I signori delle tenebre: la vera storia del diavolo

On 26/05/2021 by alecascio

Avevamo sorvolato quel luogo per millenni e mai nulla ci aveva stupito tanto da convincerci a soffermarci anche solo per curiosità. I reietti avevano costruito i loro covi negli angoli più bui dell’universo per nascondersi ai nostri occhi. La terra era troppo luminosa per proteggerli.
L’ultima battaglia che avevamo combattuto nella costellazione di Andromeda mi aveva sfiancato a tal punto da lasciare che inconsapevolmente i colori vivaci di un’enorme distesa di papaveri in cima a una collina mi seducessero. Per un istante continuai a battere le ali sospeso nella zona meno rarefatta dell’atmosfera terrestre mentre i miei soldati, in cerchio sopra la mia testa, mi esortavano a venir via.
“Capitano” mi richiamò con tono rispettoso Michele, il più valoroso del mio esercito: “C’è qualcosa che non va?”
Nei pressi della stella di Sirrah, una manciata di noi spargeva piume annerite dalle polveri celesti e mozzavano coi propri fendenti ogni chiridio a portata di spada per lasciare che i reietti precipitassero nel vuoto e che un pianeta scarno di vita arrestasse la loro caduta esiliandoli per sempre.
Akaiah si trovava nel gruppo di fuggitivi diretto verso le porte di Perseo e quando la raggiunsi afferrandola per un piede non si oppose, mi conosceva abbastanza da sapere che nulla poteva sconfiggermi eccetto il mio Creatore.
“Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il tuo turno” le dissi, “non sarò fiero di me, ma devo farlo”.
Quando si voltò, non vidi alcuna paura nel suo sguardo, lo avevo sperato, avevo sognato di rivederla l’ultima volta intrisa di splendore proprio come quando assieme mettevamo alla prova le nostre doti militari vestiti solo della nostra luce.
La sua luce adesso era scomparsa, il suo viso era macchiato dal peccato e nell’odio e nella rabbia ogni candore svanisce.
“Non ho timore di morire per ciò in cui credo, Lucifero, è meno indecente di vivere per sempre nell’iniquità”.
“Sei tu la reietta Akaiah” le sussurrai con fermezza.
Colpì il mio braccio con la consapevolezza di uno schiavo che si oppone al padrone, cosciente della punizione che verrà.
“Non siamo reietti” urlò, “siamo noi ad aver rinnegato Lui, smettete di chiamarci in quel modo”.
Le tranciai l’ala destra di netto con un colpo secco guardandola negli occhi, mi chiese di finirla ma non era quello il mio compito, anche se avrei volentieri posto fine alle sue sofferenze.
Il suo corpo nudo si strinse a me avvolgendomi con braccia e gambe come in un gesto d’amore.
“Promettimi” disse, “che costaterai tu stesso quanto gli uomini sono in realtà schiavi del tuo padrone, promettimi che almeno tenterai di capire le mie ragioni”.
Era l’angelo più bello mai creato, le sfiorai la schiena e mi lasciai per un attimo trasportare dalla misericordia. L’abbandonai al suo destino senza dirle di sì, la guardai precipitare per una manciata di minuti e poi tornai a completare il lavoro unendomi al mio esercito fino a che ogni reietto non fosse abbattuto.

Mi soffermai sulla cima arrotondata di una collina fiorita. Era incredibile quanto quel luogo fosse simile ai giardini dell’Eden.  Una bestia, poco lontana, emetteva suoni simili a un canto, un piacevole suono che diffondeva armonia. Scavava, credo. Mi avvicinai incuriosito, ma rimasi comunque a breve distanza. Aveva braccia e gambe, una testa e un busto simile a quello di noi angeli, anche se era visibilmente più esile e minuto del più debole tra i serafini.
Non avevo mai visto un essere umano così da vicino, Akaiah invece, lei sì e me ne parlava con amore ogni volta.
“Cosa cerchi?” chiesi.
“Radici” rispose, “per farne il brodo”.
Non sempre le mie ali rispondevano ai miei comandi, si spalancarono di colpo e l’ombra oscurò completamente la visuale della bestia che si voltò.
Non fuggì come mi aspettavo che facesse, ma rimase attonita prima, poi mi regalò un sorriso così bello che ancora richiamo alla mente per ricordarmi per cosa combatto.
“Sei una femmina, non è così? Non ne avevo mai vista una della tua razza, posso toccarti?” dissi e avvicinai la mia mano alla sua mantenendola leggera per via della fragilità delle sue piccole ossa.
Avevano muscoli e nervi, ma mentre le mie gambe erano possenti, striate da nervature e vene e sparse di solchi che distinguevano le masse, loro erano morbidi, quasi friabili.
Non la vidi come una debolezza, non allora, mi piacque e mi lasciai trasportare dalla sensazione di benessere che dava al tatto la sua pelle.
Conosceva perfettamente le leggi di Dio, per questo, quando portò una mano al sesso spingendo con forza quasi a voler scacciar via l’eccitazione, la circondai con le mie ali per lasciarle l’intimità che desiderava e la spinsi a procurarsi il piacere di cui aveva bisogno. Guardai il suo corpo denudarsi poco a poco e lo apprezzai. I lunghi capelli neri le caddero tra i seni e cominciò ad emettere gemiti simili a quel canto che poco prima aveva attirato la mia attenzione. Volli farle un regalo per il nostro primo incontro, così emanai un quinto della mia luce per riscaldarla e quando urlò all’avvenuto orgasmo, si lasciò cadere di schiena e così rimase, a occhi spalancati e con un’espressione colma di appagamento. Aveva cessato di respirare, il cuore le era scoppiato in petto e anche se la sua bocca si era di colpo riempita di sangue, mantenne in morte la sua bellezza.
La presi tra le braccia deciso a riportarla ai suoi cari per festeggiare con loro l’arrivo di una nuova anima giovane tra i cieli.
