L’illusorio mondo dei Picmen – di A.Cascio

On 09/03/2017 by alecascio
miracoli
Più sei bella, più il vero amore si confonderà tra la folla, sarà come cercare qualcuno a un ballo mascherato in cui tu sola hai il viso scoperto.
Fu l’ultima cosa che dissi a Giorgia prima di uscire dal locale. Amavo ritrarla con il viso buffo, le sue smorfie creavano contrasti di luce che rendevano il lavoro finito un misto di ombre e bianco panna che ne esaltavano l’immagine e la spensierata personalità. Quel giorno invece sue espressioni da modella di CK la rendevano sterile come la facciata di un condominio.
Passammo la festa della donna insieme, in un locale fuorimano e per questo ideale per un giorno speciale. Si vestì di rosso, si truccò con colori accesi e il suo portamento si era affinato tanto che la sua colonna vertebrale finemente inarcata e diritta la distaccava di qualche centimetro dallo schienale del sedile. Non si mise comoda neanche un attimo, anche se l’avevo vista mille volte in mutande mangiare popcorn e avevo gareggiato con lei nella più lunga e ardua gara di rutti che la storia ricordi.
Arrivati al Banana Chic controllò il suo viso allo specchio un paio di volte prima di scendere e correre verso il mucchio di amici che ci aspettavano all’ingresso.
Sorrise a tutti, anche a chi non conosceva, tirata e con due-tre facce standard che probabilmente avrebbe mantenuto fino a sera.
Rimasi in disparte, la lasciai parlare di cose da donne con le amiche e bevvi un paio di birre al bancone con Miguel.
“Non riesco a capire” dissi.
Miguel mi allungò la bottiglia che inavvertitamente avevo scostato e mi disse di non pensare a nulla e di divertirtmi.
“Da un giorno all’altro è totalmente cambiata. Fatica a lasciarsi andare, è sempre così attenta alla linea, ha comprato una bilancia, una di quelle diavolerie inventate dall’uomo per autocommiserarsi e per valutare in chili la propria libertà d’esistere”.
Miguel mi diede una botta sulla spalla, leggera, giusto perché non mi rompessi i denti davanti bevendo.
“Conosci Hack Suckemberg?”
“Mai sentito nominare e anche se lo conoscessi avrei scordato il suo nome dopo dieci secondi.”
“E’ un miliardiario con la fobia dei capezzoli che ha inventato questo sito, social media li chiamano, in cui tutti mettono le loro foto e le commentano, le votano, insomma, un depliant di fica virtuale da due miliardi di iscritti.”
Ordinò due birre e mi allungò il suo iphone.
“Ero sicuro che non lo conoscessi, fosse per te cacceremmo ancora il nostro cibo per i boschi” mi disse, “vestiti di stracci e a mani nude”.
“Sarebbe più dignitoso, non credi? O prede o predatori, giocheremmo ad armi pari con la natura e ci sentiremmo ancora grati per il pranzo”.
“Non volevo parlare di questo…” rispose e mi mise al corrente del mondo moderno.
Da quando Giorgia faceva parte di Picbook, aveva capito d’essere bella oltre la norma, aveva caricato qualcosa come duecento foto ed era divenuta una delle Picgirl con più “oh yeah” di tutto il web. Bastava cliccare su un omino blu con la lingua di fuori posto sotto la foto per esprimere la propria ammirazione per quella o quell’altra persona. Lei ne aveva più di seicento a foto.
“E sai cosa vuol dire questo, amico mio?”
“Che la pagheranno un botto?”
“No, vuol dire che l’hai persa per sempre”.
Feci mezzo giro sullo sgabello e mi voltai verso Giorgia che in piedi di fronte a un mucchio di persone, intratteneva magistralmente con gesti eleganti e sorrisi.
“Noi di Picbook abbiamo un detto: se ha più di duecento Oh yeah, lasciala perdere, è inarrivabile. E’ come cercare di uscire con una valletta della Rai, devi averci i soldi per uscire con una di quelle o almeno seicento Oh yeah. Se poi ha una Fan Page, è praticamente una spanna sopra ogni essere umano che non sia un calciatore o un attore. Giorgia non ha ancora una Fan Page, ma ci arriverà molto presto, te lo garantisco”.
Miguel s’era quasi scordato di parlare di colei che almeno verbalmente era ancora la mia compagna e soprattutto una sua amica fin dal liceo. Di colpo aveva cominciato a parlarne con distacco, come se una sorta di alieno si fosse ficcato su per il culo di Giorgia fino al cervello prendendone il comando e di lei ne fosse rimasto solo il ricordo e le sembianze.
L’indomani scoprii Picbook, studiai ogni dettaglio e cominciai a mischiare le mie doti fisiche a quelle da disegnatore. Imparai ad usare Fotoshot, un programma, uno di quelli che avevo sempre considerato blasfemi per un vero artista e creai un’immagine di me che mi sovrastava ma mi rendeva imponente. Mi finsi artista, poeta, sportivo, ricco e immerso nel mio laboratorio mi curai poco del fatto che Giorgia non mi avesse più rivolto la parola come aveva predetto Miguel. Diventai un Picman, uno dei pochi, difficilmente riuscivo a superare i suoi Oh yeah per quella insana quanto illuminata tendenza che hanno le donne a considerare la bellezza secondaria, a far passare un bidet per una Jacuzi.
Divenni il Picman più seguito della mia città, il sedicesimo in tutta la regione, avevo una Fan Page con diecimila iscritti e cento finti profili Picbook per farmi i complimenti da solo parlando d’amore e sesso per portare il livello laddove le donne, benedette o maledette loro, non l’avrebbero mai portato nonostante ogni giorno ci mostrassero culi sodi e seni stretti tra i bicipiti, visi da lolite, espressioni sbarazzine, nudi artistici o eleganti capi aderenti ai corpi tonici o formosi.

