia di Gordon che passa da lì, sosta giusto il tempo per sor- reggerla e poi, adagiatala in terra, torna di nuovo a ubriacarsi di punch.
“Jane, balla con me.”
“Ti è andata male, Antonio, questa era l’ultima ed
è quasi finita.”

 

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“Quasi. Lo hai detto. Balla con me quello che ri-
mane.”
Jane canticchia i versi di George Michael e sul fi- nale cerca di alzarsi per andar via da quella festa sfi- gata intonando le ultime note della canzone.

Le ultime note della canzone sfumano negli ap- plausi.
“Faith!” dice Antonio: “Bella scelta.”
Sally guarda in terra, ma lo fa in quel modo
scomposto, come di chi un momento prima guardava qualcosa o qualcuno che non avrebbe dovuto guar-
dare. E se avesse guardato proprio lui?
Vorrebbe chiederglielo però non ne ha il corag- gio, ma se solo Fred non ci fosse stato, forse sarebbe tutto più facile.
Nel saloon regna la calma, ormai.
Gli animi si sono quietati un po’ e le armi sono
state riposte tutte nella cassapanca in legno assieme all’astio nei confronti dei compagni, capri espiatori di una società sottomissiva.
“E invece tu, basket man? Dài, una bella canzo-
ne!”
Antonio viene chiamato a cantare.
“Io? Ma neanche per sogno.”

 

 

79

Benjamin Franklin High School, 10 anni pri-
ma.
“Io? Ma neanche per sogno”, dice Antonio, re- stando bloccato in panchina: “Ti sei per caso ammat- tito, KGB? Questa è una fottuta finale! Non posso giocare io, ti rovinerei la carriera e rovinerei la repu-
tazione di tutta madre Russia.”
“Ti ho detto tu andare! Dimostra agli altri tu sei uomo con palle” risponde Ducovsky che si gratta le sue, di palle, felice di aver ritrovato il senso dell’umorismo.
Così, in campo, Vincent e Antonio si trovano l’uno accanto all’altro.
“Vai!”
“Non ci penso neanche.”
“Ti dico che devi andare, adesso. KGB ti ha
schierato in attacco e devi andare, fratello.”
“KGB è un fottuto bastardo.”
“Forse a forza di sentirsi dare del frocio. Si è
convinto di esserlo davvero e per questo ti ha incula- to. Ora dimostragli che tu non lo sei, fagli vedere
quanto ce l’hai duro, fratello.”
Antonio guarda Ducovsky ridere.
“Non posso, se sbaglio e perdiamo faccio il suo
gioco.”

 

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“Io devo fermare gli altri. È la nostra occasione
per vincere. È la mia occasione i talent scout non me ne daranno un’altra. Squadra che vince la si co-
pre d’oro.”

 

 

 

 

 

 

 

 
Antonio non sa neanche cosa ci fa lì in mezzo. Avrebbe dovuto rimediare un posto nella squadra di mambo, non in quella di basket, ma per conquistare
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il cuore di Sally non basta un mambo, bisogna essere
uomo proprio come i giocatori di football e di ba- sket, bisogna correre verso il canestro e far vedere a tutti chi è.
La palla arriva leggera, e lui è lì a prenderla.
Salta, ma
Fermato sul cesto a due secondi dalla fine.
Vincent s’inginocchia, mette una mano sulla testa
e si toglie il sudore dalla rasata.
“No, no, no” ripete più volte e continua a sbattere la testa sullo stemma centrale della Franklin.
“No” grida, “no!”
“Dio, Vincent, perdonami. Era troppo alto per
me”, si scusa Antonio.
Ducovsky dalla panchina canta una polka, una balalaika, qualsiasi cosa stia cantando è di certo qualcosa di non americano, come non americano è ogni fottuto russo con la cittadinanza americana, lì per piantare qualche microspia e ricetrasmittente nella camicia di qualche politico, di qualche agente FBI.
Dannati russi.
L’intero college in platea ha assistito alla disfatta
di Vincent.
“Non preoccuparti, amico, sarà per la prossima
volta.”
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“Non preoccuparti, amico, sarà per la prossima
volta” e Antonio viene lasciato alla sua birra.
Rick Paris osserva l’orecchio di Vincent e sghi- gnazza con Fred in fondo al bar.
“Sei stato tu?” chiede Vincent.
“Non so di cosa stai parlando” risponde quello,
guardandolo con occhi che non reggono l’affermazione appena fatta.
Vincent si alza e si dirige verso di lui, ma Norton riesce a tirarlo a sé per un braccio mettendolo a se- dere.
“Mi ha quasi sfondato un orecchio.”
“Prendi un Valium, amico. Mantieni la rabbia per
dopo.”
“Togli questa roba dalla mia tasca. Mi ha sfonda-
to un orecchio.”
“Via, Vince, che se la prenda in culo, il bastar-
do.”