Camminai come non avevo mai fatto per non lasciarmi sfuggire un solo attimo di quel meraviglioso mondo che un tempo avevo disprezzato. Vidi gli animali, muti e guardinghi, sfuggire al mio richiamo spaventati e vidi gli alberi da frutto. Raccolsi una mela e la posi nel grembo senza vita della piccola donna, sicuro che sarebbe stato un regalo gradito per i suoi parenti al mio arrivo.
Dalla discesa ripida che di colpo interrompeva la scorrevole collina e dava su un piccolo burrone di una decina di metri, si poteva scorgere il villaggio degli uomini. Le capanne erano simili l’una all’altra, costruite con fango e legna in un girotondo di piccole tane fatiscenti. Vedevo la gente camminare e rammentai che per colpa loro Akaiah era morta. Li odiai per un attimo soltanto, giusto il tempo di ricordare le ultime parole del mio angelo: “Promettimi che almeno tenterai di capire le mie ragioni”.
Non dissi di sì al tempo, ma sapeva che ogni sua richiesta sarebbe stata esaudita.
Quando colpivamo di spada per prepararci alle battaglie future, Akaiah era sempre un passo indietro a me, ma il suo coraggio e la sua determinazione mi costringevano a faticare più del dovuto per bloccare i suoi violenti colpi. Mi capitavano di rado quelle lunghe lotte, neanche Michele riusciva a spingersi così in là.
“Molli?” le domandavo ogni volta che la scaraventavo in terra.
Non rispondeva neanche, non avrebbe mollato fin quando non fossi riuscito a paralizzarla del tutto. Con un fendente mi sfiorò lo stomaco, le fermai il braccio e con una presa le poggiai la spada sulla carotide.
“A volte per non perdere bisogna mollare, Akaiah”.
“Non perdere non vuol dire vincere”.
“Se tu fossi un reietto, ti avrei ucciso una dozzina di volte”.
“E ne saresti fiero?” mi chiese.
La prima volta che dubitai di lei fu quella, mai prima d’allora avrei potuto immaginare che in lei risiedesse lo spirito della ribellione.
“Sono nemici di nostro Padre e quindi anche nemici nostri”.
La voltai e la guardai negli occhi.
“Perché questa domanda?” le chiesi.
“Nulla” rispose, “è che non abbiamo mai sentito nessuna delle ragioni dei reietti”.
“Abbiamo sentito le ragioni del Padre, ci bastano”.
“Non hai mai dubitato di lui?”
L’afferrai per il collo e l’alzai da terra per mostrarle un milionesimo della potenza di Dio e poi la posai nuovamente come si posa un sasso allontanandola da me con una spinta.
“La mia fede sarà eterna e anche la tua, Akaiah”.
Era un ordine, forse una richiesta, ma qualcosa in me mi dava il presentimento che non mi avrebbe mai ascoltato. Il libero arbitrio era diritto di ognuno, ma avrei volentieri tolto almeno a lei ogni scelta se ne avessi avuto il potere. Riprese a combattere e quella volta fu lei a vincere atterrandomi con un colpo secco al viso e puntandomi al petto la punta aguzza della sua spada.
“Basta distrarti per metterti fuori gioco, Lucifero. Nostro Padre non ti ha creato così forte perché ti lasciassi sconfiggere dalle parole”.
Finse di fingere e lo fece bene. Osservai il suo venerabile corpo risplendente di sudore e i suoi capelli bianchi lucenti raccolti in una treccia che le scendeva fino al monte di venere. Non mi ero preparato alle parole quanto alla guerra, non avevo mai pensato di dover fronteggiare chi mi potesse colpire al cuore.
Giunti al villaggio, domandai a un cucciolo di uomo se conoscesse la donna che avevo tra le mani.
“Dorme?” mi chiese mentre calciava dei sassi senza un motivo evidente.
“Sì, dorme” risposi.
Mi guardò come si guarda un estraneo, ma la sua conoscenza con la giovane lo spinse a fidarsi di me. Mi prese per mano e cercò di trascinarmi nonostante fosse palese che neanche cento di loro sarebbero riusciti a smuovermi di un passo. Gli lasciai credere di essere abbastanza potente da poterlo fare e lui, sorridente, mi scortò per la stradina che imboccava verso casa sua.
“Mia madre non l’ha mandata in collina per dormire, si arrabbierà molto” mi disse: “Ha preso le radici prima di addormentarsi? Mia madre si arrabbierà molto, si arrabbierà” ripeté quasi spaventato che qualcuno potesse prendersela anche con lui.
Mi fermai e il piccolo fece un balzo indietro. Affondai il mio braccio con forza nella terra creando una stretta voragine. Tirai fuori dal fondo un mucchio di radici commestibili e le mostrai al piccolo: “Queste basteranno a non farla arrabbiare?”
Sorrise e mi chiese di farlo di nuovo. Lo accontentai. Si sporse su uno dei buchi e sembrò eccitato all’idea che fosse abbastanza profondo da poterlo inghiottire per sempre.
Si arrampicò su di me e mi disse: “Di là, gigante, di là” e mi navigò come un battello verso la riva.
Arrivati a destinazione, scalò il mio corpo dalla testa alle ginocchia come fossi di roccia infilando le punte dei suoi piedi tra gl’incavi del mio addome. Prese le radici, mostrò cinque dita e mi disse di aspettare che avvertisse la madre del mio arrivo. Preparai la mela lucidandola sul mio petto e al fischio del piccolo entrai e poggiai i resti ancora caldi della figlia sul ciglio del letto della donna. Sembrava come corrosa dal vento, il suo viso e il suo corpo erano cadenti come quelli di alcuni dei più malconci reietti del cielo.
“E’ morta colma d’amore” le dissi, ma non mi rispose. Le diedi la mela che allontanò senza rispetto facendola rotolare fino ai piedi del piccolo che la raccolse e la posò sopra una tavola di legno retta da quattro tronchi poco robusti. Il grido della donna decaduta allertò le mie ali che si chiusero quasi a nascondersi. Mi riportò alla mente cattive sensazioni che attraversarono la mia pelle donandomi un brivido profondo e insopportabile.
