Destablishment (Racconto, Aprile 2009)

On 16/12/2021 by alecascio
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L’agente usò un modo creativo per portarlo in centrale.
Chiese una corsa fino al numero 15 della 5Th Avenue e dopo averlo pagato lo ammanettò.
“E’ la prima volta che pago qualcuno per arrestarlo.”
“Suppongo che nessuno l’abbia mai accompagnata in centrale per poi farsi arrestare”.
“Già, sei l’uomo delle prime volte”.
Nella grande stanza in cui era stato condotto c’erano tanti di quei libri che chiunque volesse la sua testa doveva avere almeno tre lauree. C’erano anche una dozzina di bandiere americane che stonavano con i colori meravigliosamente spenti delle antiche rilegature e una piacevole puzza di sigaro.
L’agente lo perquisì e poi gli tolse le manette perché piccolo com’era, non poteva far male a nessuno. Il capitano, seppur anziano, era comunque un ex marine e i suoi polsi erano grossi quanto il collo del cinese.
“Destablishment” disse il capitano.
“Lao, quello è solo un nomignolo che uso sul web”
“Allora Lao, cosa ti piace di questo paese”.
“Il cibo, dottore”
“Ti piacciono gli hot dog?”
“No, mi piace poter mangiare almeno due volte al giorno, mi piace non patire la fame”.
L’agente si spostò in fondo alla stanza e assunse un portamento assente, indossò gli occhiali e si tramutò in una statua.
“Allora perché questo astio nei confronti di una nazione che le dà da mangiare”.
“L’astio non è un reato”.
“Solo se non vieni da un paese comunista. Hai imparato la lingua ma hai scordato di studiare la storia”.
Lao non riusciva a trovare una posizione comoda in quella sedia in legno. Una bella sedia, antica come antiche erano le librerie, i libri, la scrivania e il dottore.
“Passo continuamente dal sedile del mio taxi alla poltrona, il mio culo non è più adatto alle sedie”.
Il capitano Philips mantenne il decoro, lo guardò dimenarsi e poi disse:
“Non hai ancora risposto alla mia domanda”.
“Io penso, scrivo, scrivo, penso, ma non faccio altro, dottore, solo questo, non faccio del male a nessuno. Anche lei odierà una nazione, una pietanza, un indumento”.
“Certamente, odio il Vietnam, gli spaghetti e i cappelli, ma non vivo in Vietnam, non mangio spaghetti e come vede, non c’è alcuno schifoso cappello sulla mia testa.”
Lao non era certo che il virus avesse colpito anche il dottore, perché la sua ironia non era tipica degl’inanimati. L’epidemia che aveva lentamente sottratto l’anima agli americani era facilmente riconoscibile, almeno per lui: mancanza di empatia e tolleranza, bisogno incontrollabile di spendere denaro, incomprensibile piacere per le disgrazie altrui e quando la malattia arrivava allo stadio terminale, succedeva quel che era successo in quell’ultimo mese.
“I suicidi”
“Troppi, non crede?”
“Dieci volte quelli dell’anno passato, direi abbastanza per cominciare a indagare sulle sue congetture”.
“Se le consideraste congetture non sarei qui” disse Lao.
Lao era un uomo comune all’apparenza, ma per il web era una vera e propria star, le sue idee sul virus erano state condivise da milioni di persone che avevano pensato che quel “Destablishment” doveva sapere qualcosa che loro non sapevano ancora.
“E invece suppongo che lei non abbia alcuna idea di cosa sia un ipotalamo e abbia inventato per intero quella storia della guerra battereologica”.
“E lei invece non sa nulla dell’encefalite equina e degli esperimenti di Gansu, dottore”.
Il capitano si spazientì, si sporse in avanti e lo afferrò per il bavero. Tossì e prontamente Lao si tappò il naso e mise una mano sulla bocca.
“Senti, piccolo comunista saccente, voglio solo che smetti di spargere certe notizie e di terrorizzare la mia gente, altrimenti…”
Passarono almeno dieci secondi di silenzio, il sergente sembrava aver perso le parole, il suo sguardo s’era di colpo arrestato, perfino l’agente in fondo sembrò dare un leggero segno di vita preoccupato per quell’insolito vuoto.
“Siete così fottutamente occidentali che non credete possa succedere proprio a voi” disse Lao liberandosi dalla stretta del capitano, “eppure voi per primi dovreste sapere come si fa, voi che avete bombardato nazioni per denaro destabilizzando le loro economie, che avete impoverito milioni di persone per poter usufruire delle loro risorse, armato eserciti di ribelli per accaparrarvi i loro diamanti e il loro petrolio, li avete sfruttati e umiliati per secoli, ma quando vi viene chiesto di mettervi nei loro panni, voi proprio non ci riuscite, perchè non siete africani, non siete orientali, siete il grande popolo occidentale e quanto è vero Dio, nessuno mai vi farebbe questo, nessuno.”
Poi si alzò, si scrollò di dosso il dolore al posteriore causato dalla sua scomoda sedia e sembrò tramutarsi finalmente in Destablishment, come probabilmente desiderava il capitano Philips fin dall’inizio.
“Nulla di quel che avete è davvero vostro” disse, “e lo sapete bene, eppure non credete che al di la dei vostri confini qualcuno possa aver pensato: ‘Uccidiamoli una volta per tutte questi spocchiosi stronzi’.
La considerate mera fantapolitica, ma quando, con scuse ridicole avete gettato tonnellate di esplosivo sulle teste dei civili iracheni o fatto crollare un intero impero sovietico, nessuno di quelli ha pensato un solo istante che fosse assurdo, ridicolo, un’invenzione di un mitomane.
I diamanti della Sierra Leone sono ancora incastonati nelle corone dei vostri vescovi, il coltan dei vostri cellulari è sporco delle mani posticce dei bambini congolesi, la vostra energia la create col sangue del popolo iracheno, le vostre cianfrusaglie sono bagnate del sudore del popolo cinese, tailandese, vietnamita e ancora pensate che nessuno, un giorno, possa aver pensato che non siete degni di stare al mondo, siete così fottutamente occidentali che non credete possa essere successo proprio a voi.”
Il sergente battè nervosamente le dita sulla scrivania.
“E facciamo bene a pensarlo?”
Lao scrollò le spalle, tornò se stesso. Cinquanta persone ogni ora, negli Stati Uniti, si toglievano la vita per motivi che nessuno conosceva.
“Voi non capite” disse Lao, “è proprio questo che mi fa rabbia, che non possa essere mai successo veramente, che sia solo un caso, che siate voi stessi la causa del vostro declino”.
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A.Cascio – Da: Destablishment, racconto lungo, 2009
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