 

 

 

 

 

 

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Benjamin Franklin High School, 3 anni prima.
“Che se la prenda in culo, il bastardo”
“Dài, Paris, lo faceva solo per scherzare”, dice
Gordon con in mano uno spinello, pronto a dispensa- re saggezza a chiunque e a sostenere tesi inverosimi- li sul senso dell’umorismo. “Chi non ha senso dell’umorismo muore giovane. Lo hanno detto dei filosofi greci o l’ho detto io? Non so. Io valgo
come filosofo se dico qualcosa di filosofico?”
“Mi ha scaricato cento piombini addosso, quel pezzo di merda: cento!”, si lamenta Paris mentre Norton cerca di pulirlo per bene da tutto quel giallo.
Paris aveva retto lo scherzo di Antonio per i primi dieci piombini e si era sforzato di sostenerlo per altri venti, trenta, ma dopo quelli aveva cercato di ripa- rarsi ovunque ci fosse un riparo, gridandogli di smet- tere.
“Non è divertente” aveva gridato: “Non è diver-
tente.”
Fred continuava, mangiava una mela e continua- va a inondare l’avversario con il suo fucile Olympia con la nuova carica di cento piombini. Li aveva sca- ricati tutti, come in preda a un raptus omicida. Non c’era niente di divertente in tutto questo, anche se Antonio sosteneva che la sua intenzione era quella di

 

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colorarlo tutto e fotografarlo subito dopo, di fare
un’opera d’arte umana.
“Insomma, chiunque sognerebbe di diventare
un’opera d’arte.”
“La polizia” grida Wanda appena entrata nella sa-
la mensa, “tutti fuori dalla scuola, presto.”
All’esterno, la scorciatoia che attraversa il parco porta al cancello posteriore, una piccola inferriata vecchia e facile da scavalcare. A cavallo tra la Fran- klin High School e la Benjamin Franklin Street, Vincent si accorge che qualcuno manca all’appello, ma è troppo tardi.
“Tenga le mani in alto e resti lì dov’è”, dice lo sbirro puntando la pistola contro Paris.
“Posi quel fucile o si troverà ancora più nei guai,
giovanotto.”
Il ragazzo sa bene che finirà su tutti i giornali lo- cali, ma non è quello il suo spavento. In verità vuole evitare la galera per non finire nelle pagine distret- tuali colorato com’è, diventando lo zimbello di An- tonio per primo e in seguito di tutti gli amici, forse per poco o forse per sempre.
“Stia calmo” dice Paris ricoperto di giallo, “sono
solo fucili finti.”
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“Sono solo fucili finti.”
“Si, Paris, ma potevi sfondargli il timpano”, ri-
sponde Norton.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Ok, amico, stavolta solo spari a distanza.”
Fred invita il resto dei ragazzi ad andare a prende-
re i fucili nella stanza accanto e dopo uno scambio di battute inizia il secondo tempo.
“Pronti a offrire la cena?”
“Posso ordinare adesso?”, dice Wanda.
“Ecco, questo è lo spirito giusto!”
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Londra, 6 mesi prima
“Ecco, questo è lo spirito giusto!”
“Si, Manuela, perché prendersela, in fondo?” dice
Norton standosene seduto, dopo la chiacchierata con la moglie.