“Perché Dio ha scelto proprio lei?” mi chiese come se essere scelti dal Padre fosse una condanna e non un privilegio. Non rimase scossa alla mia vista, come se avesse perso l’ardore oltre che la bellezza. Doveva aver visto altri angeli prima di me ma io non sapevo come ciò fosse possibile.
Poi ancora una volta quel grido, le ali questa volta si spalancarono tanto da trascinarmi indietro. Ebbi paura e fuggii. Come aveva ragione, Akaiah: mi ero preparato tanto alla spada da essere soggiogato da suoni e parole come una bestia qualunque.
“Perché quell’essere è ridotto così?” chiesi al piccolo: “ll suo volto sfigurato, il suo corpo in cancrena, cosa le è successo?”
“E’ vecchia” rispose lui, “a noi esseri umani capita. Io sono un bambino, mia sorella è una ragazza, poi ci sono gli uomini e le donne e poi ci sono loro, i vecchi, che stanno morendo”.
Trovai così assurdo che quegli innocui esseri dovessero marcire così nel loro paradiso, ma non me ne preoccupai, mi chiesi invece come mai il piccolo e la madre trovassero così familiare il mio aspetto.
“Un altro angelo come te è arrivato qualche luna fa, era una donna e noi l’abbiamo curata”.
“Ed è per questo che Dio ci ha punito” urlò la madre sull’uscio scacciandomi con un bastone come fossi un corvaccio, “si è vendicato di noi”.
Non adoratori ma timorosi, non figli ma schiavi soggiogati.
Ricurvi, sfaldabili come argilla, vagavano per il villaggio e per le terre circostanti in cerca dei frutti della terra, soggetti agli attacchi dei felini e dei cani di bosco, armati solo di legni e nient’altro.
Camminai col piccolo in spalla e nessuno di loro si avvicinò per venerarmi, nessuno si lasciò trasportare come aveva fatto quella giovane donna che scoprii essere l’unica, assieme al bambino che mi guidava, ad avere un’anima degna di quel nome.
Il dolore e lo strazio, lo sgomento e tutte le emozioni peggiori che fino ad allora avevo visto solo negli occhi dei reietti le avevo trovate lì, in terra, concentrate in un piccolo spazio. Chissà quanto altra sofferenza albergava nelle anime evanescenti di quelle povere bestie, quanto ce n’era ancora, altrove …
Decisi di sedermi nello spiazzo che avevano lasciato per barattare cibo con altro cibo, chinai la testa e mi feci luce, ne emanai tanta da ripulirli dei loro tormenti e dal tramonto all’alba successiva li lasciai dormire vegliando su di loro perché non fossero prede facili per gli animali che circondavano il villaggio. Li accarezzai uno alla volta, le loro giovani donne erano belle com’è bella la delicatezza. Le amavo tutte per lo stesso motivo per il quale amavo Akaiah, perché non avrebbero potuto essere felici d’esistere senza la mia protezione.
Un uomo dormiva con le ginocchia al petto, rannicchiato su se stesso come a ripararsi dall’aria. Lo vidi debole e lo coprii con un’ala per dargli sicurezza. Quando lo feci sorrise nel sonno.
Un solo angelo del cielo mi ricordava quell’espressione. Il Metatron, l’angelo dalle ali nere, vagava per l’universo nascondendosi nell’ombra, impaurito perfino dal silenzio. Così possente ed enorme quando Dio s’impossessava di lui per comunicare con noi, così inutile e spaventato quando veniva lasciato solo, in attesa di un altro messaggio. Il Metatron era il corpo e la voce del Padre, ma senza di lui era un timido gigante senz’anima. Molte volte tentai di avvicinarlo, ma i miei compagni mi fermavano: “E’ l’angelo di Dio, solo a lui è dato modo di comunicare con quel mostro”.
Non avevo mai compreso il perché di una simile condanna, come non compresi il perché di un tale strazio in quello che da millenni mi era stato raccontato come un paradiso per gli uomini.

Quando arrivò il giorno, negli occhi degli esseri umani vidi una luce differente. Rinvigoriti da nuova energia, si avvicinarono a me e per la prima volta comunicai senza dover temere il loro timore.
Per giorni mangiai i loro frutti e bevvi il loro vino. Ridevano, piangevano, per loro non esisteva soltanto bene e male, ma altre mille sfumature che le rendevano le bestie più interessanti che avessi mai visto. Non dissero nulla riguardo all’angelo che era venuto prima di me, si limitarono a scuotere la testa come se non ne sapessero nulla. La vecchia forse sapeva di più, ma per rispetto non mi avvicinai a lei per qualche tempo, aspettando che trovasse da sola la forza di parlarmi.
Il capo del villaggio era una persona rigida e al contempo piacevole, la sua stazza era differente da quella dei suoi simili e forse per questo, per la sua forza, le bestie si fidavano di lui come i miei angeli di me.
Loro sarebbero scesi presto per riportarmi nei cieli, ma se le mie ali avevano bisogno di volare, ancora più forte era il desiderio dei miei piedi di calpestare quelle terre.
Con me accanto, gli esseri umani non temettero più gli attacchi dei felini, non avevano più alcun timore di Dio. Raccontai loro della sua magnificenza, del suo amore per noi tutti e del suo impegno costante nell’occuparsi del creato, da un piccolo ramoscello d’ulivo a me, che ero il suo figlio prediletto. Fecero un fuoco, la sera, e bruciarono carni di ogni tipo per festeggiare il Padre di noi tutti. Mi si accostò una donna quella notte, aveva gli occhi grandi che brillavano allo scoppiettio delle fiamme, una capigliatura differente, le dicevano che aveva in testa le onde del mare ed io non potei fare altro che annuire a quell’affermazione così creativa e veritiera. Non aveva un’imperfezione, i suoi lineamenti sembravano creati apposta per giocare col sole, le ombre le cambiavano il volto senza mai sfigurarlo: pensierosa, felice, passionale o ingenua che fosse, aveva il giusto chiaroscuro per ogni emozione. Le dissi che se avesse avuto le ali, si sarebbe confusa con gli angeli e forse, chissà, l’avrei portata con me.
A quel fantasticare, il capo del villaggio si avvicinò e disse alla ragazza di andare a dormire. Era tardi e l’indomani doveva alzarsi presto per raccogliere radici.