Ci mostrano foto in posa allo specchio, nel bagno di una discoteca o nei salotti di casa e ci chiedono di stare calmi, di stare casti, di stare al nostro posto, di mantenere l’ordine, di mantenere il tono, il linguaggio, di osservarle come si osserva un Caravaggio, alla giusta distanza, con metodo critico, concentrandoci sui colori e sulla luminosità.
Dal canto nostro, inutili burattini di un universo superiore che volteggia in orbite continue nelle cavità remote dei bassifondi osceni del nostro corpo, vorremmo solo avere cent’anni di vita e una di loro, una al giorno in un immaginario mondo in Color Climax. Una per baciarla, una per confidarci, una per ubriacarci a tappo, una per piangerle a dosso, una per urlare con ferocia la nostra arcaica voracità nella stagione dell’amore, una per l’arcana voglia di sperimentare gradimenti inesplorati.
Depravati, irrispettosi, sconci, esagerati, ineducati, maschilisti, ci etichettano così noi cavernicoli unisex, ingabbiati perché in estinzione, ribadiamo dalle gabbie con morbidi Panda in groppa, raclamiamo gli ultimi istanti di libertà prima di sparire per sempre e lasciare spazio al tempo che verrà, in cui gli sguardi ossessionati dal sesso verranno evirati dalla responsabilità, dal buon senso, dall’educazione civica e la passione carnale sarà una fiction per chatline, piattaforme video con tre x in testa e desterà sgomento nei capezzoli carnosi di giapponesi seminude ancora sui banchi di scuola a trent’anni per puro piacere estetico.
“Ti seguo sempre su Picbook” mi disse Giorgia. Non ci incontrammo per caso, eravamo pur sempre legati agli stessi amici da un filo sottile di conoscenze laterali.
“Io invece è da tanto che non ti vedo più” mentii, “che fine hai fatto?”
Piegato sul finestrino della sua auto le chiesi di scendere, ma lei si rifiutò.
“Sembro una prostituta che sta contrattando una serata con un pervertito, non ci sarebbe niente di anomalo se io fossi il pervertito e tu la …”
Mi accorsi che la battuta non sarebbe stata di suo gradimento e mi fermai in tempo.
Aprì la portiera.
“Ecco” disse e tornò quel suo viso bambino, timido, quegli occhi belli, grandi e lucidi.
“Non so come sia potuto succedere” pianse, “ce la metto tutta ma credo sia una questione ormonale, ho eliminato il glutine, gli zuccheri, mangio solo frutta aspra che sa di acido eppure eccomi qui”.
Giorgia. I suoi fianchi erano di un paio di centimetri più larghi delle sue spalle, il seno le era caduto un po’ e con il broncio il volume del suo viso quasi raddoppiava.
Non saprei descrivere quanto fosse bella, per mostrarvelo avrei dovuto disegnarla.
Si asciugò le lacrime e le diedi un fazzoletto per soffiarsi il naso. Lo fece senza impegnarsi ad apparire raffinata.
“Cosa fai più tardi?” chiese, “ti va di vedere una serie assieme a casa mia?”
Mi raggiunse Serena proprio quando stavo per balbettare.
“Andiamo?” urlò con quella sua voce dal forte accento milanese nonostante fosse nata a Salerno.
“E’ Serena Evans? La valletta di Chiediparola?”
“Sì, sai, è lei che mi ha aiutato con la palestra e tutto quanto, mi conosci, a me piace mangiare ma con l’impegno sono riuscito a …”
La misi a disagio, si toccò le gambe, poi le braccia, l’alieno aveva provocato in lei tanti di quei danni prima di lasciarla libera che dubitai dell’intelligenza superiore e sperai che l’Area 51 fosse una sorta di Guantanamo per extraterrestri.
“Allora ciao” le dissi e per tutto il tragitto verso l’Orange Fashion ripetei a mente le parole che avrei detto a Serena per scrollarmela di dosso e tornare seduto sul mio divano, con la mia formosa e rilassata donna a guardare una di quelle serie Tv che non hanno mai un finale decente mangiando quel che cazzo mi piaceva per tutto il resto della mia vita.
A.C.

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