 

 

 

 

 

 

 
“Insomma”, continua, “vieni qui, mi dici che ti sei innamorata di uno che hai conosciuto in chat e
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tronchi la storia come niente fosse. Perché dovrei
prendermela?”
“Perché non potresti fare altrimenti, Norton” ri- sponde con freddezza Manuela.
Norton si alza e va alla finestra:
“Ti conviene andare, sta iniziando a piovere.”
“Sei premuroso” dice Manuela baciando Norton
sulla guancia: “È già un buon inizio.”
“Non hai capito, divento più incazzato che mai,
con la pioggia.”
“Divento più incazzato che mai, con la pioggia.” Sotto l’acqua, Gordon e gli altri non possono ve-
dere altro che sagome, solo macchie scure goccio- lanti. La cena da “Montreal” era già in tavola, aspet- tava che qualcuno la pagasse.
Quando Fred sorprende Antonio alle spalle, sta già ordinando risotto ai funghi porcini, bistecca ai ferri e champagne per tutti al cellulare.
“Anche per te, amico mio, o preferisci vino
d’annata?”
“Non potresti farla finita per una volta, sparare e
chiudere quella bocca del cazzo?”
La voglia di vittoria di Antonio si è tramutata in urgente bisogno di andare via da lì ed esplodere la propria ira con qualsiasi stronzo di città o datore di lavoro che sia: tutto, per Antonio, è meglio che Fred.
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Forse è tutto sbagliato, quel gioco non ha più rile-
vanza, bisogna diventare uomini, bisogna licenziarsi, lasciare Jane, andare da Sally e rivelarle l’amore provato per lei da anni. E’ come dice il Mental Fitness®: “Per cambiare la tua visione del mondo, devi prima cambiare il mondo e crearlo così come
vuoi vederlo.”
“Spara” è il grido liberatorio: “Non è con i fucili
finti che si risolvono le questioni.”
“Come vuoi.”
Parte un colpo, ma non c’è nessun getto d’aria,
stavolta, al posto di quello un’esplosione assordante seguita da urla di dolore.
Fred resta a guardare, non può far altro che com-
mentare: “Dio, ma ti è saltato un occhio.”
Antonio grida, che sia paura di morire, rabbia, dolore o sgomento per essere stato lui a dire al suo peggior nemico di sparare.
Grida, ma anche in quel momento butta via grida contenute, anche in quel momento non si libera dei suoi dissidi interiori, non è libero neanche con una ferita mortale e un occhio penzolante.
“Ma non si dovrebbe morire. con una ferita co-
sì?”
Antonio ha una mano in un occhio e, in una ma- no, l’occhio. Immobile, resta appoggiato a una trave di legno.
“Porca puttana, mi hai ammazzato, stronzo.”
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Fred cerca di avvicinarsi: “Io mi meraviglio che
te ne stia lì a parlare.”
Respira, Antonio: quella rabbia non ti porterà nulla di buono.
“E la cosa ti dispiace?”
“No, dico solo che la ferita è…”
Antonio cade in terra, morto. Quasi morto. Fa
prima due sobbalzi e poi è veramente morto.
“Lo dicevo, io.”
Rick Paris, impietrito, spunta alla spalle di Fred:
“Cosa cazzo è successo?”
“Sta’ fermo, Rick, sono fucili veri, questi. Qual-
cuno deve averli scambiati.”
“Oddio, no!” grida Vincent sopraggiunto d’un colpo. Si accascia sul corpo dell’amico e tenta di rianimarlo.
“Aspetta prima di raggiungere conclusioni affret- tate. Io non c’entro niente. Qualcuno ha scambiato i
fucili.”
“Scambiato i fucili? Vuoi dire che sono carichi?” “Cazzo, se lo sono” dice Rick, “gli ha fatto salta-
re un occhio.”
“Allora sei stato tu, Fred. Lo sapevamo tutti che odiavi Antonio, ma arrivare fino a questo punto
per cosa?”
Vincent si alza da terra e punta il fucile verso Fred.

 