“Possiamo farlo assieme” dissi, “posso prenderne parecchie e in poco tempo e ne approfitterò per vedere il fiume. Di mari ne ho visti molti per i pianeti di Andromeda, ma mai ho potuto ammirare l’acqua mischiata alla terra, ne ho solo sentito parlare”.
Non fu uno sguardo docile quello del capo villaggio, la sua severità si manteneva sul filo dell’educazione, così non mi opposi, lasciai che decidesse la donna l’indomani. La salutai chiamandola Sole, lei rise e andò via.
Il piccolo capitano della mia schiena si arrampicò su di me ancora una volta falciandomi un paio di piume dalle ali.
“E’ la figlia del capo” sussurrò, “hai scelto quella sbagliata”.
“Dì un po’, hai intenzione di cavalcarmi per tutto il tempo che passerò con voi?”
“Sei un gigante, come potrei arrivare al tuo orecchio se no”.
In realtà il bambino si divertiva parecchio a guardare il mondo dalla mia altezza e sì, io mi divertivo con lui come non facevo da … chissà quanto era passato.

L’indomani, Sole uscì dalla porta e si strofinò gli occhi.
“Credevo fosse ancora notte” mi disse.
Le mie ali aperte avevano inombrato la sua capanna per intero: “Ho vegliato su di te fino ad ora”.
“Ho un angelo tutto mio adesso?”
Non replicai, ma credo sapesse già la risposta. La presi per mano e la strinsi tra le braccia, poi mi alzai in volo sotto gli sguardi di chi ancora non mi aveva visto distaccarmi da terra. Il piccolo di uomo gridava “anch’io” e tutte le donne sorridenti salutavano come se avessi regalato loro un breve assaggio di cielo.
“Non temere” dissi a Sole che guardava in basso spaventata, “nessuno cade dalle mani degli angeli”.
Si fidò e m’indicò il fiume, sostai un attimo in aria per ammirarne la bellezza. Scorreva come se una forza lo spingesse, ma di quella forza non ce n’era traccia. La vegetazione attorno ne accentuava la grandiosità, era pieno di pesci, di vita. Quando atterrai decisi che per conoscere un essere umano avrei dovuto baciarlo e lei acconsentì a conoscermi e a lasciarsi conoscere. Non ebbi bisogno di alcuna luce per donarle eccitazione, il mio corpo le bastava, le mie labbra le bastavano, il senso di sicurezza che le davo andava oltre tutto ciò che aveva ricevuto dai suoi simili nella sua breve vita. Scorretti la lingua sulla sua pelle lattea, sentivo l’intensità dei suoi brividi e l’amore che si discioglieva poco a poco tra le sue saporite gambe. Mio Padre, che aveva donato all’uomo la facoltà di godere identica a quella dei suoi angeli, era stato clemente con lei ed io stavo facendo il volere di Dio. La penetrai e facemmo di due corpi uno soltanto, si strizzò i seni per aumentare il godimento, si toccò tra le gambe per provare altro piacere. Le avrei volentieri regalato altra luce, ma non si può amare totalmente un angelo senza che ti scoppi il cuore e lei non sarebbe morta né tra le mie braccia né tra quelle di nessun altro. Si morse il labbro e mi chiese di farla eccitare ancora, si divincolò frettolosamente dalla mia presa scivolando tra le mie cosce, prese in bocca il mio sesso e ne ingoiò il succo fino a cospargersi il viso del seme dell’onnipotenza.
“Non avete motivo di temere Dio” le dissi, “esso ha creato tutto l’amore che gli era possibile per rendervi felici”.
“Tu” disse, “tu ci hai resi felici, Lucifero, non Dio. Sei tu che adoriamo, non lui”.
Giunsi le mani in segno di perdono, poi la guardai addormentarsi e tornai ad ammirare il fiume perché quello era l’unico luogo nell’universo in cui ce n’era uno.

“Saul” dissi, “mi hanno comunicato il tuo desiderio di conferire con me”
Il capo villaggio non aveva mai perso la pazienza, ma quando scaraventò la sua ciotola piena in terra capii che c’era ancora qualcosa che temeva tanto da togliergli la tranquillità sia in notte che in giorno. Mi avvicinai a lui, presi un’altra ciotola e la riempii di vino.
“Bevi, Saul, e raccontami cosa ti turba tanto”.
“Cattivi presagi” rispose, “da due giorni nel cielo non ci sono stelle e le radici e i frutti scarseggiano. Siamo costretti a spostarci ogni giorno mille passi in più per raccogliere il cibo esponendoci alle bestie carnivore. Lucifero, credo che Dio voglia punirci per qualcosa che non ricordiamo di aver fatto”.
“Se non te ne sei reso conto, Saul, vuol dire che non è peccato” dissi cercando di calmarlo.
“Tu lo conosci, chiedigli cibo e acqua in quantità, chiedigli più erbe medicinali, che siano curative per tutti i mali”.
Chinai il capo a quella richiesta, non potevo esaudirla perché non c’entravo, io, con le leggi del creato, quelle erano competenze del Signore. Saul se ne accorse e mi spinse il mento in su guardandomi negli occhi.
“Mia figlia è umana anche lei, so quanto la ami, non vuoi salvarla?”
“Più di ogni altra cosa” risposi.
Tornò a sedersi sul suo trono, composto e austero, guardò la luce fioca fuori dalla finestra e pensò.
“Quindi andrai via, lascerai noi e mia figlia in balia delle bestie e della fame, delle malattie e della morte”.
“Sì, Saul, tre giorni da adesso i miei angeli torneranno a prendermi. Tornerò a casa”.
La capanna del capo villaggio non era poi tanto differente dalle altre, era solo più grande e piena dei doni che la gente portava di ritorno da un raccolto e che puntualmente lui restituiva a chi ne aveva bisogno. L’unica differenza tra il capo e gli altri esseri umani stava nella quantità di preoccupazioni.