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“Che cazzo dici? Dài, lo sappiamo tutti che era
lui a portarmi rancore per quella storia di Sally alla
festa. Io non avevo niente contro di lui.”
Poi si volta e indica Rick: “Lui ce l’aveva con
Antonio. Non è così, Rick Il Giallo?”
Rick Paris fa un passo indietro ma non smentisce, almeno non subito. Aveva di certo qualcosa contro il morto ma niente che un buon Touch and Splat non potesse aggiustare.
Ma spiegarlo a Vincent è inutile, quello gli ha già puntato il fucile in faccia.
“Allora anche il mio sarà carico, non è così?”
“Insomma, Vincent, togli quel coso. Potresti esse-
re stato tu. Lo maledicevi in continuazione per quel
cesto sbagliato al college.”
Vincent impugna più saldamente il fucile: “Non dite stronzate. Odiare una persona per una partita persa è una cosa, scambiare fucili giocattolo con fu-
cili veri per commettere una strage è un’altra.”
“Non era solo una partita, era la partita della tua
vita.”
“Già, Vincent, non vorrai farci credere che non preferiresti essere un professionista che startene qui
a giocare ai pistoleri.”
Fred intanto ha puntato il fucile contro Vincent, dritto sulla sua testa, ma non spara fino a quando non sente le parole magiche: “È stato Fred” e poi sbam! gli fa saltare la testa che si riduce in brandelli.
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Tutto quel casino non se lo aspettava di certo.
Quello che ci si potrebbe aspettare da uno sparo è un buco in testa, come in tv, non tutti quegli schizzi di cervella e carne tritata lanciate a velocità supersoni- ca per tutto il vialetto.
Rick guarda Fred e lascia scivolare il fucile.
“Mi stava accusando di aver ucciso Antonio. Co-
sa avrei dovuto fare?”
Rick, nervoso, cerca di indietreggiare pian piano e di contenersi.
“Sì, certo, uccidere anche lui. Buona idea.”
Fred comincia a tremare, ma la canna del fucile
resta ferma: “Perché indietreggi, Rick?”
“Chi indietreggia?”
“Tu Rick, tu stai indietreggiando. Perché lo stai
facendo?”
“Cosa vuoi che faccia?” risponde Il Giallo, “ho
un fucile puntato contro.”
Sbam!
Fred ammazza l’amico da due metri e si riempie
di pezzi di frattaglie. Non sa bene che parte del cer- vello sia e perché uno sparo crei tutto quel casino. Forse era troppo vicino. Per non sporcarsi avrebbe dovuto sparare da una distanza maggiore o forse  non avrebbe dovuto sparare affatto.
Sta lì, fermo, a pensare.
“Che casino, merda che casino!” Avrebbe parlato di un incidente.
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Continua a pensare, farà di meglio.
Quale incidente al mondo potrebbe spappolare la
testa a tre persone in una volta sola?

Poco lontano, il gioco continua.
“Sei mia, adesso, e hai l’ultima vita”, dice Norton
trovandosi di fronte Manuela, sull’uscio della sala da barba, al riparo dal vento e dalla pioggia.
“Fai silenzio. Hai sentito anche tu?”
“Tuoni.”
“Non dire stronzate. Non ci sono tuoni che fanno
il rumore di un fucile a percussione.”
“Il vento avrà portato via con sé un pezzo di west, qualcuno avrà usato fucili veri. Non m’importa, sono
qui per farti fuori.”
“Ok, falla finita con questo gioco, non sarei venu- ta se non per le insistenze di Fred”, dice Manuela che si copre il collo e il viso: “Colpisci al ventre, e
vedi di non farmi male!”
Fred, spuntato da dietro l’angolo, si trascina pen- sando a cosa dire agli sbirri.
E’ fregato.
Una laurea a Harvard, una vita di studi per finire
dentro una cella a fare da sgualdrina a un detenuto per il resto della propria vita. Sudato e pallido, non grida agli amici di smettere con il gioco, non che non abbia provato ma non ci riesce, gli viene fuori un urlo che pare una risata, nonostante sia causato
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dal pianto e dai singhiozzi. E un altro verso che pare
un latrato esce quando si trova a pochi metri da Nor- ton e Manuela che si stanno scambiando i compli- menti.

 

 

 

 

 

 

 

 
“Avanti, impotente, colpisci e muoviti, che ho freddo”, la spara grossa Manuela.
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“Allora è per questo che mi hai lasciato, baldrac-
ca che non sei altro?”, la spara ancora più grossa Norton.
Una.
Secca.
Nel basso ventre.
Fred cade in ginocchio, smette di fare i versi. Non
ha brillato di certo per puntualità e tempismo. La frase gli esce fuori come se potesse finalmente di- scolparlo: forse ha trovato l’assassino.
“A cosa è servito ucciderci tutti?”
Norton è immobile di fronte alla ragazza dissan-
guata. Si gira e sbam.
Nel buio del West Golden Paradise, il rumore de- gli spari si affievolisce urtando contro le mura di cartone, e i botti violenti di un’arma assassina si tramutano in quelli mansueti di un’Olimpya Profes- sional. E poi la notte, il gioco, i gufi e la Luna non riportano il pensiero a una strage e, quando la mente non vuole che qualcosa avvenga, tutto pare non av- venire.
Nel momento in cui Fred viene ammazzato, Jane becca Sally che, nascosta dietro una catasta di sedie in legno, cerca di scrutare nel buio e capire cosa sia- no tutti quei rumori.
“Ti ho fregata, adesso sei mia” dice Jane cantic- chiando Sweet Child.

 

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“Ok” risponde sorridendo Sally, “Jane, vuoi per-
donarmi per ciò che ho fatto al tuo ragazzo?”
“Via, Sally, queste sono cose da collegiali. Tu non gli hai fatto assolutamente nulla. L’ossessionato
è lui.”
Poi punta il fucile alla testa della ragazza e dice: “Facciamo così, tu mi offri la cena e siamo pari,
ok?”
Sally ride: “Certo che sei sempre stata la migliore tu, Jane. Ho sempre desiderato essere come te. Deci- sa, piena di grinta. Sei sempre stata il mio ideale di
donna.”
Jane si gratta i capezzoli e mastica il chewingum come Julia Roberts in Pretty Woman.
“Allora sei una lesbicaccia. Potevi dirlo a quello sfigato di Antonio, gli avresti messo il cuore in pa-
ce.”
Jane accarezza l’amica con la canna del fucile, le va fino alla patta dei pantaloni, scorge una fessura e gioca a penetrarla.
“Non sei niente male, un pensierino ce lo farei
anch’io. Facciamo che ne parliamo a cena, amore?”
“Ok, spara e ordina.”
“Filetto di salmone, caviale e champagne” e
sbam.
Qualcuno ha ordinato interiora di Sally?
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Norton arriva troppo tardi: “Non posso credere
che sia stata tu, Jane”, e mentre lo dice lei sta ancora gridando aiuto.
La paura le sta causando degli spasmi. Jane quasi non respira, grida e i suoi strilli sono così acuti che si sentono a chilometri di distanza, ma nonostante tutto Santa Fe si trova sempre un chilometro più lon- tana e in quel posto sono rimaste poche vite a poter accorrere e soccorrere. Uno tra tutti, il vecchio pa- drone del Golden Paradise.
“Calmati, Jane” cerca di tranquillizzare l’amica Norton, “l’ho detto senza pensare. È evidente che neanche tu sapessi dello scambio. Scusami, sono
scosso quanto te.”
“Dobbiamo cercare il vecchio, dobbiamo cercare quel vecchio psicotico e impiccarlo come facevano
nel suo fottuto west” dice Jane inghiottendo saliva.
Le parole di Wanda si sentono da dietro la stalla.
“Siete tutti degli assassini: tutti! Mi avete fatto
uccidere Gordon.”
Wanda è visibilmente sconvolta. Parla lentamente caricando il fucile. È una bombola di gas aperta, e gli altri mozziconi di sigaretta ancora accesi.
“Ora morirete anche voi, figli di puttana.” Norton cerca il suo fucile senza trovarlo.
Jane invece grida ancora e non intende fermarsi.
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“Fai stare zitta la troia e non ti affannare a cercare
il fucile: te l’ho fregato da sotto gli occhi e non te ne
sei nemmeno accorto.”
Poi punta la canna verso Norton e spara. Lo punta verso Jane e sbam! Wanda si accascia a terra e
sfonda la pedana in legno finendo nel sottoscala.
“Smetti di gridare, Jane, è tutto ok.”
Ma Jane grida, spaventata, in modo quasi libera-
torio.
“Smettila, ho detto.”
“Oddio, Carlton, stava per uccidermi. Qualcuno
ha scambiato i fucili falsi con quelli veri.”
Carlton, ferito, la guarda e poi alza gli occhi al cielo.
“Credi che non me ne sia accorto?”
“Dobbiamo scoprire chi ha fatto tutto questo,
Carlton, dobbiamo scoprirlo”, dice Jane.
“So io chi è stato. Ho visto il vecchio scappare con i fucili dieci minuti fa, ma dovevo tenere a bada
Gordon e Wanda. Ci ho quasi lasciato la pelle.”
Il vecchio west non esisteva più da un pezzo, ma qualcosa l’avrebbe comunque reso immortale. La storia, le linee ferroviarie costruite a quei tempi, i nativi d’America, i panorami, le aquile del deserto: tutto lì attorno parlava del west, che era ben stampa- to nella mente di ogni americano, anziano o giovane. L’America e il west non erano poi così differenti, che esistessero Clint Eastwood o Sergio Leone, gli
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italiani o gli spagnoli, il west c’era da prima che la
guerra di secessione scoppiasse, da prima che ci fos- se la rivoluzione messicana. Ma Wayne e Ford e le loro galoppate stavano per scomparire come il Gol- den Paradise e nessuno poteva farci nulla. Quel set non sarebbe stato più ripreso da nessuna telecamera,
a meno che
“A meno che non si commettesse una strage e si attirassero qui milioni di persone da tutto il mondo.
Ingegnoso, il vecchio, non credi?”
Carlton sorride, alza il fucile e guarda Jane: “Non
credi?”