Gli diedi le spalle e attraversai il villaggio guardando occhi negli occhi ogni passante che sorridente mi salutava con rispetto. Il cucciolo di uomo mi venne in contro, aveva le lacrime agli occhi, il volto sudato e in mano un frutto a me sconosciuto che mordeva nervosamente.
“Così te ne vai” disse tremante.
Mi chinai su di lui e lo avvolsi con le mie ali.
“Nessuno va via per sempre, veglierò su di voi ogni giorno più di chiunque altro”.
“Perché” domandò, “chi altro ha mai vegliato su di noi oltre te? Sei il solo che si sia interessato a noi, nessuno, neanche tuo Padre si è mai degnato di visitarci”.
“E anche tuo Padre” dissi.
“No” urlò, “il mio non lo è affatto, sei tu mio padre, tu e basta”.
Fuggì via da uno spiraglio trovato tra le piume, si nascose dietro Sole che gli disse di tornare a casa, che ci avrebbe pensato lei. Lo rassicurò: “Andrà tutto bene, non piangere”.
Poi si rivolse a me celando tra le onde dei suoi capelli uno sguardo triste.
“E’ solo un bambino, non farci caso”.
“Era nascosto nella capanna di Saul” le risposi, “se solo lo avessi saputo …”
Poi si avvicinò, mi prese per mano e con me continuò la camminata senza dire altro. Quando ci fermammo, alla foce del fiume, avevamo camminato tanto che le tremavano le gambe. Portò il palmo della mia mano al suo grembo e sentii la vita embrionale pulsarmi nelle dita.
“Non ci sono più stelle nel cielo” disse, “guarda”.
Le nuvole si erano sfaldate creando come una fumata rarefatta a perdita d’occhio che offuscava il firmamento.
“E se Saul avesse ragione? Se la vendetta di tuo Padre arriverà al villaggio? Cosa ne sarà di noi?”
Le mie ali cominciarono a battere impetuosamente portando i miei piedi all’altezza della sua testa e costringendo Sole a indietreggiare per paura di essere spazzata via dal vortice che esse avevano creato.
“Smettete” urlai, “smettete di additarlo come un despota. E’ lui che vi ha creato, lui che vi ha dato ciò che possedete. Non hai gioito d’amore con me in questo stesso punto, forse? Chi credi ti abbia dato la facoltà di farlo”.
“Lucifero” mi chiamò per riportarmi alla ragione, “è per questo che ti chiedo di dirmi se quell’amore fosse clandestino e deplorato. Perché il bambino nasca abbiamo bisogno della sua approvazione”.
“Non c’è vita” risposi, “che Dio disapprovi, se non quella dei reietti e voi siete le bestie che più ha a cuore, ne sono certo, altrimenti non vi avrebbe fatto dono delle vostre meraviglie”.
Un tuono fragoroso proveniente da lontano fece tremare i rami degli alberi e uno stormo di uccelli a riposo, spaventati da tanto rumore, volarono via in massa verso Ovest, andando così in alto che per giorni, certamente, non sarebbero tornati.
Mi recai in volo alla capanna di Saul e gli dissi di ascoltarmi e di non interrompermi.
“I miei angeli sono gli esseri più forti che Dio abbia mai creato, Saul, le vostre donne sono in grado di partorire i loro figli. Ti chiedo umilmente di donarcele e in cambio avrete una stirpe robusta, una dinastia capace di resistere alle più violente intemperie del mondo. Vi insegneremo l’arte della battaglia, imparerete a far crescere da soli il vostro cibo, vi darò in dono i segreti del cielo e raccoglierò per voi le rocce per estrarne il ferro e lavorarlo. Avrete armi degne di questo nome e sarete al sicuro anche in mia assenza. Dammi la tua approvazione, Saul e vi garantisco che i vostri timori svaniranno”.
“Non so, Lucifero” rispose Saul, “non dicono forse gli antichi manoscritti che cielo e terra non dovranno mai incontrarsi?”
“Sono umani pensieri, Saul, solo umani pensieri. Cielo e terra vivono in simbiosi, l’uno per servire l’altra”.
Chinò il capo, ci mise un po’ a rispondere ma alla fine prese la sua scelta: “E così sia, Lucifero. E così sia”.

L’arrivo dei miei angeli fu accompagnato da uno spiraglio di luce che squarciò il cielo cupo e si ritrasse al loro passaggio. Razael, Hesediel, Kamael, Haniel e Binael si chinarono al mio cospetto e riferirono che altrove, nei cieli, una battaglia stava per cominciare e che era giunto il momento di andare.
Chiesi dei quattro angeli mancanti, ma non seppero darmi una valida risposta.
“Solo loro possono avvicinarsi al Metatron” disse Kamael, “le nostre strade si sono separate sei lune fa, quando furono richiamati al suo cospetto”.
“Hesediel, Haniel” dissi, “recatevi nelle montagne e portate qui più roccia ferrosa che trovate”.
Rimasero chini dopo aver costatato dal timbro della mia voce che gli ordini non erano ancora conclusi.
“Razael e Binael, voi raccogliete i semi dei più disparati frutti della terra e portateli a me”.
Si guardarono l’un l’altro, esitarono un attimo e quando urlai loro di muoversi, volarono via senza neanche un’obiezione. Se avessero parlato avrebbero comunque avuto da replicare, ne ero certo, ma quel giorno, solo quel giorno in tutto l’arco della nostra esistenza, non permisi loro di opporsi ai miei comandi e di discuterli.
I giorni passarono veloci, forgiammo per gli uomini lame affilate e loro, orgogliosi dei risultati ed esterrefatti, appresero in fretta e da soli riuscirono a sfruttare le braci per modellare gli utensili più svariati. Il cielo si era fatto più grigio, ma le prime gocce d’acqua, pesanti e imponenti, non fermarono lo scambio di conoscenze che li stava rendendo pian piano più consapevoli delle proprie potenzialità. Le donne avevano imparato a coltivare i loro giardini ed io, assieme a Kamael, avevo insegnato ai giovani più robusti a tirare di spada con astuzia.
Il piccolo uomo che a me si era legato, raccolse una sciabola alta un mio dito appena, l’avevo preparata per lui con amore e dedizione.