 

 

 

 

 

 
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Benjamin Franklin High School, 9 anni prima

“Non credi? A cosa non credi? A me, all’amore, al sesso, a te stesso. A cosa? Insomma, non puoi la-
sciarmi così senza una spiegazione, cazzo.”
“Devo” è la secca risposta.
L’aria attorno è più pesante, pesante quasi quanto
i 140 chili di Carlton.
Jane si accende una sigaretta, nervosa si strappa i vestiti di dosso, si spoglia completamente e allarga le gambe. Continua a fumare come se tutto quello fosse normale, come se denudarsi e mendicare una scopata con voce supplichevole fosse del tutto natu- rale.
Disperazione, questo sembra, almeno fin quando la raucedine non manifesta un filo di rabbia.
Quel filo diventerà una corda spessa, con il tem- po, ma il giovane Pulpy Brain non ne sa nulla di come la mente possa tessere le sue tele, sa a malape- na capire che bisogna restare in silenzio quando una
donna affranta ripete piangendo:
“Non puoi lasciarmi così.”
“Non puoi lasciarmi così – ti dissi – ricordi? Sta-
vo con un ciccione che mangiava barrette di ciocco- lato fino ad esplodere. Scopavo con te, a ogni pom-
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pino ingoiavo come piaceva a te e mi prendevo tutte
le stronzate delle mie amiche che mi deridevano perché me la facevo con un lardoso rockettaro pieno di hamburger e merda con un nome da sfigato. E tu, come diavolo mi hai ripagata? Lasciandomi. Ero tra le più desiderate della scuola. Avrei dovuto lasciarti
io.”
“Ed è quello che hai detto a tutti, no Jane?”
“Sì, ma non mi basta, Carlton. Sei dimagrito, ma
dentro resti sempre un ciccione di merda.”
Jane punta il fucile verso la piazzetta principale. Lì, dall’albero delle impiccagioni, penzolava il vec- chio cow-boy sognatore.
“Vedi, Carlton, adesso le cose sono cambiate. Sono sempre la persona che porta a termine i patti, come volevo fare con il nostro, un patto d’amore, di carne, un patto per la vita, ma non mi faccio più trat-
tare come una stupida.”
“Lo hai ammazzato per così poco?”
“Darmi della stupida dopo aver cantato per lui ti
sembra così poco? Era un vecchio galeotto del Saint Barnaby di Chicago. Ha vissuto a contatto con la morte ogni giorno. Almeno è morto alla maniera del
vecchio west.”
Jane aveva lavorato con il vecchio Piripero per anni al Saint Barnaby. Lì lo aveva conosciuto e ave- va capito che la rabbia covata tra le mura di un car- cere è silenziosa come nessun’altra, perché ben na-
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scosta agli occhi del mondo per punizione, nascosta
a se stessi per necessità, nascosta ai secondini per garantirsi l’incolumità.
I libri sulla regressione della rabbia che studiava ai corsi per diventare assistente per il sostegno dei galeotti non contenevano nessuna notizia sull’EIR e sugli esperimenti del Dottor Rupert Kensington, ma tutti, con un po’ di ricerche on line e in biblioteca, potevano venire a conoscenza della la verità su quel precursore, quel genio incompreso che aveva libera- to gli idrofobi dalla loro rabbia e aveva creato al contempo una efficace soluzione per la criminalità con i soggetti passivi. Jane, sentendo le lamentele del vecchio Piripero, aveva deciso di aiutarlo, di vendicarlo, di seguire le orme del ben più sfortunato Kirk Cameron dell’Alabama e i suoi seguaci, o del povero Rupert Kensington. La sua rabbia l’aveva covata per anni e l’aveva tenuta dentro come un ga- leotto, ma lei, a differenza di quelli, non era costretta a farlo. Dal canto suo aveva capito che non bastano semplici fucili a piombini colorati per placare un istinto omicida, ma ci vuole ben altro: ci vuole un omicidio per colmare la voglia di uccidere, come il cibo placa l’appetito, l’acqua la sete.
Il suo tentativo era quello di migliorare, in qual- che modo, la teoria di Rupert Kensington, che con il suo ultimo gesto aveva dimostrato a tutti quali erano le sue vere intenzioni.
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Il vecchio era l’unico che poteva portare i fucili
veri fino al Golden, lei avrebbe solo dovuto organiz- zare il tutto.
“Io avrei avuto la mia vendetta” dice Jane, “e lui avrebbe reso il suo west Golden immortale, addos- sandosi la colpa degli omicidi con una lettera scritta e firmata. Io me la caverò dicendo che, come gli al-
tri, non sapevo nulla dello scambio.”
Carlton, tremante, sembra aver perso tutta quella fiducia in se stesso che la perdita dei suoi 70 chili gli aveva dato fino ad allora. E’ diventato stupido, spa- ventato. E’ saltato fuori il ciccione che si era nasco- sto per anni e ciò che prova è paura, una fottuta pau- ra.
Jane lo disarma semplicemente puntandogli una
pistola alla testa e dicendogli:
“Qualsiasi cosa tu stia pensando di pensare, non
pensarla.”
Forse, in un western, il più coraggioso avrebbe sparato e la questione si sarebbe chiusa lì, ma non nella realtà, non in quella realtà, non quando è Car- lton a dover decidere se uccidere o essere ucciso. In quel momento, tutte le cose buone che la scuola, la tv, la religione e la buona novella ci hanno insegna- to, diventano di colpo controproducenti. Se in una situazione come quella la cosa giusta sarebbe ucci- dere, un qualsiasi elemento preso a caso da una so- cietà perfettamente in linea con il concetto di perfe-
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zione elabora il dato “omicidio” come un virus da
espellere. Programmati dalla fede in Dio e dalla mo- rale, in una situazione di pericolo di vita, noi siamo quelli che muoiono e Jane lei è quella che vive. Non ci vuole tanto a far posare in terra il fucile a Carlton, che non sparerebbe senza una pressione an- cora maggiore, ma adesso gli si chiede di riprendere l’arma e farlo. Non gli si dà via di scampo.
“Ricordi il duello finale tra Ramon e l’americano
senza nome?”
“Sì.”
“Sei stato tu a spararmi su alla chiesa e a bru-
ciarmi le tette, non è così? Hai detto che quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto. Vediamo se è
vero.”
Jane posa l’arma in terra e lo sfida ad un duello, chiedendo allo sfidante di sparare al suo tre.
Neanche un prete potrebbe tirarsi indietro. Ora ci vuole concentrazione. Ci vuole lucidità.
Respirate: quella rabbia non vi porterà nulla di
buono.
“Trasforma la tua paura in rabbia, partecipa anche
tu al gioco.”
Uno, due e
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Al trem Carlton si abbassa velocemente, afferra il
suo Winchester e spara. La velocità con cui lo fa non ha nulla da invidiare a nessun eroe del west.
“Avevi ragione, ciccione: il fucile è davvero me-
glio della pistola. Dovrò gettarla via.”
Carlton spara ancora, sembra essersi illuso che davvero anni di rabbia repressa possano essere sod- disfatti con un duello. Grida, Carlton, grida: “Putta-
na! Sei una sporca puttana!”
Jane è ancora in piedi e ride grattandosi lo stoma-
co: “Ho fame, Carlton, una fame esasperante.”
Gli spara un colpo alla gamba sinistra e uno alla
gamba destra e lo mette in ginocchio:
“Non avrai creduto davvero che avrei caricato il tuo fucile sprecando tutto questo splendido lavoro. Chi sarebbe tanto pazzo da fare una cosa del gene-
re?”
Jane sa bene che la rabbia non passerà, che altri Touch and Splat dovranno essere organizzati e poi altri e altri ancora, fino alla fine del mondo, a meno
che
“Sei in ginocchio. Chiedimi scusa.”
“Sei una puttana.”
“Come vuoi.”
E con un colpo in testa finisce per sempre una
splendida storia d’amore.
Sbam, l’ultima testa è caduta.