Cominciò a colpire con forza: non l’avessi conosciuto avrei pensato che quello fosse odio nei miei confronti.
“Vedi, Lucifero, neanche la pioggia può fermarmi. Portami con te a combattere i reietti”.
Bloccai la sua spada nel fango e lo avvicinai a me facendogli fare un balzo che lo mise in ginocchio.
“Sei già un mio guerriero, cucciolo d’uomo, ma ho bisogno che tu vegli su questa gente e su Sole mentre io sarò assente. Lo farai per me?” domandai.
Non so quale gocce sul suo viso fossero pioggia e quali lacrime. Imbronciò il naso, si alzò e drizzò la schiena.
“Sì, capo, puoi contare su di me. Allontanerò ogni bestia che oserà anche solo guardare il tuo Sole”.
“Allora io ti nomino mio cavaliere terrestre” gli dissi posandogli una mano in fronte e creando una luce innocua per lasciargli credere che gli stessi donando un qualche potere speciale.
Poi la pioggia si fece più fitta e Kamael mi richiamò a sé.
“Capo” disse, “il fiume è in piena e quella collina sta per franare. Ho un cattivo presagio”.
Non mi lasciai conquistare dalla sua negatività, sapevo che i miei angeli, una volta spiegato loro che avremmo avuto un enorme incontro amoroso alla sera, avrebbero abbandonato ogni viso lungo per gioire con me e le donne che il capo villaggio ci avrebbe offerto.
Nella capanna principale, le donne, denudate e cosparse di oli per rendere più lucente la loro pelle, sostavano su un letto di fiori privati dello stelo. Le osservammo una a una e i miei angeli ne scelsero tre a testa. Io mi sedetti a guardare, non partecipai per rispetto di Sole che con me volle assistere alla scena.
“Mio figlio nascerà su questa terra e sarà il più valoroso tra i veglianti” le dissi, “ma non potrebbe mai difendervi da solo, avrà bisogno di altri suoi simili così come io ho bisogno dei miei angeli.” Denudai anche lei, lasciai che prendesse parte all’eccitamento collettivo penetrandosi con le dita della mia mano che feci leggera per permetterle di esplorarsi alla vista dell’orgia cui le sue compagne si stavano apprestando. Tutte loro furono avvolte da un appagante senso di onnipotenza e andarono oltre al semplice accoppiamento richiesto. Nessuna aveva l’intenzione di attendere il proprio turno, piuttosto si unirono all’atto in altro modo, usando la lingua per dare piacere alle amiche o cugine o sorelle che in quel momento erano avvolte dai corpi scultorei dei loro amanti. A ogni gemito un tuono, ad ogni grido un lampo, non c’era armonia tra la bellezza che risplendeva nella capanna e l’umore del cielo, quel giorno.

“Un’arca” urlò Hesediel mentre assieme cercavamo di innalzare un muro di fango che potesse arginare l’impetuosità del fiume una volta tanto amato e adesso tanto odiato. Ordinai ad Haniel e Binael di radunare ogni anima del villaggio e di apprestarsi a costruire un battello enorme e capace di resistere alle intemperie. Sei giorni e sei notti, io ed Hesediel non ci movemmo un solo istante dalla barriera che avevamo eretto e mentre Kamael cercava di respingere le ondate con il suo furioso sbattere d’ali, stremato mi voltai e dissi a Saul di radunare il suo piccolo popolo e di mettersi in salvo perché noi non avremmo resistito ancora a lungo.
Lo fece e lentamente il villaggio si svuotò. La vecchia, madre del cucciolo d’uomo, si avvicinò a me finalmente, fiduciosa e spavalda, rischiando la vita per dirmi: “Akaiah, l’angelo che venne a trovarmi era debole e sanguinante e si chiamava Akaiah”.
Lo sospettavo, ma non ebbi tempo di pensare ad altro che al mio faticoso compito.
“Si metta in salvo” le urlai, “ma non fece in tempo a voltarsi che un’onda fuggì al mio controllo e la ricoprì. Non si spostò di un passo, aspettò che l’acqua la ricoprisse e prima di morire mi mostrò un sorriso. Mosse le labbra, sembrò ringraziarmi, ma non udii nulla se non lo schianto dell’onda sulle capanne.
Lasciai la mia postazione e volai verso il grande battello afferrando saldamente Sole per paura che l’imbarcazione non reggesse e mi portasse via il mio unico amore, il mio unico figlio.
“Non possiamo fare più nulla” disse Kamael che un attimo prima di venire inghiottito dal vortice di fango spalancò le ali e si fece luce svanendo nel firmamento che lì, da qualche parte oltre le nuvole, brillava ancora.
L’ultima cosa che ricordo di quel giorno è un fendente al costato, l’arma che mi aveva colpito era abbastanza potente da abbattermi e lasciare che Sole mi sfuggisse dalle mani.
Il Metatron, lontano dalla solita sottomissione che lo rendeva un mostro adunco e mansueto, era colmo dell’onnipotenza del Creatore.
“Padre” gli urlai furioso, “perché mi hai abbandonato?”
E persi i sensi annegando nel mare.
Raffaele mi afferrò per un braccio e mi portò nell’unica cima rimasta asciutta.
“Mi avete tradito, Raffaele” gli dissi con quel filo di voce che mi era rimasta.
“Non avremmo potuto fare altrimenti” rispose in lacrime, “abbiamo visto con gli occhi di Dio ciò che i tuoi atti d’amore porteranno all’umanità. Non erano ancora pronti, Lucifero e non lo saranno mai”.
Aprì le gambe e vidi che non possedeva più il più grande strumento di piacere che nostro Padre ci aveva donato. Per la sua fedeltà aveva pagato un caro prezzo.
“Non esistono più né maschi né femmine tra gli angeli” disse, “non avremo più gioie, non avremo più godimento. Solo servi senza possibilità d’amore. E’ il conto che abbiamo dovuto pagare”.
Non riuscii a spingerlo a rimanere, non dopo ciò che avevo visto. Era mia la colpa della sua interminabile tristezza ma nonostante tutto mi aveva salvato.