 

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Sbam, spara Jane facendo saltare il corpo del
biondino, una, due, tre volte.
Sbam, nonostante tutto Jane non si ferma.
Sbam, rende il suo vecchio amore irriconoscibile. Le pallottole finiscono, ma lei continua. Mette l’i-
Pod all’orecchio, una mano sul petto e con l’altra continua a sparare, con in testa la voce del quieto narratore del Mental Fitness®.

Ascolta attentamente il battito del tuo cuore, Ja- ne, lascia che il ritmo ti entri dentro fino a farti di- menticare ogni tua preoccupazione. Solo se sarai pronta ad accettare il fatto di avere un problema, risolverai i tuoi dissidi interiori e ti libererai della collera che condiziona ogni giorno la tua esistenza.
Voler guarire è il primo passo verso la guarigio- ne..
Il battito costante del tuo cuore è il ritmo che se- guirai da oggi in poi.
Il ritmo della natura.
Il ritmo naturale delle cose. Sarai una persona nuova. Sarai una persona diversa.
E mai più tornerai a essere ciò che eri.
Respira: quella rabbia non ti porterà nulla di
buono.
Rilassati: sei libera adesso, Jane.

 

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Capitolo finale
Il dottor Kensington venne pian piano dimentica- to, così come il suo programma EIR. Mark Taddeus, del settimanale Metheors, lo cercò dopo 10 anni conducendo una ricerca approfondita su di lui e la sua vita.
Scoprì cose sorprendenti.
Kensington era stato un tiratore scelto tra le fila
americane durante la liberazione dell’Europa dalle truppe naziste. In seguito si era arruolato nei Ran- gers ma dopo aver ucciso per sbaglio il suo compa- gno durante la messa in fuga di due ladruncoli era stato sospeso dall’incarico e si era laureato in me- dicina all’Università dell’Illinois.
Il caso del dottor Kensington venne riaperto e le copertine dei giornali tornarono a riempirsi della sua faccia rugosa facendo la fortuna del giovane Taddeus, che raggiunse la casa dello studioso per un’intervista che lo stesso Kensington aveva richie- sto per rispondere alle accuse mosse contro di lui.
Alla domanda: “L’EIR è stata concepita per e- sorcizzare l’assassino che c’è in lei?”, il dottor Ken- sington estrasse una pistola, la puntò verso il ragaz- zo e sparò.

 

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Poi prese una salviettina imbevuta e ripulì il ra-
gazzo.
Il rosso non venne via con una sola passata. Questa volta non erano piombini colorati.
Al Montreal Restaurant non c’è nessun altro oltre
Jane, che ha appena consumato da sola una cena per undici persone.
“Il conto, signorina”.
Il cameriere ha un programma installato da qual-
che parte in quel cranio deforme e rasato che gli fa ripetere frasi e gesti come fosse un robot.
Chinati, servi, usa un vocabolario ristretto e mo- stra quei denti bianchicci.
Sorridi.
Che misera vita che fa, che occhiaie da killer su
un viso da cerbiatto.
Jane tira fuori il portafogli, poi mostra la carta sbagliata e si dà una botta in testa.
“Troppo vino” dice, “o troppo poco.”
Poi prende l’American Express, ma il cameriere
smette per un attimo di essere un manichino.
Stringe tra le mani la carta dei tesserati Mental Fitness® che Jane aveva precedentemente mostrato per sbaglio e le rivolge la parola come fa un essere umano.
“Sei anche tu dell’EIR?”
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Jane non dice una parola, si pulisce il muso con
un tovagliolo ed è pronta a sparare al primo accenno di contrarietà.
Ma quello non arriva, anzi, lo sbaglio le regala una vincita al lotto: “Se è così non sei tenuta a paga- re. Il proprietario è un socio sostenitore”.
Il cameriere sembra per un attimo uscito dai suoi panni, tira su col naso e si china verso Jane accarez- zandole una delle gambe accavallate e infilandole una busta nella sottile fessura tra le cosce.
“È un nostro Touch and Splat, il primo del pros-
simo mese. Ci sarai?”
“Contaci” risponde Jane, che lo afferra per le na-
rici e lo tira indietro:
“E visto che sei qui e in questo locale non c’è un
cane, metti su questo cd, cameriere.”

Where do we go, where do we go now, where do
we go. Sweet child o’ mine!

 

 

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