“Non mi vedrai più in veste di amico, Lucifero, mai più”.
E volò via nei cieli spargendo le sue piume sul letto delle acque increspate disseminate di corpi senza vita.

Vagai per secoli in cerca di Akaiah, nascondendo le mie ali all’umana vista e facendomi uomo. Riuscii nell’intento di rafforzare la specie e nei secoli che seguirono il grande diluvio, i veglianti, razza mista di angeli e discendenti di Saul e della sua gente, avevano ripopolato la terra, resi autonomi sì, ma ancora impauriti dalle stragi che il Creatore aveva commesso per punire i loro peccati. Come Raffaele aveva predetto, molti umani non sfruttarono i miei insegnamenti per migliorare la propria vita, ma si fecero guerra in sanguinose battaglie a cui assistetti impotente.
Correva il secolo nono dopo la nascita dell’ultimo mago cristiano che si era preso gioco dell’ignoranza degli uomini e aveva fondato un movimento che si espanse a perdita d’occhio in un vasto territorio, sottomettendo interi popoli a Dio o quel che lui osava definire Padre. Gli illogici culti che avevano creato scatenarono rivalità tra le diverse stirpi che con smania di potere e dominio, si gettarono alla conquista della terra e misero confini alle libertà innate in ogni figlio di Dio. Dopo la caduta dell’impero romano, i popoli dell’est fecero razzia di ciò che rimaneva di quella passata egemonia. Saccheggiarono Roma e misero a ferro e fuoco i punti strategici del commercio marittimo. Mi unii a un gruppo di guerrieri pisani che avevano visto le proprie mogli stuprate e i propri figli decapitati dall’assalto dell’esercito saraceno. Li aiutai a sconfiggere coloro che chiamavano infedeli, prima in Sicilia, poi in Sardegna e sulle coste di Bona, Al Mahdiya e Zawila. Alla loro vittoria non festeggiai, mi misi all’ombra della locanda e lasciai che bevessero anche a mio nome, ma senza alzare il bicchiere con loro per ringraziare. Ero nato per la guerra, l’avevo nell’anima, avrei fatto altrove e con chiunque altro ciò che avevo fatto per loro. Mi diedero un sacco di monete d’oro e mi chiesero di partecipare al banchetto in onore della nuova Cattedrale che stavano issando con una parte del bottino rubato ai saraceni.
“Ringrazieremo Dio per averci regalato la vittoria” disse uno di loro, piccolo e goffo ma con note abilità di costruzione.
“Busketo” lo chiamai, “avvicinati e brinda con me”.
Le mie ali si scavarono un varco tra i drappi che ero costretto a indossare per colpa del loro pudore, i miei occhi iniziarono a sanguinare e ogni vena del mio corpo pulsò d’odio verso i miei stessi figli che nell’arco dei secoli stentavo ormai a riconoscere. Lo afferrai per i capelli e lo scaraventai al tetto facendolo rimbalzare sul pavimento. Rimase stordito, lo pestai senza frantumarlo e urlai:
“Cosa vi fa credere che sia stato Dio a salvare le vostre misere vite? Lo avete visto combattere forse? Avete visto le sue mani brandire spade e falciare corpi come fossero rami secchi?”
Calò il silenzio, mantennero per me il rispetto che mi avevano concesso in guerra: “Timorosi e allo stesso tempo grati, schiavi riconoscenti, non avete idea del Paradiso a cui eravate destinati e di quanto sia vile il mondo che avete creato!”
Mi alzai in volo scoperchiando il tetto e mi recai alla necropoli longobarda oltre le mura altomedievali e con poderose manate spazzai via frammenti di marmo e bronzo scaraventandoli ovunque mi fosse possibile.
“Lucifero” sentii una voce femminile venire dal cielo prossimo, una spanna più in alto della mia testa.
Le mie unghia affilate scalarono la fiancata nord per raggiungere le cupola in costruzione.
“Non sei stato forse tu a donare a questa gente il libero arbitrio? Lasciali credere in ciò che hanno scelto.”
“La paura non dà scelta” risposi.
Akaiah risplendeva oscurando la Luna e la più luminosa tra le stelle.
“Ti ho cercato per millenni, Akaiah, sapevo che fossi atterrata qui da qualche parte”.
M’inginocchiai a lei e le chiesi perdono.
“Avrei dovuto combattere con te fin dal primo giorno e invece …”
Chinai la testa, la rialzai velocemente quando mi accorsi che il suo sesso era limato come una lama in acciaio di Damasco. Non feci in tempo ad alzarmi che disarmato e reso fragile da quell’apparizione, fui scaraventato al suolo dai colpi di spada di colui che una volta era il mio guerriero migliore.
“Michele” lo chiamai, “perché mi fai questo?”
Non vidi alcuna luce nei suoi occhi, spento della sua passata sensualità e impregnato dell’arroganza dei cieli.
“Hai creato morte, disordine, per merito tuo il mondo è destinato alla distruzione”.
Tentai invano di sfoderare la mia spada, ma un fendente mi scaraventò nuovamente al centro della navata della cattedrale creando una voragine che per l’attrito prese fuoco ed io, tra le fiamme, ascoltai le disoneste parole del servo di Dio.
“Non hai mai imparato a mettere da parte le tue emozioni, Lucifero” mi disse, “tanto bravo di spada quanto pessimo con le passioni”.
Mi lasciai avvolgere dalle fiamme alimentandole con la luce che dal mio corpo fluiva fitta come l’acqua di una cascata, sbarrando la strada a quello che adesso era diventato il mio secondo peggior rivale. Scavai per giorni fino al centro della terra deciso ad allontanarmi per sempre dal cielo e dagli umani, deciso, forse, a risalire un giorno per riprendermi ciò che era mio e rinsavire i miei figli, coloro dei quali ero in parte il creatore, deciso ancora a chiedere perdono al mio angelo, quando l’avessi trovato.

***

Il bar: il luogo in cui gli umani si rifugiano dal sole e tracannano malinconici bicchieri di brodaglia scacciapensieri. Sono tutti reietti in questo posto, tutti condannati a riprendersi dalla sbronza e ad affrontare la realtà, anche se per poche ore.
Il capo della baracca sta discutendo animosamente con quella che sembra una bambina con la voce adulta. Gli deve dei soldi per dieci bottiglie di whisky non pagate. Da com’è vestita non sembra avere una carta di credito con sé, ma promette ugualmente che porterà il denaro entro le cinque dell’indomani.
“Brutta troietta” la chiama, ma so guardare oltre lo sporco del suo viso e giurerei che la sua bellezza, ordinata a dovere, potrebbe offuscare la grandiosità di Piazza dei Miracoli e tutti correrebbero da lei per fotografarla in prospettiva su un palmo di una mano o mentre cercano di raddrizzarle la vita.  Rallento il tempo per poterla ancora guardare prima che vada via per sempre.
“Akaiah” le dico, “sei tu?”.
Ha gli occhi verdi come il luccicante Dresda delle rovine di Golconda, la pelle bianca sfumata sulle guancia con un rosa tenue che le dona ingenuità.  Con quella, forse, è riuscita a strappare dieci Jack Daniel’s al vecchio che tira fuori la mano dalla tasca e la lancia all’aria per colpirla. Mi alzo, comodo mi dirigo al banco e mi sistemo di fronte all’angelo caduto senza un quattrino in una città che non rispetta l’avvenenza serafica di una piccola donna. Se lo facesse non sarebbe lì, sporca e con l’anima macchiata d’alcol, ma avrebbe un castello sgargiante sulle colline pisane. O forse, se è chi penso, sarebbe al mio fianco a combattere il suo Creatore. Glielo leggo in viso: nessuno più di lei lo odia quel maligno.
Ristabilisco il normale scorrere dei secondi e prendo in pancia lo schiaffo che era rivolto al viso di …
“Ragazza, come ti chiami”, le chiedo.
“Vanessa” risponde lei e poi scappa via senza neanche dirmi grazie. La seguo col pensiero, ha smesso di correre già dopo aver svoltato l’angolo, eccessivamente sicura di sé.
Il proprietario del bar è paralizzato dalla fronte in giù, trema nervosamente. Lo tranquillizzo.
“Hai diritto di sfogare la tua rabbia, bestia, come io ho il diritto di impedirtelo. Rimarrai vivo ancora per molto, non preoccuparti”.
Gli chiedo il conto delle bottiglie della signorina e mi risponde che offre la casa. Lo lascio immobile a calpestare il suo piscio e mi dirigo verso il vicolo adiacente.
“Cosa vuoi?” mi chiede la ragazza. Poi si avvicina a me e mi domanda com’è finita col vecchio.
“Ho pagato io” le rispondo.
“Allora vuoi qualcosa in cambio, non è così?”
Si strofina a me come una gatta affamata e mi chiede di seguirla a casa sua.
“Sai che a questo mondo potresti essere mia figlia?”
“Sì, in effetti anche tu potresti essere mio padre, a questo mondo”.
“Mi somiglia?” domando.
“No” ribatte, “ma anche lui è parecchio stronzo”.
Così mi porta a casa sua, mi dice che dopo il divorzio dei suoi sta costruendo una casa come quella dei film di Hollywood, grande, piena di enormi finestre e di spazi aperti.
“Dov’è? Io vedo solo un appezzamento di terreno”.
“Sì, ho iniziato dalle finestre e dagli spazi aperti”.
Mi dice che per ora ce l’ha un po’ come in Dogville di Von Trier, ha disegnato delle linee per terra, ha acceso un fuoco e quella per lei è la sala da pranzo col camino. Io mi ci metto comodo, il tempo è mite, quindi ben venga quella che lei definisce “la sua dimora con vista sul cielo stellato”.
“Vuoi scoparmi, non è così? Posso chiederti come mai?” mi domanda rullandosi una canna.
“Noi signori delle tenebre in decadenza siamo stati grandi e invincibili nel nostro sconfinato regno e poi di colpo ci accorgiamo di stare scomparendo lentamente in un impero vasto quanto un milionesimo del nostro compianto Eden e ci chiediamo quale, tra le tante battaglie combattute, abbiamo sottovalutato per perdere la guerra in questo assurdo modo. Forse avere donne come te ci aiuterebbe a non sentirci soli, ma in realtà quello che ci resta è un’infinita malinconia, non per noi stessi, ma per voi, perché sappiamo che tramonterete tra qualche anno, che siete comunque potenzialmente vecchi, come tutto ciò che è nuovo. Allora pensiamo che la giovinezza non esiste, che il nuovo esiste per un periodo così breve che forse ci si dovrebbe affezionare alla decadenza, all’usato, alla vecchiaia, alla morte, per vivere felici. ”.
Ride. Il suo sorriso è la gioia del canto di tutti i Serafini della volta celeste, se non fossi sicuro della sua umanità, le cercherei le ali oltre le scapole e la farei rinsavire.
Akaiah, sei tu?
“Ma come parli” sghignazza in un modo amabile, “cosa blateri, non ho capito nulla”.
Si accende la canna, si toglie i vestiti.
“Chi sei, matusa?”
“Sono un angelo caduto” le rispondo.
“Anche io” ribatte, “anche io”.
Mi abbraccia e la splendida forma del suo viso viene tinteggiato di chiaroscuri dal piccolo falò che ci riscalda.
“Hai presente quando ti ho chiesto perché vuoi scoparmi? Bene, bastava un ‘mi piaci’, matusa, un ‘mi piaci’ e basta. La vecchiaia ti preoccupa? Non starci a pensare, si è brutti e pessimi anche da giovani.
Ed eccola là la battaglia che ho perso senza farci troppo caso, la battaglia contro la semplicità.
Quanto vale un solo colpo di sciabola nel cammino di una guerra …
“Posso pagarti domani?” mi chiede e in men che non si dica si addormenta sul mio ventre. Le dono un po’ di luce per regalarle sogni tranquilli e poi inizio a vegliare su di lei deciso a farlo fin quando me lo permetterà.

Alessandro Cascio

Pubblicato per la raccolta: Racconti del terzo millennio (Il Foglio Editore)

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